Al Centro culturale di Milano l’Arcivescovo è intervenuto alla presentazione del suo saggio “Un mondo misto. Il meticciamento tra realtà e speranza”. Un incontro a più voci che ha proposto analisi e possibili soluzioni del fenomeno migratorio

di Annamaria BRACCINI

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Una serata per parlare di ricerca della verità e di ascolto in una cultura che sia e si faccia carità. Questo il senso dell’incontro promosso dal Centro culturale di Milano per la presentazione del saggio del cardinale Angelo Scola Un mondo misto. Il meticciato tra realtà e speranza, edito da Jaca Book per la Collana “Città possibile”. Presenti l’autore e un folto pubblico, il dialogo si è articolato attraverso le riflessioni di Carlotta Sami (portavoce per il Sud Europa dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati), Enzo Moavero Milanesi (direttore della School of Law dell’Università Luiss, già ministro per gli Affari europei nei governi Monti e Letta) e Aldo Bonomi, fondatore del Consorzio Aaster. Aperto dal direttore del CmC, Camillo Fornasieri e da un breve intervento dell’assessore alla Cultura della Città metropolitana di Milano Filippo Del Corno – l’evento era inserito nella giornata di apertura della manifestazione BookCity -, il dialogo è stato moderato dalla giornalista di Repubblica Zita Dazzi, impegnata su temi sociali e inerenti l’attività dell’Arcivescovo e della Chiesa ambrosiana.

I “numeri” del fenomeno e l’analisi

Si parte così dai numeri del fenomeno migratorio in Italia per riflettere, come nota Del Corno, «con uno sforzo comune sul cammino del futuro». Se gli ultimi dati di Frontex dicono che ottobre è stato un mese record con 27 mila migranti arrivati, cosa succederà nei prossimi mesi?

«Ciò che preoccupa è la crescita esponenziale della migrazione forzata che interessa oggi 65,3 milioni di persone; un livello mai raggiunto nemmeno nella Seconda guerra mondiale – spiega Sami -. L’86% di questi vivono in otto Paesi che sono i più poveri del mondo. Sarebbe bene che l’Europa non si concentrasse solo su se stessa, ma allargasse lo sguardo. Pensiamo ai 4621 morti in mare nel 2016. L’unico modo per uscirne è sostenere quei Paesi e aprire vie legali. Tutti gli Stati lo sanno: le risorse mentali ci sono, ma manca la volontà politica».

Concorde Moavero che delinea il profilo di un’Europa litigiosa su tutto e incapace di fare sintesi: «Se rileggiamo la storia dell’Unione Europea vediamo che nasce da “un osare la sintesi”. Sintesi tra vinti e vincitori del secondo conflitto mondiale, tra diverse visioni del cristianesimo – un Europa cattolica definita “carolingia”, che tuttavia inglobava i Paesi protestanti -, una sintesi in grado, dopo la caduta del muro di Berlino, di annettere nuovi Paesi. Nella dichiarazione di Robert Schumann di oltre 65 anni fa, oggi, forse, saremmo tutti in una situazione meno drammatica».

La domanda è anche sulla possibilità di un nuovo “Piano Marshall”, più volte indicato da Scola come utile soluzione. «Penso che dovrebbe essere internazionale perché occorre che chi sta meglio si assuma responsabilità verso chi ha di meno – osserva Moavero Milanesi -. Non dimentichiamo che accogliere il rifugiato, non è solo una questione morale, ma di rispetto delle leggi internazionali perché, naturalmente se identificato, egli ha diritto all’asilo. Per riuscire a fare di più, la ricetta è una sola: smettere di rinfacciarsi i torti reciproci. In Europa, come in condominio, se si litiga non si decide niente e si va in rovina. Questo sarebbe il compito della politica, ma non lo sta facendo. Noi siamo tutti elettori, teniamone conto».

Il “salto di epoca” attuale

Bonomi, da parte sua, sottolinea: «Il tema vero è il salto di epoca: salto dei confini con le migrazioni per cui il Mediterraneo diventi un luogo-soglia e non una faglia. L’Europa non è andata in crisi solo ora, ma dai tempi della dissoluzione della Jugoslavia, quando abbiamo iniziato a non fare sintesi della crisi del Novecento. Su questo il Piano Marshall è l’utopia possibile. Io uso il termine sincretismo, non meticciato: o facciamo questa operazione di sincretismo, che è il destino che viene avanti, o il meticciamento non è possibile. L’identità, diceva Lévinas, non sta nel soggetto, ma nella relazione». Ancora Moavero: «Il respingimento è figlio di una cultura identitaria. La capacità di miscela culturale sarebbe una sfida non semplice, ma fondamentale: un cambiamento culturale di coscienza che porti all’azione».

Milano, negli ultimi tre anni, ha visto transitare oltre 120 mila profughi. «Esiste il rischio di una guerra tra poveri?», chiede Dazzi. Risponde Bonomi: «Per far diventare il meticciato realtà e speranza, bisogna “mettersi in mezzo”, ossia capire. In una crisi come l’attuale ci sono gli imprenditori politici del rancore, questa è la questione principale. Il problema non è raccontare quanto siamo buoni, ma capire, scomporre e ricomporre il rancore. Tuttavia a Milano c’è una buona comunità di cura: se la metropoli è veramente la città delle eccellenze, come si dice, convochi una Conferenza delle Nazioni, per vedere come si potrebbe uscire da questa situazione».

La riflessione dell’Arcivescovo

Alla fine è il Cardinale a prendere la parola: «Il meticciamento, che è una strada inevitabile, non può e non deve giungere a quel sincretismo che, se assunto come scopo, provoca fratture. Si tratta, invece, di orientare il processo in atto. Bisogna giocarsi, aprirsi al mondo, altrimenti pretendere che tutti vengano “sotto il sampanile” o a “suonare il campanello” non porta da nessuna parte».

Da ciò che il Cardinale definisce «lo stimolo delle religioni» come ragione per cui ha scritto il saggio (composto da alcuni contributi già pubblicati e da due inediti), nasce un ulteriore approfondimento. «Secondo qualcuno, oggi le religioni, soprattutto monoteiste, sarebbero fonte di violenze. Qui bisogna fare riferimento al concetto di verità – non una serie di proposizioni logiche bene articolate -, ma come realtà vivente che viene all’incontro e rinforza la libertà personale non piegandola al proprio interesse. Se concepiamo adeguatamente questo tipo di verità possiamo avere un terreno comune di dialogo con il mondo musulmano. Il fondamentalismo e il terrorismo vengono dalla stessa secolarizzazione che attraversa sia il cristianesimo, sia l’Islam. Se viviamo la verità correlata alla libertà diventeremo capaci di quello “stare in comune” così necessario e indispensabile per l’edificazione della società civile». Come a dire, per quanto vi siano mondovisioni diverse, siamo tutti sotto lo stesso cielo: «Il problema è guardare avanti, avere speranza, ma questo domanda al cristianesimo di proporre il suo assoluto in un corretto rapporto tra verità e libertà, accettando la sfida di una continua rielaborazione culturale della fede».

Infine torna l’idea di un «simil Piano Marshall». «Sono perfettamente d’accordo che debba essere internazionale – dice l’Arcivescovo -. Credo che l’idea di una sorta di Stati generali sull’immigrazione sia bella. La Chiesa milanese è pronta a collaborare. L’Europa è la società della stanchezza perché non ci giochiamo più. Non accettiamo più che si debba passare dalla sofferenza e dalla prova per avere la vera felicità».

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