L'Arcivescovo ha incontrato i Catecumeni 2017 con i loro catechisti, sacerdoti, padrini, madrine e accompagnatori. Nel dialogo che si articolato attraverso 9 domande, il Cardinale ha indicato il significato della scelta di diventare cristiani e la responsabilità che ne deriva

di Annamaria BRACCINI

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Un incontro tradizionale, ma mai scontato, per il dialogo che ne nasce e le indicazioni di cammino sulle quali riflettere. È il momento in cui, nella giornata di Ritiro dei Candidati ai Sacramenti, il cardinale Scola dialoga con i Catecumeni che riceveranno il Battesimo nella Veglia pasquale. 89 adulti, quest’anno, in maggioranza stranieri (65%), con una presenza del  64% di donne. Il gruppo nazionale di gran lunga più numeroso è quello albanese, il 31% sul totale, poi, gli italiani, ma anche 4 cittadini provenienti dalla Cina, 3 dall’Ecuador, 2 da Cuba.
Nel Salone Pio XII del Centro Pastorale di Via Sant’Antonio, le domande che vengono poste all’Arcivescovo, presenti il vicario episcopale per l’Evangelizzazione e i Sacramenti, monsignor Pierantonio Tremolada e il responsabile del Servizio Diocesano per la Catechesi, don Antonio Costabile, sono il frutto dei precedenti Lavori di Gruppo pomeridiani. 

Il Papa, la Comunità cristiana, il battesimo  

Inizia Danilo che chiede quali siano le impressioni dell’Arcivescovo sulla Visita del Papa; Daniela, da Sesto San Giovanni, dice: «Vorremmo capire cosa ci aspetta e cosa si aspetta la Comunità da noi»; Federico di Pero si interroga se abbia maggiore significato ricevere il battesimo da piccoli o da adulti consapevoli. 
«Questa occasione è, per la nostra Chiesa, un elemento importante e decisivo. Voi siete nuovi germogli che si innestano sulla nostra realtà di Chiesa molto antica, nata 1800 anni fa. Il fatto che persone adulte, mosse dal dono di Cristo attraverso lo Spirito, decidano di entrare nella vita della Chiesa cattolica significa un fattore di grande gioia e di consolazione», chiarisce subito l’Arcivescovo facendo riferimento alla consegna ai Catecumeni del Credo, durante la Veglia in Traditione Symboli, con i giovani dell’intera Diocesi. «Stasera, in Duomo, anche a voi verrà consegnato il Simbolo della Fede: ricordate che è un sentiero largo in mezzo a un bosco che traccia il percorso. Questo già dice cosa dovete aspettarvi e cosa dovete dare alla Comunità di cui diventate membri a pieno titolo». 
Torna l’emozione per la presenza del Santo Padre a Milano: «C’è un rapporto molto profondo tra il passo che state compiendo e la Visita: Se lo scopo della missione del Papa nella Chiesa è confermare i fratelli nella fede e nell’amore, così voi, aderendo alla Chiesa, confermate a noi la bellezza della nostra fede. Se giovani che sono originari della Cina, o di altre parti del mondo, sono tra noi per ricevere il battesimo, ciò è segno che la Chiesa è viva, al di là di tutte le sue fatiche». 
Qui che nasce quella che Scola chiama la “consolazione”, come quando «in questa stagione, anche su tronchi vecchi, screpolati e piagati, vediamo nascere dei germogli. La parola consolazione vuole dire che c’è un “noi” che non ti lascia mai solo». 
Laddove «la solitudine è il dramma dell’uomo di oggi», pur essendo immersi, in tempo reale, in un mare di informazioni e connessioni, si fa, allora evidente e cruciale il ruolo della Comunità. 
«Da essa potere attendervi la fraternità, un legame potente che, la di là dei nostri difetti, ci indica qualcuno che ci sostiene sempre. Anche nella tragedia del peccato, se domandiamo perdono, troviamo Gesù pronto a rialzarci. Voi ricevete una nuova modalità di essere fratelli e sorelle che non annulla quella della carne e del sangue, ma la allarga e la potenzia». 
Il pensiero non può che andare «ai cristiani che hanno patito, e continuano a farlo, in tanti Paesi del mondo; a chi, per andare solo a Messa, rischia di non tornare a casa; al terrorismo che colpisce anche in Europa», tanto che – come dice papa Francesco – ci sono oggi più martiri che all’inizio del Cristianesimo. 
È di fronte a tutto questo che «Cristo ci ha aperto una speranza, ha voluto essere presente lungo tutta la storia, nel tempo e nello spazio, attraverso la Comunità cristiana che viene dall’Eucaristia. Meditando il Credo, dovete pensare che entrate nella famiglia che ha in comune Gesù, senso della vita, per cui tanti hanno dato e danno la loro esistenza. Ciò implica uno stile ben preciso fondato sul simbolo, appunto, sul Credo che non è una dichiarazione di formule, ma la concentrazione, in poche parole, della vita di Gesù e di quanto Egli ci ha già donato e promesso per il nostro futuro. Cristo è vivo se è viva la nostra fraternità, solo se è veramente determinata da Lui». 
Chiara la consegna: «Un atteggiamento di confessione, la disposizione al perdono, ad aiutarci a trasferire nella rapporto quotidiano la proposta di vita bella e piena, è ciò con cui dovete dare alla Chiesa. Assumete personalmente la responsabilità di comunicare tutto questo. Annunciare in ogni situazione la bellezza dell’incontro con Cristo che prosegue nella vita della Comunità. L’accorrere spontaneo e libero, al passaggio del Santo Padre per le strade, mi ha colpito moltissimo e ci dice che questa proposta, se incontra testimoni autentici come il Papa, rappresenta una grande risorsa per il tempo di oggi». 
Poi, la risposta alla domanda sul battesimo ricevuto da bimbi o da adulti. «La grande usanza del battesimo dei bambini vuole rispettare il dato che, volendo bene ai figli, i genitori cercano di dare tutto ciò che sembra giusto offrire perché il bimbo cresca bene. Se si reputa che uno dei doni più grandi è avere incontrato il Signore, è chiaro che si mette a disposizione dei piccoli il battesimo, assumendo la responsabilità educativa forte di accompagnarli nella fede. Per questo, nella nostra Chiesa ambrosiana, abbiamo anticipato il tempo della Comunione e della Cresima, perché, mentre i ragazzi si aprono alla vita, abbiano la compagnia di Gesù. Voi testimoniate che il dono del battesimo fin dall’infanzia non è un obiezione alla libertà, perché lo scegliete, con consapevolezza, da adulti». 

