Il cardinale Scola, nella giornata dedicata alla Commemorazione dei Defunti, ha presieduto l’Eucaristia in un cimitero alla periferia di Milano e, successivamente, in Duomo.«La memoria dei nostri cari non sia nostalgica, ma apra al futuro»

di Annamaria BRACCINI

Scola defunti Duomo

Nel giorno dedicato alla memoria dei Defunti, sono davvero tante le persone che a Baggio, come in tutti i Cimiteri cittadini, si affollano per ricordare i propri cari e portare loro un fiore. 
Ed è appunto in questo camposanto, all’estrema periferia della città, che il cardinale Scola presiede l’Eucaristia, concelebrata da dodici sacerdoti delle parrocchie vicine, tra cui il decano di Baggio, don Alberto Lesmo, che porge il saluto di benvenuto. 
Dall’invocazione del Salmo, “Il tuo volto, Signore, io cerco”, prende avvio la riflessione dell’Arcivescovo, proposta al migliaio di fedeli che si sono riuniti all’aperto, nel grande piazzale all’ingresso del Cimitero. 
«Tutti abbiamo nel cuore questa invocazione per noi stessi e come desiderio che si sia già compiuta per i nostri cari passati all’altra riva, per i quali siamo qui», spiega il Cardinale. 
Una memoria, tuttavia, non nostalgica, ma viva e «che apre al futuro, perché vedere il volto di Dio, al di là di tutte le nostre debolezze, attraversa il quotidiano». E, poi, sono proprio «i nostri cari trapassati che ci richiamano a tale domanda che è centrale per i cristiani e per ogni uomo di buona volontà». 
Se già secoli prima di Cristo, Giobbe – come appena letto nella Liturgia della Parola – aveva compreso tutto questo, avendo detto, “Io Lo vedrò, i miei occhi Lo contempleranno” , «questa è pure l’affermazione consolante della nostra fede e che ogni uomo ha nel cuore, anche chi pensa che siamo destinati a finire in nulla, chi nega il dato che ha in sé un desiderio di durata, ossia che l’atto del morire non chiuda la nostra vicenda personale». 
La morte, per quanto psicologicamente temuta, infatti – suggerisce Scola -, è un passaggio dall’affetto dei nostri cari alla mano tesa del Padre, alla misericordia, quando rimarremo definitivamente nella contemplazione del Suo volto. Insomma, per usare la definizione paolina – «la più bella» – quando “saremo sempre con il Signore”: quel Cristo che ha allargato, con la sua venuta, la nostra parentela umana. 
«Ecco perché il Vangelo ci richiama alla condizione che, in anticipo, ci permette di avere la vita eterna: la fede da vivere nella modalità di fraternità che Gesù ha inaugurato con il suo donarsi».  
Nasce da qui un’importante conseguenza: «se Gesù, l’eterno Figlio vivo di Dio, è entrato nel tempo, anche il nostro modo di sperimentare questo stesso tempo deve cambiare. Non possiamo aspettare un “al di là” in maniera nebulosa, già fin da oggi dobbiamo vivere la nostra fede in piena comunione, testimoniando una nuova parentela carica di un amore reciproco che può arrivare fino alla preghiera per i nostri nemici e persecutori». 
Un grande aiuto, in questo contesto, viene dalle molte iniziative proposte dalla Chiesa ambrosiana, sottolinea il Cardinale, come la Visita Pastorale, l’Anno giubilare vissuto in Diocesi, il cammino della predicazione di Avvento e il grandissimo dono della visita a Milano del Papa, il 7 maggio prossimo. 
E tutto «affinché cresca questa fraternità, perché si ritrovi la pace, vivendo bene nella Comunità ecclesiale, seguendo i sacerdoti e offrendo testimonianza come laici che non sono clienti, ma protagonisti della Chiesa», 
Dunque, una fede da portare ogni giorno in ogni luogo, come soggetti di evangelizzazione e, insieme, costruttori di vita buona. 
«In una società che ha, talora, un carattere conflittuale perché vi sono visioni diverse, il cristiano deve essere un cittadino in senso pieno, proponendo con energia, senza volere imporre nulla a nessuno, gli aspetti fondamentali della vita» E pensa, il Cardinale, «al tema della famiglia, della procreazione, al modo di concepire l’accompagnamento nel dolore, soprattutto nel fine-vita, in modo che gli anziani non siano trattati secondo una logica di scarto, come dice il Papa; penso all’edificazione di una società giusta, di una Milano che si rinnovi sempre di più assumendo fino in fondo il suo volto di metropoli, così importante e significativo non solo per il Paese, ma per tutta l’Europa. E come dimenticare i fratelli uomini che raggiungono le nostre terre? Ognuno – la Chiesa, la società civile, la politica – deve fare la propria parte, perché tutto avvenga nel massimo di armonia possibile e si vada verso una società sempre più giusta in cui il gusto del bene comune prevalga. Consideriamo anche la necessità di recuperare un rapporto corretto nei confronti del Creato, cambiando piccole abitudini». 
Ne scaturirà un’armonia che è «consona alla Comunità cristiana e che diventa una proposta di confronto, personale e pubblico, con tutti i soggetti che sono presenti nella società. Attraverso il legame con i nostri cari defunti, la fede che rinnoviamo nell’Eucaristia cambi da subito ogni momento del nostro vivere». 
E prima di lasciare Baggio, un’ultima raccomandazione perché si faccia attenzione ai più giovani, specie da parte dei nonni «che, senza sostituirsi, ovviamente, ai genitori possono meglio insegnare il senso del dolore, della serietà del lavoro, della malattia». 
Tra i moltissimi che salutano, a fine Celebrazione, l’Arcivescovo, sono tanti i “grazie”, appunto, di chi ha i capelli bianchi, nonni felici di essere stati ricordati.  

Concetti – quelli del rapporto fecondo e reciproco tra noi e i defunti – sui quali il Cardinale torna, in Duomo, nell’ultima Eucaristia del 2 novembre. «Fare memoria viva significa immergersi con realismo nel mistero della morte per comprenderne il vero significato. È così avvertiamo subito nel nostro cuore la certezza, la sicurezza della nostra risurrezione. A questo ci invita la Prima Lettera di san Paolo ai Corinzi che introduce a capire cosa sarà il mistero della morte, attraverso quella parola imprevedibile che è “trasformazione”. Si creerà, così in noi tutti, una discontinuità nella continuità. Ancora san Paolo, utilizzando il verbo “inghiottita nella vittoria” per la morte, fa comprendere la potenza salvifica di Cristo che, con la croce, ci trasformerà dal corpo mortale a quello immortale. Accogliamo tale certezza ed evitiamo di dimenticare, nel nostro cammino quotidiano, il destino che ci attende che è destino di gloria».  
Le splendide espressioni di Paolo VI, nel “Pensiero alla morte”, definiscono, in ultimo, il significato complessivo di una giornata di ricordo e di speranza cristiana. “Davanti alla misteriosa metamorfosi che sta per compiersi nell’essere mio – scriveva il beato Montini -,  vedo che la considerazione prevalente si fa estremamente personale…. E vedo, però, che questa suprema considerazione non può svolgersi che in un monologo soggettivo, essa deve svolgersi in dialogo con la realtà divina donde vengo e dove certamente vado. Credo, o Signore”    
«Questa sia anche la nostra affermazione, nella preghiera reciproca che ci lega ai nostra trapassati: credo, Signore, nella risurrezione dei morti, credo che rivedremo i nostri cari, credo che saremo sempre con Te».  

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