Don Giampiero Alberti: «Dopo i fatti di Parigi noto la volontà di andare oltre gli stereotipi». Grande partecipazione al primo incontro del corso all’Incoronata, che ora sarà aperto a tutti

di Annamaria BRACCINI

alberti

«Ho potuto notare che tutte le Comunità musulmane con le quali sono in contatto e che conosco si sono da subito dissociate da tutte le violenze, chiedendo che venissero rispettati i diritti religiosi, ma esprimendo con chiarezza il loro dissenso sui fatti di sangue avvenuti». Don Giampiero Alberti, esperto di islamistica, da lungo tempo vicino al mondo musulmano, in particolare milanese, componente della Commissione per l’Ecumenismo e il Dialogo della Diocesi, sintetizza così il “clima” che si respira tra gli islamici di Milano. «Anch’essi naturalmente – continua – condividono la preoccupazione per eventuali infiltrazioni di elementi terroristici e, in considerazione dell’allarme lanciato dai mezzi di comunicazione, sono attenti a quanto accade nelle loro Comunità e decisi a segnalare chi non viva l’appartenenza alle Comunità stesse secondo logiche di pace, di dialogo e di rispetto».

Dal punto di vista pastorale lei opera e risiede in una parrocchia nel centro di Milano e, come collaboratore del Servizio diocesano per l’Ecumenismo e il Dialogo, frequenta molte realtà di base della nostra Chiesa. Quali sono le reazioni ai fatti tragici di questi giorni tra i cristiani?
Per esperienza diretta posso direche la gente, nella grande maggioranza, tenta di analizzare gli eventi in modo razionale e senza cadere in facili stereotipi. C’è desiderio di capire e farsi capire, di confrontarsi tra culture e fedi diverse, nella consapevolezza che la religione e Dio non possono mai essere utilizzati per scatenare guerre o per uccidere.

Ieri presso la chiesa milanese di Santa Maria Incoronata si è aperto il corso in dieci incontri che, fino al 15 aprile, vedrà impegnati diversi esperti nell’approfondire la questione dell’Islam, o meglio, dei suoi tanti volti. La sua prima impressione?
Il ciclo era già stato deciso da tempo e ha quindi una storia che prescinde dai recenti eventi. Tuttavia è certo che ciò che è accaduto abbia, per così dire, offerto ulteriori spunti all’analisi e alla discussione. L’esperienza e la conoscenza dell’universo islamico da parte dei relatori che si alterneranno alla guida degli incontri, è senza dubbio una sicurezza per chi – ci rivolgiamo specialmente ai sacerdoti – voglia accostarsi e conoscere meglio le tradizioni musulmane. Il primo incontro è stato un grande successo, sono arrivate più di cinquanta persone, anzitutto presbiteri, ma anche molti operatori impegnati nel contesto del Terzo settore, della cooperazione, dell’educazione e della sanità, tanto che abbiamo pensato di aprire il calendario degli appuntamenti non solo al clero, come era previsto in origine, ma a tutti. Come coordinatore dell’iniziativa, vorrei sottolineare la sensazione che ho percepito tra i partecipanti: «volere andare oltre» analisi superficiali o ideologiche del problema relativo ai rapporti tra cristianesimo e Islam. Soprattutto mi è parso significativo che ci sia stata una specifica attenzione al tema dell’incontro e alle modalità con cui esso può realizzarsi concretamente. Cercando di collaborare sui valori comuni, nel rispetto di ciascuno e delle differenze credo che si possano superare difficoltà e tante inimicizie basate spesso su fraintendimenti e poca conoscenza. Ripeto spesso in queste settimane che questo è il momento opportuno per realizzare un tale incontro, se consideriamo quanto ormai gli islamici siano nostri «vicini di casa», per esempio negli oratori, nei Centri sportivi, nelle Caritas, nei doposcuola promossi dalle parrocchie. Se perdiamo questa occasione, il rischio sarà davvero grande.

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