Il cardinale Scola in Duomo ha presieduto la Celebrazione eucaristica per rendere grazie della Canonizzazione di Madre Teresa di Calcutta. «Guardiamo alle prove e al dolore con la stessa certezza nella Risurrezione e gioia che fu di Madre Teresa», ha detto l’Arcivescovo

di Annamaria BRACCINI

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Una fede vissuta con la gioia di chi ha compreso, fino in fondo, il destino di amore che attraversa, con il Signore, la vita umana, ogni vita, anche la più disperata, sola e abbandonata.   
In Duomo, il cardinale Scola – presenti le Missionarie della Carità che, a Milano, gestiscono una Casa di Accoglienza a Baggio – presiede la Celebrazione eucaristica per rendere grazie della Canonizzazione di Madre Teresa di Calcutta. A poco meno di due mesi dalla solenne proclamazione della sua santità, avvenuta il 4 settembre scorso in una piazza San Pietro gremita e indimenticabile, la figura del piccola suora (una sua immagine è posta in altare maggiore) risplende, in tutta la sua grandezza, come «portavoce, soprattutto tra gli ultimi, della suprema testimonianza del dono totale di sé di Cristo sulla Croce, dell’alleanza nuziale, del legame sponsale tra Dio e l’uomo, annunciato più volte nell’Antico Testamento e che si realizza per sempre in Gesù». In Cristo, nell’amore, appunto, che dà gioia e permette di vivere la santità famosa e riconosciuta e quella privata di tanti santi che sono ogni giorno tra noi.
Racconta, così, l’Arcivescovo una vicenda nota, ma sulla quale si dovrebbe sempre riflettere. «Una volta, a chi le chiese come facessero le sue giovani consorelle a chinarsi sui poveri moribondi di Calcutta, devastati da piaghe ributtanti, ella rispose con disarmante e convincente semplicità propria dei grandi Santi: “Esse amano Gesù e trasformano in azione vivente questo loro amore”».
Questo il criterio di vita, scandisce Scola, che dovremmo avere come cristiani. 
«Senza dubbio la radice profonda della santità di Madre Teresa e dell’intera opera da lei generata, sgorga dal “desiderio intenso di amarlo come non è mai stato amato prima”», secondo quanto scrisse la Santa, allora Suora di Loreto, a 36 anni. 
Anche se il rapporto di Madre Teresa con il Signore – lo si è appreso dopo la sua morte – non fu “facile”, luminoso, sereno, anzi, caratterizzato per lungo tempo dalla la drammaticità del “silenzio”, dell’“abbandono” e addirittura del “rifiuto” terribile, (“Più desidero Lui, meno sono desiderata”), fu questa stessa sofferenza a formare in lei la forza. 
Ella «prova, nella sua carne, la misteriosa condivisione della malattia dello spirito che sembra ampiamente contraddistinguere la nostra vita, e se ne addossa il peso. La piccola suora solidarizza in tal modo con l’angoscia di noi uomini di oggi, provati dall’incapacità di riconoscere la presenza quotidiana di Dio nell’esistenza. Siamo distratti, dimentichi, presi dall’oblio di Dio», sottolinea, non a caso, l’Arcivescovo.  
«Croce e resurrezione sono, invece, per il cristiano un binomio indisgiungibile. Madre Teresa lo imparò nella sua carne. Ella, nel sì totale a Cristo e alla missione che Lui le aveva affidato, sperimentò il miracolo della vera gioia, tanto che non si stancava di raccomandare alle sue figlie: “Ricordatevi che la Passione di Cristo sfocia sempre nella gioia della Sua Risurrezione. Perciò, quando sentite nel vostro cuore le sofferenze di Cristo, ricordate che deve venire la Risurrezione, che deve sorgere la gioia di Pasqua”». 
«Quale modo di guardare al dolore, alle prove, alle nostre fragilità», riflette, con voce forte e chiara rivolta a tutti, il Cardinale.
Per questa ragione, molto profonda e insieme molto semplice, aggiunge, «quella di Madre Teresa è una santità universalmente riconosciuta, non solo dal popolo cristiano, ma anche dal cuore di ogni uomo di buona volontà, come vediamo in India».
Il riferimento va al Vangelo di Matteo al capitolo 22: «L’invito del re è del tutto gratuito, non c’è bisogno di meritarselo, né di pagare qualcosa per ottenerlo. Eppure alcuni disprezzano – e forse anche noi – il dono offerto, ritengono di aver altro di più importante da fare: ecco la ragione del l’oblio; una minoranza, addirittura, è presa da rancore che spinge fino a insultare e a uccidere i servi del re».
Ma il re – ovviamente il Signore – non si arrende ed è la nostra fortuna. Invia di nuovo «ai crocicchi delle strade» – oggi diremmo, con papa Francesco – alle periferie per invitare ognuno alle nozze, per aprire a tutti una prospettiva di salvezza. La misericordia di Gesù, la potenza del Vangelo non può essere fermata: per questo la figura di Madre Teresa ci invita a una più convinta memoria di Gesù come condizione di vera gioia».
E, alla fine, ancora un ringraziamento e una speranza: «In questa Messa portiamo  il nostro grazie alle figlie di Madre Teresa che operano in mezzo a noi e ai tanti volontari che le sostengono. Pensiamo anche a tutte le Comunità sparse per il mondo e alle persone che donano parte del loro tempo a persone malate, esprimendo così quella carità che convince gli uomini e rende comprensibile la verità. Facciamo in modo che anche le giovani generazioni diano, con più dedizione, parte del loro tempo a questa azione in cui si impara a fare i conti con la propria imperfezione, a non sostituirsi a Dio, rendendolo invece presente in ogni nostra azione».

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