Il cardinale Scola ha presieduto la Celebrazione Eucaristica nella chiesa “Gesù Divino Lavoratore”, per i cinquant’anni della sua fondazione. Ai moltissimi fedeli presenti ha raccomandato la forza della testimonianza quotidiana

di Annamaria BRACCINI

Gesù Divino Lavoratore

In una bella mattina di sole quasi estivo, tra il verde dei piccoli giardinetti della metropoli che qui, nell’estrema periferia nord della città, riescono comunque a sopravvivere, il Cardinale arriva nella parrocchia Gesù Divino Lavoratore, salutato dai ragazzi che si stanno preparando alla Cresima. Il breve dialogo con loro sui sette Doni dello Spirito – preparatissimi, i cresimandi rispondono – e sui dodici Frutti – «imparateli, mi raccomando, sono molto importanti», dice l’Arcivescovo agli adolescenti, questa volta, un poco più incerti – segna l’inizio di una Eucaristia partecipata e nella quale si tocca con mano l’attenzione e il silenzio dei tanti fedeli che seguono la Messa, riempiendo per intero l’ampia chiesa e, rimanendo in piedi, fino alla piazza antistante.

Il benvenuto è del parroco don Luciano Angaroni – tra i concelebranti ci sono anche il decano del Decanato Niguarda, don Maurizio Bertolotti e don Benny Thoppiparambil, di origine indiana che aiuta in parrocchia.

«La sua visita, Eminenza, indica la continuità della premura pastorale dei suoi predecessori verso la nostra Comunità – sottolinea don Angaroni – dal futuro beato Montini che volle, tra le fabbriche, questa chiesa consacrata dal cardinal Colombo nel 1967, al cardinale Martini che qui presiedette un’indimenticabile Veglia dei Lavoratori, e al cardinale Tettamanzi che fu tra noi per una delle sue ultime visite Decanali. Ci sentiamo chiamati a diffondere il buon profumo del Vangelo, come ci propone papa Francesco». Non caso, dopo poco tra i doni portati all’Arcivescovo, vi sarà una piccola e graziosa riproduzione del grande mosaico che domina l’altar maggiore della chiesa con le parole “Vi ho chiamati amici” cui è stata aggiunta proprio questa frase di Evangelii Gaudium. Insomma, una scia di affetto e cura pastorale che vede oggi il cardinale Scola ancora in questo quartiere al quale l’avvento del Terziario ha cambiato radicalmente volto e identità dopo la fine della Milano operaia.

E l’Arcivescovo, allora, osserva: «In questa parrocchia che celebra i cinquant’anni, si vuole realizzare un rapporto quotidiano con Dio e così intese anche il cardinale Montini, proprio perché le grandi fabbriche che sorgevano tutt’intorno ponevano problemi e fatiche che coloro che hanno i capelli bianchi ancora ben ricordano. Il mondo operaio sembrava lontano dalla fede, ma parrocchie come queste dimostrarono e dimostrano che ad avere tale rapporto quotidiano c’è solo da guadagnare e nulla da perdere. Certo, la vostra Comunità non ha più l’articolazione di un tempo, ma i problemi aperti restano e, dunque, la bellezza del convenire domenicale di fronte a Gesù da tutte le generazioni e da tutte le nostre case, è un segno forte».

Un gesto eucaristico – «il più importante che possiamo compiere» – da vivere nella consapevolezza che il cambiamento attuale «sta sollevando problemi non meno imponenti di quando “Gesù Divino Lavoratore” nacque. «Pensiamo alla difficoltà di far capire il valore del bell’amore tra un uomo e una dona che è modello di ogni tipo di amore; pensiamo all’educazione – una Chiesa che perde il senso dell’educazione non costruisce comunità cristiana e una società non può essere buona –, riflettiamo sulla nostra difficoltà a modulare i tempi del riposo e del lavoro, sulla malattia che dobbiamo imparare a portare come offerta che imita Cristo innocente che ci ha liberati dalla morte; pensiamo alla fatica di riconoscere il peccato morale e a quella dell’Italia e dell’Europa ad avere un fisionomia orientata al futuro; meditiamo sulla pervasività della finanza, sulle grandi sacche di miseria e povertà che vanno crescendo specie nel sud del mondo, ma anche sulle criticità della vostra parrocchia nella zona tra viale Fulvio Testi e viale Sarca».

Se tutto questo ci fa capire quanto l’uomo, lasciato alle sue sole forze, non comprenda il disegno di Dio, occorre, nota ancora il Cardinale, testimoniare il nostro essere pietre vive della Chiesa. «Possiamo vivere tutti gli aspetti della nostra vita sostenuti e accompagnati quotidianamente dal Dio vicino, attraverso Gesù che scioglie, con la sua potenza, l’enigma del nostro io». Ovvia la responsabilità di Comunità che, anche nel loro nome, hanno un legame con la vicenda del figlio di Dio sprofondato nella sua condizione umana, con quel Signore che, come scriveva Mauriac, «piallava e pregava».

«Voi rendete evidente la presenza del Gesù che si è misurato umanamente con ognuno di noi e avete la grande responsabilità di tenere viva questa esperienza nella realtà quotidiana. Occorre che questa chiesa di pietre vive, che noi siamo, si manifesti al di fuori del tempio, investendo il nostro quotiamo, vivendo sempre la bellezza del sacramento illuminato della Parola».

Ma come vivere, appunto, secondo. il pensiero di Cristo, come dice Paolo nell’ Epistola ai Corinti? Il riferimento è al Vangelo di Giovanni appena ascoltato, «La condizione perché lo Spirito continui a ricordarci la bellezza di Dio nella nostra vita, è l’amore cristiano, un amore che non può essere ridotto a passione soggettiva, che spesso deturpiamo, rischiando di dimenticarne il vero valore e perdendo il coraggio di documentarlo». Un amore bello, che fa crescere, esemplare per quello fedele tra un uomo e una donna, amore di cui abbiamo tutti un disperato bisogno perché – conclude l’Arcivescovo – «amare vuol dire “lasciar essere” seguendo con uno sguardo tenero e acuto l’altro, come fa lo Spirito con noi. Siate testimoni di quanto sia conveniente seguire Gesù anche nel Terzo millennio».

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