L’Arcivescovo ha presieduto il Pontificale della Solennità dell’Epifania in Duomo, sottolineando la necessità di una “fioritura della giustizia”. Dopo la celebrazione il Cardinale ha pranzato con 13 sacerdoti ambrosiani ultranovantenni

di Annamaria BRACCINI

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«L’impegno per il diritto e la pace, l’assunzione personale di stili di vita di sobrietà, giustizia e pietà», come principi concreti che possono trasformare «anche nel travaglio presente, le nostre sofisticate democrazie del nord-Occidente del pianeta», perché oggi tutti abbiamo bisogno che «fiorisca il giusto». Una giustizia «che nasce dalla paternità di Dio generatrice di una nuova fraternità capace di fondare la rinascita della nostra Milano e dell’Italia tutta».

Le parole del cardinale Scola, nel Pontificale che presiede in Duomo per la Solennità dell’Epifania, definiscono, insieme, il senso della manifestazione del Signore – «la grazia di Dio che porta salvezza a tutti gli uomini, ai più umili come ai più colti, agli ultimi come ai potenti di questo mondo» – e ciò che ne viene come dovere di testimonianza nel campo del mondo, nella comunità cristiana e nella società.

Come i Magi in viaggio cercano il Signore, così, nota l’Arcivescovo, anche noi dobbiamo chiederci a che punto sia il nostro viaggio. Quel viaggio che, in ogni cultura e in ogni tempo, «è simbolo della ricerca di senso che accompagna l’avventura umana, viaggio alla ricerca di Colui che ci as-sicuri, che si che si prenda cura definitiva di noi»: Dio. La cui paternità – cita, il Cardinale, papa Francesco nel Messaggio per la Giornata della Pace 2014 – non è una indistinta e storicamente inefficace, bensì efficacemente generatrice di fraternità».

Da qui la necessità dell’«assunzione personale del diritto, della giustizia e della pace», attraverso un cambiamento del cuore e dei comportamenti, al quale ci invita «la solennità dell’Epifania, manifestazione universale del disegno di vita buona che Dio persegue per la famiglia umana». “Famiglia” che è un popolo senza confini – come mostrano i Magi venuti da Oriente, aggiunge l’Arcivescovo –, perché la Chiesa «nel suo annuncio non può e non vuole darsi limiti né geografici, né etnici, né sociali, né culturali, né religiosi. È su questo fondamento che imploriamo da Dio il rinnovamento delle nostre comunità cristiane d’Europa e la rinascita di Milano e dell’Italia tutta». Facendo questo con fiducia, pur nella coscienza dei nostri limiti e difetti, che san Paolo nell’Epistola a Tito, letta nella liturgia del giorno, non ha timore di descrivere invitando appunto alla conversione. Un invito, quello paolino, «che non è ingenua utopia o “buonismo”», ma certezza dell’amore del Padre e dell’azione imponente di Dio nella storia, laddove «il dramma, la tragedia dell’età contemporanea, anche nelle nostre terre dove tanti hanno dimenticato il battesimo, è vivere come se Dio non ci fosse», sottolinea Scola. Rendendoci conto, invece, della sua imponenza nel quotidiano, guardando al Dio che si fa bambino e che muore in croce, troviamo «l’energia morale per costruire diritto, giustizia e pace, di cui tutti sentiamo il bisogno».

Da qui il senso pieno dell’Epifania che «offre a tutti gli uomini la soluzione dell’enigma della loro esistenza perché il viaggio della vita ha fin da ora una meta certa», e il “dono” della testimonianza che il Cardinale chiede a conclusione della Celebrazione: «Camminiamo con semplicità e umiltà nel viaggio della nostra vita universalmente aperto a tutti». E, al termine della Messa, l’Arcivescovo accoglie per il pranzo, 13 sacerdoti ultranovantenni provenienti dall’intera diocesi. Ci sono, tra gli altri, monsignor Giovanni Barbareschi, medaglia d’argento della Resistenza, imprigionato e torturato a San Vittore nel 1944, proclamato “Giusto tra le nazioni”; monsignor Giorgio Colombo, per decenni cappellano e “colonna” dell’Ospedale Maggiore e del “Buzzi”, ancora in attività; Monsignor Alfredo Francescutto, la cui passione per la Terra Santa lo ha portato a compiere ben 115 pellegrinaggi, l’ultimo recentissimo; Monsignor Aldo Locatelli, inventore di un dispositivo meccanico per determinare i numeri primi… E solo per una leggera indisposizione, il più anziano prete ambrosiano, don Piero Arrigoni, cent’anni da compiere a dicembre, non ha potuto essere presente!.

Appena seduti a tavola, in un clima di cordialità e amicizia, il Cardinale, sottolinea: «Il mio è solo un piccolo segno di gratitudine – ma qualcuno tra i presenti esclama, “no, è un grande esempio” – per quanto avete fatto e per il servizio che ancora rendete alla Diocesi. Siete una ricchezza per la nostra Chiesa e per me è una grande gioia poter realizzare un incontro personale con voi, grazie».

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