L’Arcivescovo emerito fu consacrato in Duomo il 23 settembre 1989 dal cardinale Carlo Maria Martini, di cui pubblichiamo l’omelia pronunciata in quell'occasione

Tettamanzi_ordinazione episcopale

Il 23 settembre 1989 l’allora monsignor Dionigi Tettamanzi riceveva l’ordinazione episcopale nel Duomo di Milano dal cardinale Carlo Maria Martini, arcivescovo di Milano. Monsignor Tettamanzi era stato eletto arcivescovo di Ancona-Osimo l’1 luglio precedente.
Nel 22° anniversario della consacrazione del cardinale Tettamanzi, oggi Arcivescovo emerito, pubblichiamo l’omelia pronunciata in quell’occasione dal cardinale Martini

 

La presenza di tanti cardinali, arcivescovi, vescovi – che saluto con viva riconoscenza – e di tanti fedeli delle diocesi di Milano e di Ancona-Osino, indica che stiamo per vivere un rito molto importante, nel quale sperimentiamo un momento straordinario di Chiesa locale e di Chiesa universale. Per questo ci sentiamo anche strettamente uniti al Santo Padre Giovanni Paolo II e al cardinale Giovanni Colombo, che ci sono vicini col cuore insieme a molte altre persone.

Un rito importante perché quando il Papa chiama un sacerdote all’ordinazione episcopale si rinnova la chiamata di Gesù a uno di quegli uomini che poi divengono suoi apostoli. Dice infatti il Vaticano II: “Cristo Signore, venuto per salvare il suo popolo dai peccati, e per santificare tutti gli uomini, come egli era stato mandato dal Padre, così mandò gli apostoli” (Cd 1). E aggiunge che i Vescovi succedono agli apostoli come pastori delle anime e hanno la missione di perpetuare l’opera di Cristo (cf Cd 2).

Questo è il motivo per cui, carissimo monsignor Dionigi, il momento che stai vivendo tra noi è grande, storico, appartiene all’agire misterioso di Dio nell’umanità per la sua Chiesa.

Momento che dev’essere caratterizzato dalla gioia, e ce lo ricorda il motto episcopale che hai voluto scegliere: “Gaudium et pax”. Gioia perché dice che Dio continua a volere salvare gli uomini. Gioia perché tu, chiamato all’ordinazione episcopale, sei figlio della nostra Chiesa milanese, un figlio che l’ha servita per tanti anni attraverso la dedizione allo studio, all’insegnamento, all’educazione dei chierici del Seminario; attraverso l’instancabile attività di scrittore, di conferenziere, di divulgatore; attraverso i tanti incarichi pastorali fino al servizio per l’educazione dei presbiteri nel Seminario Lombardo di Roma.

Noi siamo dunque qui con l’animo colmo di gioia e di gratitudine. E mi piace ricordare che vieni ordinato Vescovo mentre,  in questo stesso mese, facciamo memoria del 60° di ingresso in Milano del cardinale Ildefonso Schuster, che tu hai conosciuto negli anni in cui ti preparavi al sacerdozio. Insieme alla figura di Schuster evochiamo anche il Vescovo della tua ordinazione presbiterale, Giovanni Battista Montini.

Quando l’abate Schuster fu elevato al servizio episcopale, provò nostalgia della vita che doveva lasciare e degli studi cui si dedicava con tanta passione, ed ebbe a scrivere, in proposito: «Quando l’onore di Dio, il servizio della Chiesa e il bene delle anime lo esigono e lo consigliano, non si deve trattenere l’amore del loco natìo né alcun’altra nostalgia». Per questo, la Chiesa di Ancona-Osimo è presente nel nostro Duomo con piena fiducia di ricevere un pastore che, dopo aver speso tanti anni della sua vita nella nostra Diocesi – e la Chiesa ambrosiana gli è immensamente riconoscente -, non è trattenuto da nostalgie ma si mette in obbedienza totale alla nuova missione.

Gioia dunque, e pace, secondo l’espressione del tuo bellissimo motto che ricorda quello di Giovanni XXIII: “Obbedientia et pax”.

Noi ci domandiamo allora, di fronte alle letture bibliche che sono state proclamate, che cosa significhino le tre realtà che il cardinale Ildefonso Schuster avvertiva predominanti nel momento in cui assumeva il ministero episcopale: l’onore di Dio, il servizio della Chiesa, il bene delle anime.

 

L’onore di Dio
Il brano di Isaia (61, 1-3) spiega la tua nuova missione ed è interessante che sia un brano di vocazione profetica. Si potrebbe obiettare: ma il Vescovo è piuttosto pastore, è colui che si prende cura di un gregge. La liturgia tuttavia ci propone una vocazione profetica: sei chiamato, carissimo monsignor Dionigi, a essere profeta come Isaia, a esserlo come Gesù che riferì a sé, nella sinagoga di Nazaret, le parole del libro. C’è di più. Il vangelo di Luca ci fa sapere che Gesù, leggendo il rotolo del libro, si è fermato all’inizio del secondo versetto di Isaia: «Lo Spirito del Signore è su di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi e predicare un anno di grazia del Signore» (Lc 4, 18-29).

