Oltre 125 mila cristiani costretti a fuggire dai loro villaggi solo perché hanno scelto di rimanere cristiani, rifiutando le condizioni poste dall'Isis. L’Arcivescovo: «Sarebbe una perdita per la Chiesa e per l’umanità se dovessero essere costretti a lasciare questa terra per cercare futuro bussando alle porte dell’Europa»

di Davide MILANI

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Gli scarichi fognari corrono a fianco della strada all’ingresso del campo profughi. E non è il peggiore. Qui le tende hanno lasciato il posto a piccoli container di lamiera, ma da più di un anno ad Erbil la situazione è ancora drammatica per più di 125 mila cristiani costretti a fuggire dai loro villaggi più a nord, nella piana di Ninive, solo perché hanno scelto di rimanere cristiani, rifiutando le condizioni poste dall’Isis. 
Meno di un anno fa quelle stesse famiglie vivevano nelle loro case, sostenendosi da sole con entrate sufficienti o abbondanti. Non è il campo profughi peggiore quello che l’arcivescovo di Milano, il cardinale Angelo Scola visita, accompagnato dal patriarca di Babilonia dei caldei Louis Raphael I Sako e dal patriarca maronita Béchara Boutros. Qui infatti due container sono adibiti rispettivamente a dispensario medico (1.500 malati cronici in cura) e uno a piccolo laboratorio di analisi. «Non so fino a quando riusciremo a tenerlo aperto, abbiamo soldi solo fino a luglio. Tutti qui lavorano gratis – dice il giovane medico che li dirige – ma servono 50 mila dollari al mese per sostenere le spese».
La Chiesa locale, il governo del Kurdistan iracheno, la comunità internazionale, la rete della Caritas e di tante associazioni umanitarie si sono mosse e hanno convogliato qui decine di milioni di dollari di aiuti.
Ma non basta. Questa regione di 4 milioni di abitanti accoglie complessivamente 1,5 milioni di profughi, accumulati negli anni, emergenza dopo emergenza.
«Cardinale, cardinale» implora a voce alta un prete grande e grosso, padre Majeed Hazem che anima uno di questi campi. «Ci mandi un generatore. Qui la temperatura supera i 50 gradi e la stagione calda è lunga. I container sono invivibili e l’elettricità oltre che i condizionatori ci consentirebbe anche un minimo di servizi». Costo 10 mila dollari, meno di una utilitaria e basterebbe per migliorare la vita di mille persone.
La Diocesi di Milano non è rimasta a guardare: il cardinale Scola ha portato qui 110 mila euro, raccolti tramite Caritas ambrosiana, che in precedenza aveva già inviato 145 mila euro.
Ci sono zone della città di Erbil in cui ogni luogo è utile per accogliere profughi: piazze, slarghi tra i condomini. In piccoli container da 5 metri per 2 ci stanno anche due famiglie, i bambini passano le giornate per strada. Le immaginette della Madonnina del Duomo che don Luciano, il segretario di Scola, distribuisce, diventano oggetto di contesa tra i più piccoli. Oltre alla sopravvivenza ci sono altri problemi che non sono meno urgenti: questi piccoli da un anno non vanno più a scuola, nessuno studia. «C’è il rischio che i più giovani scappino all’estero. Sarebbe una grave perdita per il Paese, per la comunità cristiana e per la Chiesa intera», spiega il cardinale Scola. «Ho visto bambini senza un braccio, persone che portano i segni delle ferite da bombe, famiglie che hanno avuto morti a causa delle persecuzione, tutti portano il dolore per essere stati costretti a lasciare la propria casa, sradicati dalla propria terra».
Il ricordo di quello che hanno perso, della drammatica fuga, dei legami spezzati, di quelli che hanno visto morire, è una prova nella prova per i profughi. Padre Amanoel, profugo anche lui da Mosul, racconta con strazio e rabbia di come «la mia chiesa, presa da Isis, ora è luogo di tortura e un magazzino di armi».
Tutti aspirano a ritornare a quella che era la loro casa ma al momento è impossibile. «Non hanno lavoro, una vera abitazione: al momento per loro, nella condizione in cui sono, non vedo futuro – aggiunge Scola. – Occorre che l’Occidente intervenga in fretta per aiutarli. O il futuro lo cercheranno bussando alle porte dell’Europa». E poi un appello forte contro l’immobilismo. «Occorre che la politica internazionale prenda delle decisioni, che l’Occidente dichiari la reale volontà di fermare Isis, altrimenti la gente perderà la speranza, non possono resistere ancora molto».
Il patriarca Sako, punto di riferimento per questi cristiani ammassati nei campi, sostiene la necessità di un’azione militare, dell’ingerenza umanitaria, per fermare Isis e ridare casa e terra a chi ne è stato privato.
In gioco ci sono, secondo il cardinale Scola, i diritti fondamentali di queste persone. «Occorre che gli Stati garantiscano il rispetto dei diritti fondamentali di ciascuno. Diritti che vengono prima della religione che ciascuno professa. La cittadinanza deve essere riconosciuta come tale, come base di uguaglianza effettiva. I cristiani curdi, nemmeno sulla carta hanno gli stessi diritti degli altri cittadini musulmani. Per questo impegno le Chiese devono fare di più; io stesso, personalmente, voglio fare di più».
Alcuni religiosi che lavorano con i profughi interpellano l’Arcivescovo di Milano e con lui la Chiesa intera. «Cosa fate per noi? Perché non alzate la voce per noi? Perché nessuno ferma gli aggressori?».

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