In Duomo il Cardinale ha presieduto la celebrazione ecumenica nei cento anni del genocidio armeno: presente, tra gli altri, l’ambasciatore Ghazaryan. L’Arcivescovo ha sottolineato la necessità di essere tutti costruttori di pace attraverso cammini di riconciliazione

di Annamaria BRACCINI

genocidio armeno

«La vostra, carissimi fedeli armeni, è una grande prova che oggi è fonte di richiamo a tutte le Chiese». A dirlo è il cardinale Scola che, così, si rivolge direttamente alle diverse centinaia di persone che prendono parte, in Duomo, alla celebrazione ecumenica da lui presieduta nel giorno esatto del centenario del Genocidio armeno. Per ricordare “il grande male”, come gli Armeni stessi definiscono il massacro etnico che portò alla morte di un milione e mezzo tra uomini, donne e bambini, ci sono anche molte autorità, tra cui l’ambasciatore della Repubblica armena in Italia, Sargis Ghazaryan, il Console e diversi altri rappresentanti del Corpo Consolare presente a Milano.

Sull’altare maggiore della Cattedrale, con l’Arcivescovo, concelebrano il vescovo Kyrolos, responsabile dei Copti italiani e di molti Paesi europei, monsignor Maurizio Malvestiti, vescovo di Lodi, a lungo sottosegretario della Congregazione delle Chiese orientali, gli Ausiliari, monsignor Mascheroni e Tremolada, numerosi membri delle diverse Confessioni aderenti al Consiglio delle Chiese Cristiane di Milano e il Capitolo Metropolitano.

Il parroco della Chiesa armena apostolica a Milano, Tovma Khachatryan, in apertura scandisce: «Siamo qui riuniti con il cuore colmo di tristezza per la spaventosa tragedia di allora, fonte di inarrestabile dolore negli anni dei sopravvissuti. Questo atto vergognoso, offensivo verso la dignità umana e verso Dio, viene oggi negato da coloro che si ergono addirittura a paladini della libertà nel mondo. Tutti coloro che sono ai vertici internazionali dovrebbero opporsi al negazionismo e siamo riconoscenti a quelle nazioni che si impegnano nel riconoscimento del genocidio degli Armeni e a dare giustizia a quel milione e mezzo di persone senza sepoltura».

Parole cui fa eco il Cardinale, con un «invito a non abbandonare la parresìa – cioè il parlare forte e chiaro, secondo verità, davanti al mondo». «Siamo da questo evento esortati a quella luminosa testimonianza della nostra fede che i martiri ieri e ancora oggi ci mostrano e di cui questa travagliata società di inizio millennio ha più che mai bisogno della testimonianza di fede e di ricerca di senso di giustizia e di verità da parte di ciascuno di noi». 

Ricordando la Celebrazione, a Echmiadzin, in Armenia, con cui il Patriarca Sua Santità Karekin II ieri ha canonizzato di tutti i martiri del genocidio, l’Arcivescovo aggiunge: «Le opere grandi che il Risorto, con le Sue piaghe gloriose, trovano una urgente e piena espressione in una memoria, come vuole essere la nostra, tesa al perdono».

Infine, proprio in questo spirito, la speranza per essere «testimoni credibili e costruttori di pace»: «Facciamo nostre, in spirito di comunione fra tutte le comunità cristiane e con l’intento di essere costruttori di vita buona, giusta e pacifica nei nostri Paesi, le invocazioni di San Gregorio di Narek, proclamato qualche giorno fa dottore della Chiesa. «O Dio, Tu che sei potente per trovare tutte le soluzioni necessarie,/ donami uno spirito di salvezza,…/ una mano caritatevole,/ un ordine di bontà,/ una luce di misericordia,/ una parola di rinnovamento,/ un motivo di perdono».

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