“Predicare un anno di grazia”, cioè di misericordia, è la parola che Gesù pronuncia prima di chiudere il volume del profeta Isaia. Non aggiunge l’espressione più aspra: «un giorno di vendetta per il nostro Dio» (cf Is 61,2).

A lui basta immedesimarsi nell’azione misericordiosa di Dio; lieto annunzio ai poveri, proclamazione di liberazione per i prigionieri, messa in libertà degli oppressi, promulgazione dell’anno di misericordia.

Carissimo monsignor Dionigi, l’opera di Dio nella tua missione consiste nel rivelare la misericordia del Padre, nell’essere davanti agli uomini annuncio del perdono, della salvezza che vengono da Gesù Cristo. Tu prenderai in mano il bastone dei pastori del popolo di Dio; metterai sul dito un anello che è segno dello sposalizio con la Chiesa alla quale sei inviato; riceverai il Vangelo, il libro della divina Parola; nella potenza dello Spirito santo andrai, mandato a tutto il mondo, per predicare il Vangelo di quella misericordia che si è pienamente manifestata nella passione e nella morte di Gesù. Il servizio episcopale esige il dono del cuore dilatato dalla misericordia, e noi preghiamo e ti imporremo le mani perché, come Cristo, tu possa dire: «Lo Spirito del Signore è su di me».

 

Il servizio della Chiesa
L’onore di Dio che consiste nel proclamare la misericordia di Gesù a tutta l’umanità, è anche servizio della Chiesa, servizio che Paolo descrive nella seconda Lettera ai Corinti: «Perciò, investiti di questo ministero della misericordia che ci è stata usata, non ci perdiamo d’animo… Noi infatti non predichiamo noi stessi, ma Cristo Gesù Signore; quanto a noi siamo i vostri servitori per amore di Gesù. E Dio che disse: “Rifulga la luce dalle tenebre” rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria divina che rifulge sul volto di Cristo…» (cf 2 Cor 4, 1-2.6-7).

È interessante notare che il verbo al presente «rifulga la luce dalle tenebre», nella lezione greca più antica, è al futuro, «rifulgerà la luce dalle tenebre».

Tu sei dunque chiamato ad aprire ancora più profondamente il tuo tesoro interiore, e dare ancora più pienamente te stesso a Cristo Figlio del Padre; mediante la tua dedizione, Cristo potrà risplendere a tutti coloro a cui sei mandato.

Su di te discende una forza creativa – “rifulgerà” -, quella forza creativa di Dio che è stata immessa nell’umanità attraverso Cristo e che, attraverso coloro che si lasciano illuminare da lui, diviene luce di speranza per la storia di ogni giorno, diviene faro di luce per la diocesi di Ancona-Osimo, così come è stato luce per questa diocesi il suo Aarcivescovo, monsignor Maccari. Ora questa luce di Cristo viene consegnata a te perché rifulga nel tuo cuore e divenga luce di speranza per il mondo.

 

Il bene delle anime
L’onore di Dio, il servizio della Chiesa, il bene delle anime. Il bene supremo, che Giovanni esprime nel suo vangelo, è l’amore che tutti ci avvolge: «Rimanete nel mio amore».

È l’unico comandamento che riassume tutti gli altri e riassume l’essenza dell’alleanza.

Carissimo don Dionigi, tu hai avuto modo tante volte di parlare del primato della carità e ora ti trovi immerso nel vortice di questo amore che vuole invadere la tua esistenza e diventare, a partire da te, calore e fuoco che riscalda tutti coloro che ti attendono.

È questo stesso amore che ti ha scelto dalla tua famiglia, dalla tua comunità parrocchiale, attraverso tutto il tuo cammino vocazionale; è l’amore presente nei tuoi genitori, nella tua mamma, in coloro che ti amano; l’amore che ti guida e ti conduce e che ti ha fatto accettare con gioia questo nuovo e gravoso ministero. Un amore che è contestazione del mondo, delle sue incertezze, delle sue diffidenze, delle apostasie che minacciano ogni cammino quotidiano; un amore che è dono della vita.

Rimanendo in questo amore, tu potrai rendere un nuovo e più ampio servizio all’amore e alla vita, potrai portare frutto e il tuo frutto rimarrà.

Ti ho espresso, carissimo monsignor Dionigi, le speranze che animano il nostro cuore in questo momento, i sentimenti con i quali imponiamo su di te le mani lasciando che sia lo Spirito santo a dire, a fare e a operare ciò che è significato da questi santi misteri che noi appena riusciamo a balbettare, ma che corrispondono all’infinità dell’amore di Dio in Cristo, nello Spirito santo, per te e per tutta l’umanità, per intercessione di Maria, tua e nostra Madre.

 

Carlo Maria card. Martini
Arcivescovo di Milano

23 settembre 1989

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