Il Cardinale ha tenuto la Lectio Magistralis conclusiva del Convegno “La cura al confine. Le relazioni di cura tra incontro e cultura dello scarto”, promosso da “Medicina e Persona”. Ai molti partecipanti presenti e giunti da tutta Italia, ha raccomandato la necessità di agire e riflettere su una “cura” complessiva della persona «che è, in sé, missione»

di Annamaria BRACCINI

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«Un lavoro importante e decisivo nella situazione attuale, inimmaginabile fino a dieci anni fa quando tutto era demandato alle strutture ospedaliere». Il cardinale Scola definisce così il tema e l’obiettivo del Convegno nazionale, “La cura al confine. Le relazioni di cura tra incontro e cultura dello scarto”, promosso da “Medicina e Persona”, in collaborazione con la Diocesi e Caritas Ambrosiana. 
Una Due giorni svoltasi presso il Centro Pastorale Ambrosiano di Seveso e che, a Milano nel Centro di Via Sant’Antonio, vede la Lectio Magistralis conclusiva dell’Arcivescovo, introdotta dalla riflessione di Giorgio Cerati, psichiatra della “Fondazione Ospedali Onlus di Legnano”. Anche se, come nota il vicario episcopale, monsignor Luca Bressan, non si tratta di una vera fine, ma di un inizio«perché indicheremo gli esiti dell’assise alle Cappellanie ospedaliere e come Corso di Aggiornamento per Operatori sanitari».
«Non c’è uomo che può nascondersi davanti a Dio, come dice l’autore della Lettera agli Ebrei, quindi, occorre porsi in quell’atteggiamento di Confessione che dovrebbe sempre caratterizzare la vita del cristiano anche trattando queste tematiche», osserva l’Arcivescovo nel primo punto della sua Lectio dedicato a “Cura e angoscia”.  
Anzitutto, si deve distinguere tra “care” e “cure” (utilizzando la nota differenziazione anglosassone, tra un complessivo “prendersi cura” della persona e l’intervento medico), poiché la cura, in questo cambiamento di epoca, è una categoria che assume ormai un significato universale. Se non si vuole cadere nel limbo delle buone intenzioni o scivolare nell’ideologia, bisogna porre una premessa: il Signore non è venuto per risparmiare all’uomo ciò che è legato strutturalmente alla sua condizione di contingenza e che si esprime nel dolore, nella sofferenza e nella morte terrena generanti angoscia», sottolinea il Cardinale. 
Se questi sono gli “a priori” della condizione terrena, «il cristiano non accede alle letture proposte soprattutto nella seconda parte dell’epoca moderna con la filosofia tedesca – suggerisce Scola – o a quelle esistenzialiste, perché la sua posizione è diversa. Diceva Von Balthasar che le tre realtà cui abbiamo fatto riferimento, generando angoscia, sono naturali. Ciò implica la domanda di cura». 
Da qui un secondo punto, anche in questo caso una sorta di premessa, definito, in sintesi, “L’angoscia di Cristo e del peccatore”. 
«La fede cattolica ci insegna che ogni Grazia è puro dono che proviene dalla Croce. L’angoscia salvifica di Cristo si è mostrata nella sua conoscenza totale di quale orrenda tragedia sia il peccato, lontananza assoluta dal Padre, fino a smarrirne il volto, abisso mortale. La singolarità irripetibile della morte di Cristo è anche la singolarità della sua angoscia, scelta in nostro favore. Il suo è un dono. Le strabilianti possibilità della “cure”, oggi a disposizione, inducono spesso a rimuovere questo orizzonte non solo dalla pratica, ma anche dal modo di riflettere su di essa». Ma come si può parlare di cura e di scarto, senza un preciso orizzonte di senso, si chiede il Cardinale. Come è ovvio, non si può, soprattutto considerando che dall’angoscia di Cristo viene la vittoria della morte. 
«Si deve distinguere bene tra angoscia derivante dal peccato e quella che viene dalla Croce che è amore. Nel dinamismo della conversione, reso possibile dall’atteggiamento di Confessione, si rende possibile un trapasso dalla prima alla seconda angoscia che ha valore positivo e, come scopo, la vita dell’uomo nuovo caratterizzata da una liberazione capace di renderla feconda. L’angoscia della Croce, che vince in noi quella del peccato, è chiaramente proposta nella sollecitudine per il prossimo. Questo è il locus specifico della cura, che è missione in sé». 
