Presiedendo in Duomo, la celebrazione in memoria del beato Schuster, il cardinale Scola ne ha ripercorso la figura, indicando lo come modello per credenti e non credenti. Pensiero e preghiera anche per i cristiani provati in Egitto e per la Siria

di Annamaria BRACCINI

Schuster

Le sue spoglie e la sua effigie, sono lì, a pochi metri di distanza dalla Cattedra che per quasi 25 anni fu la sua in Duomo, morì, infatti, nel Seminario di Venegono solo una settimana prima di “compierli” come Arcivescovo di Milano.
È indimenticato proprio perché è indimenticabile, il cardinale Alfredo Ildefonso Schuster, il beato, il benedettino che qualcuno pensava inadatto a guidare la grande diocesi ambrosiana e che invece nei tempi, prima difficili della dittatura, poi neri in tutti i sensi, della guerra e della Repubblica sociale, seppe essere “Defensor Civitatis”: per la cronaca l’unica autorità riconosciuta da tutti, rimasta nella città sventrata dai bombardamenti dell’agosto 1943 e poi nei giorni terribili del 25 aprile 1945.
E, allora, a ricordare la figura Schuster, che definisce ’esemplare’, é oggi, nel 59esimo anniversario del ritorno alla Casa del Padre del predecessore, il cardinale Scola, che prendendo avvio dalla lettura del Libro del Siracide – “Il Signore lo scelse perché compisse l’espiazione per il popolo” -, dice: «Sappiamo quanto difficili e dolorosi furono gli anni dal 1929 al ’54, in cui il cardinale Schuster fu arcivescovo di Milano». E fu appunto la dedizione pastorale totale di quest’uomo di Dio in apparenza fragile, vissuta «sull’esempio di san Carlo che prese a modello», che lo rende ancora così presente nella memoria dei milanesi, per la preghiera – che per il monaco Schuster fu incessante – come nella ascesi, per la pratica di Pastore con le sue Visite pastorali all’intera diocesi, come nel governo episcopale.
Grande beato – nota, infatti, il Cardinale, citando il Prefazio della liturgia del giorno, «acceso di pietà viva. Nel ministero del cardinal Schuster vissero inscindibilmente uniti lo zelo pastorale per la salvezza del gregge a lui affidato e la preoccupazione per il bene della comunità civile. Davvero la sua testimonianza di persona consacrata totalmente a Dio ne ha fatto un punto di riferimento sicuro per credenti e non credenti».
Testimonianza, quella dell’Arcivescovo beato, che non passa con gli anni e che ci rende consapevoli come cristiani scelti dal Signore, ciascuno secondo il proprio ruolo e carisma, di una responsabilità precisa, l’annuncio del Vangelo, perché “il campo è il mondo”.
Un mondo che nell’epoca attuale si costruisce anche e, forse, soprattutto, nel dialogo, di cui è stato momento importante il XIII Simposio intercristiano, svoltosi presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, promosso dall’Istituto Francescano di Spiritualità della Pontificia Università Antonianum di Roma e dalla Facoltà di Teologia dell’Università Aristotele di Tessalonica, i cui relatori partecipano alla Messa in Cattedrale. Significativamente accanto all’Arcivescovo sono oltre cinquanta i sacerdoti che concelebrano, tra loro mons. Ioannis Spiteris, Arcivescovo di Corfù e Vicario Apostolico di Tessalonica, il Vicario generale mons. Delpini e il Vescovo Mascheroni, gli appartenenti alla delegazione ortodossa e cattolica al Congresso, i Canonici del Duomo, i Vicari episcopali. Appunto a significare la felice coincidenza delle date nella memoria liturgica del beato Schuster e nell’occasione del Simposio che, non a caso, si svolge a Milano nell’Anno Costantiniano.
Il pensiero del Cardinale va alla visita recente di Sua Santità Bartolomeo I e, richiamando anche la presenza in quei giorni del maggio scorso nella nostra diocesi, del patriarca copto Tawadros II, sottolinea: «A tutti i fedeli cristiani provati fino al martirio e al popolo egiziano va oggi la nostra speciale preghiera. Invochiamo da Dio pace per la Siria e liberazione da ogni guerra, anche da quelle, molte, che sono dimenticate».
Così, il titolo dell’Anno Costantiniano, “Liberi per credere”, diviene anche la cifra interpretativa del ministero schusteriano: in una parola suggerisce l’Arcivescovo, «non è possibile vivere in modo privato la nostra fede».
E, d’altra parte, ben lo sapeva Schuster, quando poco prima di morire ai seminaristi nell’amatissimo seminario di Venegono da lui voluto, disse: “Altro ricordo non ho da darvi che un invito alla santità. La gente pare che non si lasci più convincere dalla nostra predicazione, ma di fronte alla santità, ancora crede, ancora si inginocchia. La gente pare che viva ignara delle realtà soprannaturali, indifferente ai problemi della salvezza. Ma se un santo, vivo o morto passa, tutti accorrono al suo passaggio”.
Quando, dopo che, al termine dell’Eucaristia, lo stesso cardinale e i concelebranti si sono portati per un’ultima benedizione presso la sepoltura del beato Schuster, la presenza di tanti fedeli, rimasti a lungo in preghiera è stata l’’immagine più bella di quanto allora come oggi sia forte e convincente la santità.

Ti potrebbero interessare anche:

Questo sito fa uso dei cookie soltanto per facilitare la navigazione Maggiori Informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi