Nel cuore della Due giorni di festa giubilare della parrocchia Santa Maria del Carmine, fondata nel 1965, il cardinale Scola ha presieduto l’Eucaristia, nella chiesa gremita di fedeli. A tutti ha raccomandato di affrontare la sfida del presente

di Annamaria BRACCINI

Melegnano

I palloncini di tre colori, come le tre sezioni della scuola dell’infanzia “Santa Maria del Carmine”, lasciati andare nel cielo stellato, dalle mani dei bimbi che circondano l’Arcivescovo a Melegnano sul raccolto sagrato della parrocchia del Carmine, sono il simbolo e insieme il segno di un fiducioso futuro che non dimentica la tradizione e si apre ai molti mutamenti anche qui in atto. 
Il cardinale Scola, accolto dalla banda musicale cittadina, da gente di tutte le età, dalle autorità civili, tra cui il sindaco Bellomo e la vicesindaco, dal glorioso e numeroso Gruppo Scouts (che conta settant’anni), dai sacerdoti concelebranti, è in questo angolo della “Bassa” in sesta Zona pastorale, per il cinquantesimo di fondazione della chiesa, appunto del “Carmine”, che tuttavia, può vantare una ben più lunga vita sul territorio, attraverso la presenza monastica del Carmelo attestata fin dal quattordicesimo secolo. 
Il saluto di benvenuto, affidato al parroco don Renato Mariani – è un ringraziamento per l’Arcivescovo e un modo per fare memoria e onorare i tanti parrocchiani del rione del Carmine che, lungo mezzo secolo, hanno costruito la parrocchia – per un quarantennio, il parroco fu don Giuseppe Pellegatti –, con una fede semplice e sincera». 
Di riconoscenza parla il Cardinale «dal momento che fino a qualche decennio fa, quasi tutti gli abitanti dal parrocchia portavano lo scapolare della devozione mariana», e, in effetti, non moltissimi, ma qualcuno lo si nota ancora sulle spalle, tra la gente che affolla la chiesa dove i tradizionali Dodici Kyrie ambrosiani aprono l’Eucaristia, concelebrata dal parroco, dal Neovicario episcopale di Zona, Padre Michele Elli, dal decano don Giorgio Allevi, da don Andrea Tonon, vicario parrocchiale e residente al Carmine, così come residente è don Paolo Fontana, responsabile del Servizio diocesano per la Pastorale della Salute.  
La liturgia della Messa, volutamente scelta, è quella dedicata alla Madonna del Monte Carmelo e le Letture, offrono, allora, occasione all’Arcivescovo per richiamare un parallelo tra il remoto passato degli Israeliti tentati dall’idolatria e, per questo, puniti con la carestia – cosi come viene detto nel libro del profeta Elia – e il nostro presente di cristiani postmoderni 
«Tutti abbiamo una qualche esperienza di cosa significhi la carenza di acqua come io stesso ho visto a Erbil, nel Kurdisthan iracheno (il campo profughi che il Cardinale ha visitato a giugno scorso), dove vivono più di tre milioni di abitanti in pieno deserto, moltissimi dei quali, per la guerra, hanno perso tutto in una notte. La delicatezza di Elìa, che si reca sulla cima del Carmelo e assume l’atteggiamento di preghiera molto singolare inginocchiandosi e invocando la pioggia, racconta ciò che ha nel cuore: l’atteggiamento di rivolgere a Dio i propri pensieri». 
Quegli stessi desideri che, magari confusamente, «anche noi abbiamo nascosti, se in una sera ci siamo portati sino in Chiesa, lasciando le case dopo una settimana di lavoro». 
E se proprio alla piccola nuvola, grande come una mano, ottenuta da Elia e da cui scaturisce la grande pioggia che soccorre, è stata paragonata dai Padri della Chiesa la  Madonna del Carmelo, l’insegnamento è chiaro. «Anche lei era una piccola donna, secondo l’usanza di allora, forse di una quindicina di anni. Come dice il Magnificat, “Dalla piccolezza di questa umile ragazza viene il figlio di Dio” che stasera ci ha convocato dalle nostre case». 
