Tutte le cose che regolarmente facciamo creano di fatto l’immagine che diamo di noi e prima ancora ci plasmano nella nostra identità

di monsignor Pierantonio TREMOLADA
Vicario episcopale

copertina 'Il campo è il mondo'

La tradizione è la seconda delle altre tre dimensioni costitutive dell’esperienza che – secondo il Cardinale Scola – si affiancano agli affetti, al lavoro e al riposo. Della prima, cioè la fragilità, si è parlato; della terza, cioè la giustizia, si parlerà nel prossimo intervento; della tradizione vorremmo parlare ora.

A prima vista la parola sembra un po’ astratta, ma non è così. La tradizione raccoglie in unità tutto ciò che progressivamente entra a far parte della nostra vita quotidiana, conferendole una forma: è ciò che la struttura, la plasma, la modella. Quante azioni noi compiamo ogni giorno in modo ormai quasi automatico! Alcune, come i pasti, gli spostamenti, la frequentazione degli ambienti fanno parte dell’esperienza umana per così dire fondamentale: stessa colazione, stesso treno, stesso orario, stesso percorso, stesso ufficio o stessa scuola. Altre azioni diventano abituali e quindi tradizionali a seguito di scelte liberamente compiute o di adesioni consapevoli a usi e costumi: stessi gusti, stessi hobby, stesse feste, stesse ferie, ma anche stessi atteggiamenti, stessi ragionamenti, stesse reazioni. Altre azioni, ancora, si trasformano in consuetudini quasi senza che ce ne accorgiamo, trasportati dalla corrente del “si è sempre fatto così”. 

Tutte le cose che regolarmente facciamo creano di fatto l’immagine che diamo di noi e prima ancora ci plasmano nella nostra identità. Dal punto di vista sociale, le azioni regolarmente ripetute dalla collettività creano un contesto di vita, un ambiente e, ultimamente, una cultura. Potremmo chiederci che cosa tutto ciò ha a che fare con il Vangelo, con una visione cristiana della vita, con la consapevolezza espressa dalla frase guida del nostra cammino pastorale: il campo è il mondo.

Scrive l’Arcivescovo: «La tradizione sia il terreno su cui far fiorire il nuovo lasciando da parte il caduco». Nel fluire del tempo, nello scorrere degli anni, il ripetersi delle azioni personali e sociali può essere intaccato da una inerzia logorante. Allora non si cresce, ma si invecchia, non si migliora, ma si rimane fermi, non si guarda avanti, ma indietro. Per essere vera la tradizione deve continuamente rinnovarsi, progredire, svilupparsi. Il contrario sarebbe stagnazione. Tutto questo a partire da una convinzione: esiste una Grazia specifica legata a ciascun momento della storia. La frase del Cristo Risorto: «Ecco io faccio nuove tutte le cose» è vera non solo in senso generale, ma anche di generazione in generazione. 

 

Da Avvenire, 10/05/14

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