Nell’ultima tappa della Visita pastorale feriale prima della pausa estiva, ai numerosi fedeli che gremivano la Basilica di Santa Maria Assunta, l’Arcivescovo ha indicato la necessità di un impegno a 360° nella vita ecclesiale e sociale

di Annamaria BRACCINI

Visita pastorale Gallarate3

È una realtà diversificata, estesa e popolosissima – 152 mila abitanti, con 36 parrocchie diffuse sul territorio di 12 Comuni -, quella che accoglie il cardinale Scola nella Basilica di Santa Maria Assunta per la Visita pastorale al Decanato di Gallarate. «La sua presenza è motivo di gioia e speranza perché è segno di Gesù Buon Pastore», dice subito il decano, monsignor Ivano Valagussa. Tanta la gente riunita per l’assemblea, molte centinaia di laici gremiscono la chiesa, nelle cui prime file siedono oltre 40 sacerdoti, religiose di diverse congregazioni e una rappresentanza dei giovani del Decanato, che sul sagrato hanno dato il benvenuto all’Arcivescovo. «Ci siamo preparati con un lavoro di verifica e di progettazione, coordinato dal Consiglio pastorale decanale, che ha portato a formulare le domande che le poniamo per essere sempre più Chiesa di comunione e di missione, che richiede conversione, dialogo, perdono», conclude monsignor Valagussa, cui è accanto il vicario di Zona II, monsignor Franco Agnesi.

«Lo stile con cui si vive l’assemblea muta se abbiamo uno spirito di confessione: deve essere questo ciò che anima questa nostra assemblea ecclesiale. Dall’ascolto della Parola, in cui è Gesù stesso che ci parla, e dall’Eucaristia, in cui siamo incorporati a Lui, traiamo l’essere spalancati a Dio senza nascondimento e infingimenti. In ogni nostra assemblea, per la potenza dello Spirito, dobbiamo fare emergere la presenza del Risorto che è tra noi, consapevoli che in tale gesto siamo afferrati da Gesù», riflette in apertura il Cardinale, spiegando poi i criteri con cui vivere anche l’articolazione della Visita: voluta dal Consiglio episcopale milanese con un primo momento di presenza dell’Arcivescovo, un secondo di capillarizzazione e, infine, un terzo step da realizzare attraverso un’azione concreta, da compiere sotto la guida del Vicario episcopale. Chiaro anche l’obiettivo, «nel rispetto della pluriformità, che ha la genesi nell’unità di chi ha in comune la figura amata di Gesù: superare il fossato sempre più grave tra fede e vita. Basti pensare che su 5 milioni e mezzo di fedeli della Diocesi di Milano, l’80% ha perso la strada di casa», sottolinea Scola.

Si avvia poi il dialogo, con due domande sul coinvolgimento delle famiglie nella pastorale e sulla comunità come soggetto evangelizzatore. «C’è una parola che riunisce i due interrogativi: la parola soggetto – osserva l’Arcivescovo -. Non è un particolare perché noi, per troppo tempo, ci siamo considerati “clienti” della Chiesa, non attori, non co-protagonisti, tanto che la famiglia come soggetto e Chiesa domestica, secondo la definizione dei Padri ripresa dal Concilio, fa ancora fatica a emergere. Invece parlare di soggetto, a proposito della comunità e della famiglia, significa mettersi in gioco, anzitutto, come persona singola e come “noi” ecclesiale, rischiando attivamente e documentando le cose belle che il Signore opera nella nostra vita personale e comunitaria. Se questo non accade è perché il quotidiano non è investito dai criteri di vita e dai sentimenti di Gesù. Infatti rischiamo di farci influenzare dal pensiero dominante per quanto riguarda il modo di vivere gli affetti, il quartiere, la città, i rapporti familiari, il dolore».

Al contrario, suggerisce Scola, «una famiglia diventa attiva in pastorale vivendosi, prima di tutto nella vita quotidiana, come soggetto di evangelizzazione. Riprendere a incontrarsi con questo stile familiare, partendo dai bisogni concreti di una persona, vedendo cosa dice la Parola di Dio in proposito, deve essere abituale. Si tratta di vivere i Fondamentali della Chiesa di Gerusalemme – in apertura l’Assemblea ha letto il passo di Atti, 2, 42-47 in cui essi vengono descritti, ndr – con forme adatte alla nostra cultura e con sensibilità adeguate all’oggi. Avere i sentimenti di Cristo è il salto di qualità che occorre fare in questa epoca complessa, sperimentando il cristianesimo nei suoi due poli: la persona, il soggetto che ha incontrato personalmente Cristo, e la comunità ecclesiale. Lo scopo della comunità è far fiorire la persona, ma quest’ultima senza il “noi” non trova il suo volto in maniera compiuta. “Io, ma non più io”: questo è l’amore vero e carico di intelligenza».