Il pensiero è, poi, per San Paolo – “Dio che mandò il suo Figlio nato da donna”, come scrive – «in cui possiamo notare la visione di quale umiltà, fosse lo straordinario concepimento di Maria, tanto che Paolo non la nomina nemmeno per nome, a indicare che Maria deve essere la forma e il modello di ogni donna». 
Infine, dal Vangelo di Luca, con la narrazione della Presentazione di Gesù al Tempio e dell’incontro con il vecchio Simeone, che definisce il Signore luce delle genti e gloria d’Israele, nasce la prima indicazione che l’Arcivescovo lascia ai fedeli: «Anche noi possiamo avere un padre in Lui, anzi chiamare “papà” il Signore, perché non siamo schiavi, ma figli di un Qualcuno che mi ci lascia mai, e questo vuole dire che siamo eredi che vivono in un rapporto di libertà con il Padre nello Spirito santo. Se siamo qui e perché sentiamo che Gesù è vivo, ci vuole bene, per questo siamo donne e uomini liberi, capaci di affrontare i radicali mutamenti di oggi, basti pensare alle difficoltà dell’immigrazione che, in questa zona, arriva al 15%»
Il riferimento, oltre ogni complessità, è alla felicità, al compimento, i termini che tornano nella pagina evangelica.
«Per il vostro cammino futuro l’Arcivescovo lascia la speranza di una vita bella nella prospettiva della Comunità pastorale (che, prossimamente unirà il “Carmine” alle parrocchie melegnanesi “Natività di San Giovanni Battista” e “San Gaetano”). Vi invito a essere così liberi, tesi al compimento, semplici e umili, da accettare questo passo che vi viene domandato. Non si tratta solo della diminuzione dei preti, ma occorre che, senza perdere le caratteristiche fondamentali della vostra comunità di Santa Maria del Carmine, entriate in una mentalità più missionaria». Il che – spiega Scola – non vuole dire moltiplicare le iniziative, ma comprendere che la fede deve affrontare con più forza e unità la realtà quotidiana, nelle circostanze favorevoli o no, nei rapporti semplici e in quel difficili. Per questo, «abbiamo bisogno di educarci al modo di sentire, di ragionare e agire che fu di Gesù, perché molte volte emerge una distanza tra la partecipazione al Sacramento eucaristico e la vita di tutti i giorni. Uscendo dalla chiesa tendiamo e dimenticarci il criterio che Cristo ci indica. Se lo teniamo presente, invece, affrontiamo il dolore e la morte, educhiamo in famiglia, coltiviamo il rapporto con i beni in una prospettiva diversa, costruiamo la società e una comunità cristiana più giusta». 
L’invito è a leggere la Lettera Pastorale “Educarsi al pensiero di Cristo” «e a parlarne perché è uno scritto che ha l’intento di farci capire il grande dono che abbiamo ricevuto con Cristo e predicando la fede». 
E, alla fine, il Cardinale torna sul «bel clima familiare che qui si respira, perché i rapporti tra noi sono determinanti». Vi chiedo di mantenerlo, «guardando al futuro, raccontando con forza la famiglia, perché senza tale punto fermo, come soggetto portante della società, il cristianesimo perde il suo carattere di incarnazione. Bisogna anche che i giovani imparino ad amare, per capire la vocazione specifica che ognuno ha, anche se oggi tutti credono di sapere già tutto. 
Il fenomeno massiccio della migrazione ci mette a dura prova, anche perché viene a coincidere con n momento di fatica, per il lavoro che manca per i nostri giovani. Per questo è importante avere il pensiero di Cristo e che ognuno, nel proprio ambito, faccia la sua parte. È come un grande tempo pieno di avventura: guardate alla Comunità pastorale con speranza, perché valorizzerà tutto». 

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