Il Cardinale ha visitato la parrocchia Sant’Antonio Maria Zaccaria in occasione dei cinquant’anni della chiesa. Chiaro il richiamo dell’Arcivescovo a non dimenticare la presenza di Dio in ogni momento della nostra vita

di Annamaria BRACCINI

Scola Navigli

«Qual è il posto che nella mia, nella nostra vita occupa il Signore? Cristo è al centro di ogni giornata che viviamo?». Sono questi gli interrogativi che il cardinale Scola, in visita alla parrocchia Sant’Antonio Maria Zaccaria, pone alle molte centinaia di fedeli che affollano la chiesa, voluta cinquant’anni fa dal cardinale Colombo come centro e cuore cristiano della grande zona che stava sorgendo al Gratosoglio, attorno all’asse portante di via dei Missaglia. Il Decanato è quello popoloso dei Navigli: l’Arcivescovo a conclusione della mattinata ne incontra infatti tutti i sacerdoti, molti dei quali, con il decano don Walter Cazzaniga, celebrano accanto a lui.

«Ci siamo proposti di riscoprire il volto autentico di una comunità cristiana al fine di svolgere la missione per la quale il Signore ci ha voluti qui. Ci indichi, Eminenza, come rimettere sempre il Signore al centro», dice, in apertura, dopo i solenni Dodici Kyrie ambrosiani, il parroco, don Gregorio Valerio.

In prima fila ci sono gli Scouts tanti bimbi e ragazzi – qui l’oratorio è un’eccellenza e il Cardinale nota con soddisfazione la presenza dei giovani – vicini agli anziani che, in questo quartiere cresciuto tumultuosamente negli Anni ’60, sono molti.

«Il gesto che stiamo vivendo ci permette di partecipare alla grande opera con cui il Figlio di Dio fatto uomo continuamente dona alla famiglia umana la prospettiva di durare per sempre», sottolinea, nella sua riflessione, Scola. E il suo pensiero, rivolgendosi direttamente a chi gli è di fronte, va subito a chi ha “costruito” e continua a edificare dal punto di vista civico.

«Questo quartiere, in cinquant’anni, mediante la vostra energia e la capacità di generare comunità civile e cristiana, è passato dall’anonimato della periferia, ad essere una zona misura di uomo, capace non solo di fondere in un’unica famiglia gli immigrati prima italiani e oggi di integrare i tanti fratelli che vengono a cercare lavoro da lontano».

E, nota l’Arcivescovo, la presenza preziosa di movimenti e realtà aggregative che con la parrocchia rendono vivace la comunità «il cui vero volto è la missione, dimostrazione della bellezza e della verità che mette al centro, appunto, Dio».

D’altra parte, è il tempo liturgico stesso dopo l’Epifania che stiamo vivendo – «la liturgia, dà il vero valore del tempo che passa perché lo riempie di senso» – che spinge a comprendere il significato del Dio vicino.

«Questo è il momento nel quale ci rendiamo conto del disegno buono di Dio su ciascuno di noi», attraverso il dono di Gesù e i segni della sua manifestazione pubblica.

Tra i primi, secondo la liturgia ambrosiana, è il miracolo delle nozze di Cana, appena ascoltato nel Vangelo del giorno. «Non è un caso che Gesù abbia iniziato partendo dalle nozze, allietando la festa con la trasformazione dell’acqua in vino», nota il Cardinale. «Questo miracolo è posto all’inizio, perché indica che il Signore entra nella vita normale delle persone, segnata, per ognuno, dal tempo della festa e del lavoro».

Da qui una prima domanda. «Cristo è il centro della mia vita? È davvero colui per il quale mi alzo al mattino e vado alle mie occupazioni, per cui cerco di vivere un’autentica scelta di amore, capace di non strumentalizzare l’altro? Vorrei che ciascuno si interrogasse, tornando a casa, con verità di fronte a Dio su questo».

Il “Credettero in lui” del brano evangelico di Giovanni, appunto relativo a Cana, è il contrappunto alla Prima lettura, con l’incredulità del popolo ebraico provato dalla mancanza di acqua nel deserto , osserva l’Arcivescovo.

Ancora ne nasce una domanda ai fedeli: «Che profondità ha la nostra fede? Diventa un modo di giudicare le situazioni, di affrontare le problematiche del quotidiano? È alla base del modo con cui educhiamo i figli, affrontiamo il dolore e il peccato? La nostra fede è la genesi della visione della vita che mettiamo a paragone di tutte le altre visioni in società ormai plurali come le nostre?».

Infine, il terzo interrogativo viene dall’approfondimento dell’Epistola di Romani 8, 22 «È il brano che ci consola di fronte a una fede che tenda a diventare abitudinaria».

L’invito è, allora, alla preghiera perché «Colui che ci sta vicino, lo Spirito di Gesù risorto che intercede per noi, secondo i disegni di Dio, fonda la nostra speranza e la perseveranza».

Se nella speranza, come dice Paolo, “siamo stati salvati”, la preghiera deve divenire fiducioso abbandonarsi in Dio. «Ma che ne è della preghiera nella nostra giornata?», chiede, infine l’Arcivescovo. «Impegnamoci con il segno della croce al mattino, alla fine della giornata, in famiglia, recitiamo qualche decina di rosario, manteniamo la fedeltà alla frequenza della santa Messa».

Un auspicio, che nella preghiera corale, in quella universale e nella comunità intera che si stringe intorno al Pastore, si fa palpabile nell’affetto e nella fede condivisa, con gesti belli e molto significativi specie in una parrocchia, come Sant’Antonio Maria Zaccaria, ormai “multietnica”. Infatti i doni all’altare sono portati anche da tre giovani dello Sri Lanka, che avanzano armoniosamente al ritmo di danza, come è tradizione nel loro Paese. Un momento suggestivo, bello, che fa ben sperare per il futuro dell’integrazione, per le nuove generazioni: i ragazzi che, infine, incontrano per un saluto “tutti insieme”, come sussurra uno dei più piccoli, il Cardinale.

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