L’incontro che genera la testimonianza 

Arrivano altri interrogativi: da John un ragazzo inglese – «come fare con tanti nostri amici e coetanei che perdono la fede?»; da Matilda, che, attraverso l’icona scelta quest’anno dai Candidati (la Guarigione dello storpio in Atti 3, 1-10), si chiede come «si fa a comprendere che Gesù ci dà molto di più di quanto chiediamo, anche se pare dare meno»; ancora Maida, di Milano, nel gruppo con l’80% di stranieri: «come aiutare i migranti ad avvicinarsi alla Chiesa?». 
«Queste tre domande sono legate da che cosa, nel profondo, ha portato tutti noi a essere qui: è perché a un certo punto della nostra esistenza abbiamo incontrato qualcuno, una realtà o qualcosa che ci aperto un orizzonte nuovo, facendoci guardare al futuro con una prospettiva di felicità e di compimento». Il problema è, semmai, di essere autentici testimoni di tale incontro, perché ognuno può comunicare solo ciò che è. 
«Se credo che rivedrò in miei cari passati all’altra riva, è chiaro che mi comporterò, nella vita, in modo diverso, se amo la Chiesa sarò teso a condividere il bisogno di chi è emarginato, di chi vive una cultura di scarto, a sentire dolore per chi ha perso tragicamente la vita ieri a Stoccolma. Se seguo Gesù, maturiamo un certo modo di concepire la vita in senso personale e comunitario e questo inevitabilmente lo comunichiamo con libertà agli altri. L’esperienza cristiana passa solo da testimonianza a testimonianza: questa è anche la modalità per accogliere i nostri fratelli che lasciano i loro Paesi per povertà e guerre. In una realtà, che si fa sempre più interculturale, è importante che chi viene da tradizioni e fedi lontane, testimoni che il Cristianesimo vale per tutti, come si evidenzia dal fatto che ogni domenica, in ogni parte del mondo, si celebra la stessa Messa». 
In questa logica si situa anche la risposta alla domanda di Matilda: «Gesù sembra “un di meno” quando non lo si segue in pienezza. Il Cristianesimo non è un luogo di divieti e anche quando i Comandamenti iniziano con un “no”, questo è solo per indicare la via della pienezza». 

Il futuro, le difficoltà, i Social media e la fede

Infine, Valentina chiede come affrontare le difficoltà nel tempo che verrà e Martina dice: «Avendo scelto da adulti di fare quanto passo, come superare lo “sfasamento” tra ciò che inizia e la vita precedente?; da Bicran, l’ultima domanda: «cosa pensa dei Social media e come porre la fede e la religione in  rapporto con essi?»
«Le difficoltà sono parte dell’esistenza, ma vanno affrontate sapendo cosa ci aspetta: la Casa delle porte aperte che è la Trinità. L’incontro con Gesù valorizza tutto il passato, perché nulla va perduto, nemmeno il peccato, se riconosciuto, come dice sant’Agostino. Il Signore è come una luce che illumina tutto il cammino: su questo potete stare tranquilli». 
«Noi andiamo verso un tempo in cui il virtuale e l’artificiale si imporranno sempre più, basti pensare alle ultime scoperte sul DNA. Come sempre, anche per i Social media, la questione è come si usano, bisogna chiedersi come metterli a servizio degli altri. Pensiamo che, attraverso i Social, c’è anche chi comunica il Vangelo». 

 

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