Il Cardinale nella Rettoria di San Raffaele, centro di Adorazione eucaristica nel cuore di Milano, ha presieduto la Liturgia per la Dedicazione del nuovo altare. «Ara del sacrificio di Cristo e mensa del suo convito che redime e nutre il suo popolo. Questo è il cuore della vita cristiana»

di Annamaria BRACCINI

San Raffaele

«In un clima di familiarità e di dolcezza, che giunge come una rugiada in questo tempo di angoscia per gli scempi a cui stiamo assistendo», il cardinale Scola consacra, nel cuore di Milano, nella Rettoria San Raffaele, l’altare. La liturgia da lui presieduta tra tanta e concelebrata dal rettore, monsignor Domenico Sguaitamatti, dall’arciprete del Duomo, monsignor Gianantonio Borgonovo, da don Walter Magnoni, che in questo Centro Eucaristico svolge il Ministero in alcuni giorni feriali, è importante e molto sentita. Era dal 4 novembre 2011, giorno della presentazione del nuovo Evangeliario ambrosiano, che l’Arcivescovo non tornava in questa antica chiesa specificamente dedicata all’Adorazione eucaristica, dove, infatti, in quella serata, con il cardinale Tettamanzi, anch’egli si era posto in adorazione.

«San Raffaele è una piccola realtà nelle dimensioni, ma grande per la fede antica, per ciò che rappresenta, per l’opportunità di silenzio e di preghiera che offre nel centro della Milano degli affari dello shopping e del divertimento», spiega monsignor Sguaitamatti.

Oasi di pace, come definì questo tempio il beato Giovanni Battista Montini che l’amava molto, centro ideale della città, secondo il cardinal Martini, «nel quale si impara a incontrare l’uomo e se stessi», conclude il Rettore, ricordando l’architetto Sandro Rondena, scomparso lo scorso gennaio – «ora è architetto di Dio» -, che aveva progettato il polo liturgico della Rettoria come suo ultimo lavoro. Lavoro resosi necessario per adeguare, ai dettati conciliari, appunto, l’altare, l’ambone e la sede del celebrante, realizzati in pietra di Lecce e, ora, correttamente e armonicamente situati. Opere che si inseriscono assai bene, con il linguaggio di una sobria modernità, nell’antichità delle linee strutturali tardo-cinquecentesche della chiesa (peraltro attestata fin dall’anno 903), che si devono a Pellegrino Tibaldi, architetto prediletto di san Carlo, vescovo, anche lui, molto legato a San Raffaele. Chiesa che, ancora oggi, viene chiamata “Cappella separata” del Duomo, per la sua vicinanza concreta e ideale con la Cattedrale, tanto che i concelebranti indossano, per l’occasione paramenti propri del Duomo.

«È un clima di familiarità e di dolcezza che si respira in questa straordinaria Celebrazione che certamente risente della lunga pratica dell’Adorazione eucaristica e che giunge realmente come la rugiada d’Avvento su questo tempo tribolato di angoscia con gli scempi a cui stiamo assistendo e a proposito dei quali domandiamo al Signore che siano una ferita che costringe noi europei a una rigenerazione di fede e di autentica cittadinanza», dice subito il Cardinale.

Dal Vangelo di Marco, che «mette a tema l’identità di vita del Signore Gesù», viene una prima indicazione, perché «la cosa più bella di questa pagina è il perdono dei peccati. Questa è la quintessenza del Vangelo e della salvezza portata dal Signore: perdono dei peccati, liberazione dalla morte, destino di gloria eterna».

Il riferimento è proprio per l’altare, in quanto «non è un caso che tutto questo, nel tempio cristiano, che è essenzialmente il convenire delle pietre vive dei fedeli, sia centrato nell’altare come potente sintesi: Gesù sacerdote, vittima e altare, e, come si dice nella preghiera di Dedicazione, ara del sacrificio di Cristo e mensa del suo convito che redime e nutre il suo popolo. Questo è il cuore della vita cristiana».

E se Dio continua ad agire nella storia, sia personale di ciascuno che in quella della famiglia umana, «in un modo assai sorprendente, secondo una misura e una modalità che ci spiazzano», il pensiero non può che andare all’oggi e alle responsabilità che ne vengono per i cristiani. «Colui che guida la storia, il Padre, ci fa passare attraverso circostanze così atroci e negative non perché Lui lo voglia, ma perché la libertà dell’uomo le crea. Dunque, attraverso la Chiesa, l’annuncio del Vangelo si deve documentare come possibilità di pace e di speranza». In questo contesto, «l’Adorazione eucaristica è espressione della libertà di accedere a Dio».

Da qui, la consegna ai fedeli: «Tenete salda la tradizione, trovando anche solo qualche minuto per entrare in questo tempio eucaristico per adorare il Signore. So che molti sostano nella pausa del pranzo e di questo sono molto lieto. Ciò significa indicare la possibilità, a tutti coloro che abbiano un senso del vivere, di poter accedere a un rapporto privilegiato con Cristo. Rapporto da cui si spalanca una grande possibilità di amore tra noi, verso i nostri fratelli, persino di perdono, possibilità, seppure difficile, di coniugare la giustizia necessaria con la misericordia».

Per fare tutto questo, conclude Scola, occorre, tuttavia, l’humilitas, «che marca la storia ambrosiana, che è ancora testimoniata dal nostro popolo e da tanti che hanno dato la vita per la Chiesa». Insomma, bisogna essere “Figli del Regno”, come si intitola la seconda Domenica d’Avvento: «Vincendo la paura, compito che abbiamo perché viviamo di speranza», dobbiamo, così, essere testimoni e annunciatori del Signore, «perché niente può essere contro coloro che amano Dio e nulla può separarci dall’amore di Cristo. Il tempo che si trascorre in San Raffaele sia tempo di risurrezione e, sotto l’abbraccio della Madonnina, questo luogo sia sempre più parte dell’anima cristiana della grande metropoli».

Poi, la Liturgia della Dedicazione, con le Litanie dei Santi, la preghiera, l’unzione del nuovo altare con il Sacro Crisma, l’Incensazione e la copertura, fino a che la chiesa, come nella Veglia Pasquale, è inondata di luce, simbolo della luce di Cristo trasmessa al mondo.

E, alla fine, ancora un ringraziamento – anche per le suore, “Figlie della Chiesa” che qui operano – e il richiamo, alla vigilia, ormai, dell’anno della Misericordia, a vivere la misericordia stessa attraverso opere corporali e spirituali, «pratiche molto imputanti per ritrovare le vie della pace che chiedono che ognuno di noi rinnovi la vita secondo lo stile di Gesù».

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