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Milano

Sulla scia di Martini,
verso un nuovo umanesimo

Presiedendo in Duomo la celebrazione in memoria del cardinale Martini, a due anni dalla scomparsa, il cardinale Scola ne ha ripercorso l’insegnamento, indicandone la passione pastorale per l’accoglienza e l’ascolto di tutti

di Annamaria BRACCINI

31 Agosto 2014

«Guardare la città come opportunità e non solo come difficoltà», saper ascoltare tutti in modo «criticamente aperto, anche le resistenze, le fatiche e perfino i tratti di confusione che talora ci portiamo dentro, accogliere, senza scegliere, l’ospite, riconoscere nel fuoco vivo che è l’Eucaristia l’amore del Signore che ci rende figli della luce, tra le tante tenebre di oggi».

Le parole del cardinale Martini e quelle del cardinale Scola, che indica appunto nel richiamo puntale al Magistero del predecessore, la via di un “nuovo umanesimo”, si fondono in unico, alto, insegnamento Pastorale, ma anche civile e sociale.

Sono trascorsi esattamente due anni dalla morte di Carlo Maria Martini e, in Duomo, lo si commemora, con la Messa presieduta dall’Arcivescovo. Tra le navate gremite trovano posto a fatica migliaia di persone di ogni età, in prima fila siedono la sorella Maris e il nipote, Giovanni Facchini Martini, che non hanno voluto mancare insieme a una decina di altri parenti.

Concelebrano il rito oltre cento sacerdoti, tra cui il cardinale Tettamanzi, sei Vescovi, l’intero Capitolo metropolitano, il vicepresidente della “Fondazione Martini” padre Costa, il Moderator Curiae, mons. Marinoni, i Vicari episcopali di Zona e di Settore, e i segretari succedutisi al fianco di Martini come Pastore di Milano. Nel suo breve indirizzo iniziale l’arciprete del Duomo, monsignor Borgonovo, dice, in riferimento anche al cardinale Schuster: «Quanto è bello e avvincente essere qui, non c’è modo migliore di fare memoria insieme dei due nostri Pastori che furono Ministri e Magistri con un passione che nasce dalla contemplazione di Gesù. Che il Signore ci renda davvero loro e imitatori e discepoli». Con il cardinale Martini si ricorda, infatti, anche Schuster tornato alla casa del Padre il 30 agosto del 1954.

Ma cosa ci dicono questi due Arcivescovi, diversi, ma uniti da quella che Scola definisce una continua “ansia Pastorale”?

«Che finché siamo nella carne e nella storia, la lama della nostra libertà può recidere l’alleanza che Dio ha stretto con noi, ma, rifiutando di appartenergli, l’uomo si nega l’esperienza della gioia e del gaudio», spiega.

Un’esperienza, vissuta nella fedeltà a Gesù, invece, fu evidente nei due Arcivescovi, capaci di dimostrare nei loro lunghi Episcopati (rispettivamente più di ventidue anni, Martini, e un quarto di secolo, Schuster), il dinamismo dell’amore che, come scriveva proprio il primo, “è come un sole che attira a sé l’umanità e con essa cammina per raggiungere un termine misterioso, ma certissimo”.

Se nasce qui la “cura” martiniana, da qui emerge anche un richiamo – forte e chiaro – per l’oggi, ora che stiamo per iniziare un nuovo Anno pastorale che per Milano sarà segnato dal grande evento che è Expo, riflette il Cardinale.

«Gli insistenti richiami di papa Francesco ci urgono ad essere testimoni nelle nostre comunità, nelle nostre città e paesi», sottolinea, infatti, richiamando il gesto dell’ 8 maggio scorso e la necessità, proprio, perché cristiani cattolici, di portare testimonianza in ogni ambiente, ovunque, senza dimenticare nessuno, iniziando dai più deboli e da chi non ha voce: edificando, appunto, come donne e uomini di Dio, la vita buona nella città umana. Così come osservava il cardinale Martini nel suo Discorso pronunciato nel 2002 al Comune di Milano, che l’Arcivescovo ricorda, con un concetto di accoglienza più che mai attuale.

«L’identità solidale cui il Cardinale fa riferimento non è da intendere in modo statico, inevitabilmente difensivo e, alla lunga, incapace di affrontare il nuovo. Essa identifica piuttosto un processo nel quale la tradizione è concepita come un’esperienza in continua crescita. Fondata su saldi presupposti essa è sempre aperta al nuovo, non è invenzione, ma sempre recezione, drammatica ma feconda, della trama di circostanze e di rapporti di cui è intessuta la storia.

Così il richiamo incontra anche oggi l’istanza profonda della città ormai metropolitana e, quindi, delle terre lombarde. È l’urgenza di nuovo umanesimo, cioè ricerca di senso, capace di tenere in unità il molteplice a partire dalle diverse visioni del mondo che anche a Milano ormai si incrociano».

Tutti chiamati, dunque. a «edificare culture vivibili» con una responsabilità specifica per i cristiani, che hanno ricevuto «il dono della pluriformità nell’unità».

Poi, al termine, la preghiera del Cardinale e dei Concelebranti sulle tombe di Martini – qui anche un saluto affettuoso ai aprenti che depongono una rosa bianca sulla luogo della sepoltura – e di Schuster, accompagnati dalle Litanie dei santi Vescovi Milanesi.

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