L’Arcivescovo ha presieduto, in Duomo a porte chiuse, la Celebrazione “del giorno” nella Domenica delle Palme. Invitati e presenti il presidente della Regione, il sindaco di Milano e il Prefetto. A conclusione della Messa, il Vescovo, seguito dalle Autorità, si è portato all’altare della Madonna dell’Albero per un omaggio e una supplica a Maria

di Annamaria Braccini

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«Sembra quasi che tutta la gente riempia il Duomo, attraverso i media, l’affetto, la fede e la rappresentanza delle Istituzioni. È come se tutti ci riunissimo per chiedere al Signore di aiutarci a vivere questi giorni. Anche attraverso il ringraziamento alle Autorità civili, che hanno accolto l’invito a essere presenti, esprimo la disponibilità che la Chiesa cattolica sta offrendo, in tutti i modi, per alimentare la speranza e praticare la solidarietà. So che anche tante altre Chiese cristiane, presenti sul territorio, celebrano la Pasqua, seppure con calendari diversificati, nell’invocare l’unico Signore, offrendo solidarietà alla popolazione. E così anche la Comunità ebraica e altre Comunità, alimentano la spiritualità, gesto necessario quanto quello concreto della cura per i malati, della pietà per i morti, della solidarietà per tutti i bisognosi. Siamo alleati in questo momento di emergenza e in questo desiderio di speranza».
È la Celebrazione della Messa “del giorno” nella Domenica delle Palme, presieduta dall’Arcivescovo che, in Duomo, esprime così la sua vicinanza. Festa diversa, unica, dolorosa, senza gli amati tradizionali riti della processione con le palme e gli ulivi benedetti, senza gente che, attraversando il Sagrato, a Milano, entra in Duomo, ricordando l’ingresso del Signore a Gerusalemme. È la Domenica – il “portale” della Settimana santa, come è stata definita – ai tempi del Covid-19, che, tra le navate deserte della Cattedrale, vede, appunto la presenza delle massime autorità civili del territorio, il presidente di Regione Lombardia, Attilio Fontana, il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, il prefetto, Renato Saccone. Concelebrano l’Arciprete e l’Arcidiacono della Cattedrale stessa, unitamente a una piccola rappresentanza dei Canonici del Capitolo Metropolitano.
Forte, fino ai confini della Diocesi, arriva la voce dell’Arcivescovo che, eccezionalmente, pronuncia l’omelia dalla sua Cattedra.

La riflessione del vescovo Mario

In una sorta di racconto sapienziale ed esemplare – che tanto, specie in queste settimane, avrebbe da insegnare -, si articola la riflessione. Una breve narrazione, solo apparentemente lontana nel tempo, che ha quali protagonisti i Padri del deserto: anzitutto, l’abate ed eremita egiziano, Antonio, fondatore del monachesimo cristiano, morto nel deserto della Tebaide, il 17 gennaio – ancora oggi giorno della sua memoria liturgica – del 356 e, poi, Macario e Agatone, il giovane e deluso Gregorio che «ha provato il piacere dell’amore, il fremito della passione, l’ebbrezza del potere e l’orgoglio di avere servitori ; l’abbondanza del denaro che può comprare tutto», accorgendosi «che la gioia di vivere non si compra da nessuna parte». Colui al quale Abbà Antonio dice: «Se stai male con te stesso, non starai bene andando altrove. Quando non sai dove andare, per che cosa vivere, tieni fisso lo sguardo su Gesù». Il Signore, via verità e vita.
Così anche per l’anziano e santo padre Macario, le cui mani sono malferme, «che non ha più forza per lavorare la terra, che non può più curare le ferite e le piaghe dei fratelli», i cui occhi affaticati non potendo più leggere «le parole sante». Anche in questo caso, chiara la risposta di padre Antonio al confratello. «Ecco che cosa puoi fare: irradiare la gioia e donare la pace. La gioia è come il profumo di puro nardo: rende amabile l’umanità e desiderabile abitare la terra»
«Non so quanto ancora visse il santo padre Macario, ma dicono che la sua cella sorrida ancora».
E, ancora, l’impaziente Agatone che vuole correre subito in città dove «infuria l’epidemia per dare aiuto». E che, invece, obbedisce ad Antonio e scava, prima, un pozzo da cui «venne acqua abbondante e buona; semina una campo di grano e raccoglie in un libro le parole sapienti dei santi monaci». Infine, ad Agatone viene permesso di partire per la città dei contagiati. Evidente la lezione da trarne: «Non si sa più niente del monaco Agatone. Quello che si sa è che ancora adesso, dopo molti e molti anni, i monaci si dissetano all’acqua del pozzo, ogni anno raccolgono grano nel campo seminato e continuano a meditare le parole dei santi monaci. Forse anche così si prepara la Pasqua, questa Pasqua: versando profumo di nardo che riempie tutta la casa. L’attenzione che tiene fisso lo sguardo su Gesù, non distoglie dalle altre cose della vita, ma è piuttosto ciò che fece Maria di Betania», che, nel brano di Vangelo di Giovanni, appena proclamato nella Liturgia, versa il prezioso profumo di nardo sui piedi del Signore.
«Lo guardò fisso su Gesù permette di guardare in modo nuovo tutta la vita. Anche il tempo dedicato a preparare il futuro nella frenesia del pronto soccorso nulla sottrae ai poveri e, invece, versa il puro nardo di grande valore. Così che Pasqua ci regali una vita nuova».
A conclusione della Messa, l’Arcivescovo rivolge ancora una sua parola di speranza e benedizione: «Invito tutti i cristiani cattolici a seguire la Settimana santa, in particolare il Triduo pasquale, attraverso le trasmissioni che consentono di assistere, sia alle Celebrazioni del Papa a Roma, sia a quelle qui in Cattedrale. Seguire per televisione non è come partecipare, ma occorre che in casa, vi sia, almeno, un clima di raccoglimento che predisponga a prendere parte con lo Spirito e l’attenzione. Raccomando anche alcuni momenti di preghiera familiare nella Chiesa domestica, quindi vi invito a creare queste occasioni. Certo, questa Pasqua ci mancherà molto, ma cerchiamo almeno di far sì che quello che possiamo fare sia fatto bene e ci aiuti a vivere il Mistero. Invoco la benedizione del Signore per tutti: che entri nelle case, in tutte le condizioni e porti sollievo, fiducia, incoraggiamento, senso della presenza di Dio a chi è solo, chi è in famiglia, chi è malato, chi è stremato dal lavoro».
Sulle note del canto finale, il vescovo Mario, si reca all’altare della Madonna dell’Albero, accendendo una lampada votiva e raccogliendosi in preghiera mentre le autorità depongono, in segno di omaggio, alcuni mazzi di fiori.

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