Altro passo, “L’angoscia come affermazione del reale”: «Nel concreto, se non si ha la coscienza di questi poteri – dolore, sofferenza e morte – che marcano l’angoscia dell’esistenza e indicano la scoperta della finitezza e contingenza umana, si manca la realtà. Un reale che è intelligibile all’uomo che è capace di ospitarlo: si inserisce così l’insopprimibile questione del senso». 
Se è chiaro a tutti “Il peso della natura corporea dell’umana esistenza” (questo il titolo di un ulteriore capitolo della Lectio sviluppata dall’Arcivescovo) e che l’uomo è uno di anima e di corpo, «occorre comunque dire che il corpo stesso è il fattore di mediazione tra “me” e il mondo, come si rende evidente nella malattia. Per questo non amando in modo integrale e realistico, non si ha vera  cura e questo vale anche per il rapporto medico e paziente». 
Ovvio che questo porti alla domanda delle domande: È possibile fare a meno del corpo ed essere ancora viventi? Se il corpo possiede, nel suo essere carne, questa forza mediativa incoercibile, documentata dalla potenza dell’eros, è realmente insuperabile? «L’invenzione delle cure palliative e la modalità dell’accompagnamento, per quanto possibile, pacifico del morente, è sufficiente per parlare di una vittoria sulla morte? Quale via percorrere per rispondere a tale questione? Sul rapporto senso-cura dobbiamo trattenere il dato fondamentale: il corpo vivente non ha ultimamente a che fare con la sua interiorità spaziale e quantitativa di tipo biologico. Il corpo prende forma dall’intimo dell’io stesso e, in questo modo, guadagna un’importanza capitale, per dire “e io che sono”? Nella cultura contemporanea c’è sempre più la tendenza a dire che se finisce il corpo tutto è concluso. Questa visione si supera, certo, nel dinamismo della fede, ma anche dal punto di vista di una comprensione antropologica adeguata dell’uomo che è sempre uno di anima e di corpo. Se si arriva a percepire che il corpo non è definibile solo maniera bio-spaziale, si vede l’aspetto di trascendenza insito nel corpo stesso. Chi muore nel Signore partecipa della sua opera di redenzione e la morte diventa, allora, per ciascuno di noi, l’ultimo dono terreno e l’ingresso in quel paradiso a cui agogniamo. L’Aldilà non va visto, in nessun modo, in termini spaziali e temporali, ma di relazione profonda, “di cuore a cuore”: questa è la cura. Pensiamo al paradiso come luogo di relazioni beate nella grande casa fatta di porte aperte che è la Trinità». 
Infine, un’ultima puntualizzazione del Cardinale sulla differenza tra i termini di “limite” e “finitudine”, da lui usati per descrivere la natura umana: «Esiste un significato positivo della finitudine che dice figliolanza e mette in risalto che siamo voluti e amati, fin dal concepimento, da Dio. Questa è la ragione ultima per la cura. Il riferimento a Dio giustifica una passione per l’umano che può essere definita come cura, cartina di tornasole del grado di civiltà di un popolo e di un Paese, al contrario della cultura dello scarto. Noi crediamo nella Risurrezione e questo evento dà alla nostra fede una grande speranza per consolarci del nostro pellegrinaggio terreno, perché siamo in una via non consistente in luoghi, ma in affetti», spiega Scola citando sant’Agostino. «Invece, il concetto di limite elimina la relazione con Dio perché pensa l’uomo indipendentemente da Lui, mentre la parola contingenza o finitudine si fonda su questo rapporto costitutivo. È solo l’amore che spiega la finitudine umana e l’imperfezione. E, per questo, senza amore non c’è cura».  
Quella “medicina buona”, di cui vi è urgente bisogno, oggi, di fronte «a tanti tradimenti nella dimensione di cura, alla torre di Babele dei linguaggi attuali della medicina che allontanano le persone», come aveva segnalato Cerati nella sua introduzione evidenziando la portata del Lavoro preparatorio del Convegno durato due anni e che ha toccato ambiti sensibili come «il disagio adolescenziale, le dipendenze, l’accompagnamento degli anziani, la malattia mentale, il sostegno al problema psichiatrico anche dei detenuti, la prevenzione del suicidio». 

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