Il parroco di San Pietro in Sala e presidente dell’associazione «ISemprevivi» interviene al convegno di bioetica sabato in Curia: «È istintivo allontanarsi da ciò che ci fa paura, ma si dovrebbe provare a passare dal “guardare” al “farsi prossimo”»

di Stefania CECCHETTI

Don Domenico Storri
Don Domenico Storri

Si svolgerà sabato 5 ottobre, dalle 9.30 alle 12.30, in Curia (piazza Fontana 2, Milano), il convegno di bioetica proposto dal Servizio per la pastorale della salute della Diocesi, che affronta il tema «Sul dolore. Non facciamo gli amici di Giobbe».

Tra i relatori – insieme a Ivo Lizzola (professore di pedagogia sociale e di pedagogia della marginalità e della devianza all’Università di Bergamo), Elisabetta Orioli (psicologa e psicoterapeuta) e Patrizia Spadin (presidente Associazione italiana malattia di Alzheimer) – ci sarà don Domenico Storri, psicoterapeuta, parroco di San Pietro in Sala e presidente dell’associazione «ISemprevivi», che si occupa della cura e del reinserimento sociale di adulti e minori con disagio psichico e psichiatrico.

Il titolo del convegno fa riferimento agli amici di Giobbe. Perché? «Perché gli amici hanno guardato, hanno fatto le loro disquisizioni, ma non hanno vissuto empatia e condivisione con Giobbe – risponde don Storri -. È un richiamo a tutti noi, che magari vediamo la sofferenza, ma poi passiamo oltre». «È una reazione istintiva allontanare da noi quello che ci fa paura – prosegue don Storri -. Eppure sarebbe interessante passare dal semplice guardare al farsi prossimo di chi soffre. È un passaggio impegnativo, ma che la comunità civile ed ecclesiale dovrebbe proprio provare a fare. Come dico sempre ai miei ragazzi e ai loro genitori, imparare a stare vicino a chi soffre è il grado più alto della maturità umana».

Quale la strada giusta per «farsi prossimo» del malato? «La competenza professionale è solo uno degli strumenti – spiega don Storri -. Alla base deve esserci la capacità di condivisione che tutti, in quanto esseri umani, dovremmo avere innata, ma che va comunque “allenata”. A volte una parola può essere di conforto, altre volte può essere più adeguato il silenzio. L’importante è la presenza, che è pienamente nella logica del Vangelo. Gesù non dà spiegazioni sul significato del dolore e della malattia, ma chiede ai suoi di esserci».

L’empatia aiuta anche a combattere uno dei rischi della relazione di aiuto, l’autocompiacimento: «Nel volontariato, come in ogni forma di impegno lavorativo e sociale, c’è sempre una dimensione narcisistica. D’altra parte, se facciamo qualcosa è perché ci piace e ci dà soddisfazione, ed è bene così. Ma il rischio di mettersi un po’ in mostra effettivamente esiste. Allora è compito di un’associazione dare spazio a una buona formazione dei volontari, che serve a dare le giuste motivazioni».

Che le relazioni siano il sale della vita dovremmo ricordarcelo tutti, non solo i volontari. Purtroppo non è così: «Oggi ci siamo dimenticati il dogma esistenziale della relazione – sottolinea don Storri -. Spesso viviamo relazioni malate, nelle quali si cercano di azzerare le differenze o si aggredisce l’altro, non rispettandolo per quello che è. Per esempio la malattia mentale ha aspetti clinici, indubbiamente, ma in un certo senso è anche un modo di vivere la vita. È importantissimo non bollare sempre e comunque come patologia quello che può essere un modo particolare di stare al mondo».29

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