La “Madonna della Medaglia Miracolosa” è da cinquant’anni luogo di missionarietà e di fede attiva. L’Arcivescovo, presiedendo la celebrazione eucaristica nella chiesa consacrata nel 1962 dal cardinale Montini, ha indicato la forza che viene dalla testimonianza di carità e di impegno nella società

di Annamaria BRACCINI

Madonna della Medaglia Miracolosa

«I miei sono sentimenti di commozione e di gratitudine». Dice così il cardinale Scola entrando, accolto dal grande applauso delle centinaia di fedeli che lo attendono, nella parrocchia Madonna della Medaglia Miracolosa, zona Corvetto, decanato Vigentino. E così può accadere che sembri, davvero, quasi un miracolo che la giornata grigia, piena di pioggia che avvolge i grande viali e i cavalcavia tristi di questa popolosa zona periferica, diventi, dentro la chiesa, un momento pieno di melodie, di festa, di colori.  Quelli degli Scouts che sono nelle prime file, della gente fatta di tante famiglie giovani, dei bimbi. E d’altra parte, la presenza del Cardinale celebra un anniversario che data 50 anni fa: nello stesso giorno del 29 settembre – era il 1962 – infatti, alle 7,30 del mattino fu l’allora Arcivescovo di Milano, il cardinale Montini, a consacrare questa chiesa. 
Lo ricorda il parroco, padre Bruno Gonella, della Congregazione Lazzarista fondata da san Vincenzo de’ Paoli (sono più noti come Padri Vincenziani o della Missione), affidataria fin dalla sua fondazione, della parrocchia. Nata con il cosiddetto “Piano Montini”, che previde la costruzione di 22 nuove chiese nelle zone di nuovo insediamento popolare, nelle periferie milanesi “esplose” con il boom economico Anni ’60. Ventidue chiese, quanti furono i Concili Ecumenici, in vista del Concilio Vaticano II che sarebbe iniziato di lì a pochi giorni, l’11 ottobre 1962, così come l’11 ottobre prossimo si aprirà l’Anno della Fede.  L’Arcivescovo sottolinea la felice coincidenza – appunto parla di commozione – «anche perché sono passato centinaia di volte davanti alla vostra chiesa, lavorando con don Giussani», nota. 
Ma il suo pensiero va subito alla fede «dono immenso, capace di farci passare dalla tristezza, che talvolta ci attanaglia, alla gioia che viene dalla salvezza e dalla conversione». 
«Siamo usciti dalle nostre case, per celebrare il gesto più significativo che possiamo compiere, l’Eucaristia», continua il Cardinale, «ma occorre che questa stessa sia, come chiedeva il beato Giovanni Paolo II, uno stile di vita che illumina ogni nostra giornata, nell’impegno familiare, lavorativo, civile». 
Dunque, cristiani “testimoni” di vita buona «capaci di condividere la domanda di bisogno e di senso», che viene da tanti uomini e donne che incrociamo troppo distrattamente in questo tempo di travaglio e di crisi «che è, certo, crisi economica, ma soprattutto crisi più ampia, appunto di senso». 
Parole che, nel silenzio, attraversano – lo si capisce bene – le navate di questa parrocchia scarna nelle sue linee architettoniche, volutamente sobria, ma ricca di uno straordinario carisma di carità, con l’attività dei Padri Vincenziani, delle Figlie di San Vincenzo (molte di loro nelle prime file ad ascoltare il Cardinale), delle Suore della Carità dell’Assunzione (qui, in via Martinengo, hanno la Casa Generalizia), delle Memores Domini, presenti anch’esse.   
«La carità è ciò che legittima la verità», conclude l’Arcivescovo, «nulla come la sua forza evangelizzatrice sa raggiungere il cuore dell’uomo», scriveva Federico Ozanam. Carità che è anche compito attivo e missione anche di non tacere di fronte alle ingiustizie, di essere vigilanti sui valori – quelli fondamentali della vita da preservare, dal concepimento alla fine naturale, della condivisione, dell’edificazione di una società equa –, per cogliere, come volle appunto il Concilio, i segni dei tempi ed esserne attori e interpreti.

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