Redazione

L’agonismo e la competizione sono necessari alla pratica sportiva, ma competere non significa “giocare contro”. Il confronto con l’avversario e con i propri limiti aiuta ad apprezzare la crescita personale che porta a una vittoria e a non cedere alla delusione per una sconfitta

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Spesso per definire lo sport amatoriale e per rendere consolatorio il suo confronto con quello di vertice si usa una frase celebre: «L’importante non è vincere, ma partecipare». L’intento è quello di negare la presenza di agonismo, facendo un torto alla verità. L’agonismo e la competizione, infatti, sono elementi necessari alla pratica sportiva. Competere significa “giocare con” o “giocare insieme”, non “giocare contro”. È utile chiarire il significato autentico. L’agonismo si basa sul confronto con l’altro e, prima ancora, sulla volontà dell’individuo di esprimere al massimo le sue potenzialità e capacità.

Sovvengono a tal proposito le parole di San Paolo (1 Cor 9,24-27; Fil 3,14), dove si ricorre alla gara sportiva per indicare alcuni tratti caratteristici della vita cristiana. Emerge la necessità dell’impegno, della fatica, del sacrificio, dell’abnegazione per raggiungere il traguardo. Un traguardo che nella vita di fede non è ovviamente quello sportivo, ma la mèta finale che deve indirizzare la vita di ogni uomo. Il parallelismo tra sport e vita cristiana è in questo caso di facile comprensione e veniva già sottolineato da Paolo VI: «Lo sport è simbolo d’una realtà spirituale che costituisce la trama nascosta, ma essenziale della nostra vita; la vita è uno sforzo, la vita è una gara, la vita è una speranza verso un traguardo, che trascende la scena dell’esperienza comune, e che l’anima intravede e la religione ci presenta».

Nello sport, non dimentichiamolo, si fa anche esperienza della vittoria e della sconfitta, quasi un paradigma della nostra vita. Anche questo aspetto rivela un chiaro parallelismo con la vita spirituale. Il momento della vittoria è chiaramente colmo di gioia e soddisfazione, ma non per l’avversario sconfitto, al contrario per la prestazione personale che è andata oltre i propri limiti, registrando una crescita personale di cui andare fieri. Al contrario, il momento della sconfitta segna la caduta, la debolezza, l’arresto. Anche qui lo sport insegna a non fermarsi, a rialzarsi per riprovare. La fede va in soccorso dello sconfitto e invita il cristiano a riprendere il cammino e soprattutto a non perdere la speranza.

Il nostro percorso ha avuto quale oggetto lo sport secondo il significato più nobile del termine. È chiaro che lo sport odierno soffre oggi di tali e tante mancanze che finisce con l’allontanare l’uomo, il giovane, dalla pratica cristiana. Questo fenomeno, è bene ricordarlo, tradisce lo sport stesso e prima ancora l’uomo. Occorre, dunque, riscoprire il vero significato e la vera vocazione dell’attività sportiva, che è quella di educare e aiutare l’individuo lungo tutto il suo percorso di vita. In ultima analisi, far sì che non sia l’uomo per lo sport, ma al contrario, lo sport per l’uomo. (m.a.)

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