Si passa a domande sulla pastorale cittadina nei Comuni del Decanato, su «quale ministerialità laicale promuovere oggi per affrontare i cambiamenti della missionarietà e quale cura coltivare per le vocazioni di speciale consacrazione». «Non ci sono “istruzioni per l’uso” per quanto ha che fare con la vita in senso sostanziale – chiarisce il Cardinale -. Tuttavia si può dire che l’impegno civile è una delle espressioni importantissime della comunicazione della bellezza di aver incontrato Gesù, della nostra appartenenza a Lui e dell’attrattiva della vita comunitaria che ne scaturisce. Ciò che conta è che il soggetto viva, affrontando con i fratelli e le sorelle le circostanze, i rapporti facili e difficili di ogni giorno. Questo produce un cambiamento che, per la forza della testimonianza, tende a contagiare chi incontriamo. Se la nostra incidenza nella società è diminuita è perché la frattura tra fede e vita si è allargata e non vediamo più che i problemi enormi di oggi possono essere vissuti con tutti gli uomini, indipendentemente dal loro credere, in un confronto che ha bisogno, però, di proposte e di risposte». Immediato l’esempio dell’attivissimo Decanato di Gallarate: «Se viviamo nelle nostre comunità parrocchiali in maniera ipergenerosa e impegnata, ciò sia espressione di una vitalità della vita bella che si comunica. Come fa un cristiano a non impegnarsi nella giustizia, per le politiche familiari, per la libertà nella scuola, per la difesa della vita? La missione è appunto il modo che abbiamo per vivere l’impegno di tutti, essendo chiamati ad aiutarci e a documentare che la proposta cristiana è feconda dal punto di vista della convivenza civile». Da qui la necessità di passare da un cristianesimo per convenzione a uno di convinzione. Cita il Cardinale il documento firmato da tutte le principali associazioni e movimenti presenti nella nostra Chiesa sulla concezione della politica – «non è un pronunciamento partitico» -, che sarà reso pubblico nelle ore successive: «È la prima volta che ci si esprime con una sola voce ed è un’espressione molto bella: non ci sono dietro i preti, ma sono i laici che si sono fatti soggetto nella società civile».

Sulla questione delle vocazioni, poi, una precisazione: «Non credo a una pastorale vocazionale che possa essere separata da quella giovanile. La prima vocazione è la vita, è seguire Gesù. Anche il gesto di stasera è una chiamata ad accogliere con cuore commosso il ripartire di ogni mattina grazie a Cristo. Questo dobbiamo far capire ai ragazzi».

Infine, ancora un paio di interrogativi sulla «Chiesa in uscita» e sul fenomeno delle migrazioni. «Tutto parte dalla presenza contemporanea di Cristo tra noi e nella storia. Chiediamoci se Gesù è un “tu” o un semplice spunto. Se i nostri ragazzi, dopo la Confermazione, si allontanano da un’esperienza vissuta di Chiesa, significa che non hanno fatto un incontro capace di investire tutta la vita. Una comunità che offre solo una sommatoria di servizi non permette certo di dire la bellezza dell’incontro. Guardiamo a quello che indica papa Francesco: occorre rompere con la logica dell’annuncio di Cristo come fosse una strategia e guardare alla testimonianza come modo di conoscere la realtà».

E di fronte alle migrazioni l’Arcivescovo conclude: «È ormai un fenomeno strutturale che durerà decine di anni (basti pensare che solo a Gallarate il 17% di immigrati significa più di novemila persone). «Continuate con equilibrio la bella accoglienza che già operate. Dobbiamo farci prossimo, ma occorre che ognuno, dai singoli ai corpi intermedi e alle istituzioni, faccia la propria parte. Poi, è nella società civile – le scuole, gli oratori, i quartieri – che si costruisce l’integrazione. C’è un martirio del sangue – ricordiamo che ci sono più martiri oggi di quanti ve ne siano stati all’inizio del cristianesimo, guardiamo ai cristiani di Aleppo e alla Nigeria – e uno quotidiano della pazienza che coinvolge anche tutti noi».

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