Il Cardinale Scola, a dieci anni dalla morte di Fratel Ettore, ha visitato a Seveso la Casa madre dell’Opera da lui fondata. «Di fronte alle tragedie di oggi, occorre cambiare il cuore e promuovere politiche condivise di accoglienza»

di Annamaria BRACCINI

Casa Betania di Seveso

«Siamo felici e onorati: Fratel Ettore direbbe, “ho una tale gioia che mi sale dalle suole delle scarpe” e noi ci uniamo a lui».
Un’accoglienza insieme semplice e affettuosissima, nelle parole della responsabile sorella Teresa, è quella che circonda il cardinale Scola in visita all’Opera Fratel Ettore nella Casa madre “Betania delle Beatitudini”, dove lo stesso fratel Ettore Boschini riposa e presso la cui tomba, infatti, l’Arcivescovo sosta in preghiera.
«Un’Opera così radicale, che cresce in una fraternità carica di bene, rappresenta un grande dono per tutti coloro che abitano le nostre terre, soprattutto per i fratelli battezzati che hanno perduto la strada di casa», rifletterà poco dopo l’Arcivescovo.
Ad ascoltarlo ci sono moltissimi degli ottanta ospiti fissi della Casa, ma anche coloro che sono accolti in altre strutture dell’Opera, i volontari, la sorella del fondatore, Carla Boschini, che non ha voluto mancare così come il sindaco di Seveso, Butti e tanti benefattori.
Insomma «tutti voi che contribuite a far crescere questa opera straordinaria della carità che dobbiamo a una figura che non cessa di emozionarci e di rappresentare per noi un punto di riferimento e un modello», per usare ancora le parole del Cardinale che presiede l’Eucaristia concelebrata da diversi sacerdoti tra cui il vicario episcopale di Zona V, monsignor Patrizio Garascia, padre Vittorio Paleari, provinciale dei Camilliani e padre Domenico Moriconi, assistente spirituale dell’Opera.
Sono dieci anni che Fratel Ettore non c’è più (morì il 20 agosto 2004), ma il suo insegnamento e la sua memoria sono vivi, aggiunge l’Arcivescovo che, nella data della memoria liturgica, richiama la festa mariana della Madonna di Fatima a cui la cappella della Casa è dedicata.
«Questo luogo è un segno benedetto per tutta la nostra Chiesa ambrosiana e non solo. Qui è stata riprodotta la cappella centrale di Fatima – nota, infatti – proprio perché alla Madonna si affidano i figli e noi tutti siamo suoi figli, sentendo il bisogno, qualsiasi sia la nostra condizione, di essere accompagnati da una madre che ci porti al Padre che è nei cieli».
Sull’esempio del sì di Maria al Signore e ispirata dalle letture del giorno, la prima indicazione dell’Arcivescovo. «Abbiamo bisogno di una conversione del cuore e della vita che deve essere quotidiana. Attraverso l’Eucaristia, il Rosario, la preghiera, la devozione, confidando nell’amore profondo del Signore, possiamo purificarci, liberarci dalle contraddizioni, dalle fatiche e dal peccato».
È possibile essere santi, come fu per Fratel Ettore: «se nelle nostre giornate ci comportassimo così – il riferimento è all’Epistola di Paolo ai Tessalonicesi – sopratutto con chi ha più bisogno, troveremo il Dio della pace.
Il pensiero del Cardinale è anche per le tante tragedie di oggi. «Come non avere davanti agli occhi ciò che sta succedendo in Siria, in Nigeria, sulle nostre coste, e normalmente, nelle nostre città?», si chiede.
Eppure essere lieti, come, appunto, dice san Paolo si può, con quella risposta molto concreta di «coraggio e fortezza», che fu sempre del padre dei poveri Fratel Ettore che scriveva: «si deve imparare dall’amore di Madre che supera tutte le burocrazie perché va all’essenziale senza calcoli e senza indugi». Anche perché, conclude il Cardinale, ciò che manca maggiormente all’uomo contemporaneo è proprio la gioia, l’unica esperienza che ci permette «di entrare in un rapporto costruttivo con gli altri, sapendo parlare al cuore dei giovani, facendo vivere la grande tradizione delle nostre terre, ancorandola a Cristo come centro della vita, del cosmo e della storia».
«Dobbiamo imparare dai poveri, non solo curarli», come dice papa Francesco, riflette ancora: sono rimasto impressionato come hanno ricevuto la Comunione, si vede che ci credono davvero».
Poi, dopo il saluto prolungato, l’Arcivescovo si reca nel piccolo “Teatro della Misericordia”, interno alla Casa, con i fondali fatti di fotocopie incollate, con parte della struttura realizzata con il plexiglass del tetto del rifugio storico di via Sammartini in Stazione Centrale. Lo spettacolo di marionette, messo in scena dagli ospiti della Casa appositamente per la visita dell’Arcivescovo, è gradevole e, insieme, costringe a pensare, ripercorrendo la storia del fondatore dell’Opera, tra difficoltà e affidamento al Signore. Quando la voce di Fratel Ettore, inconfondibile, risuona tra le fila degli spettatori, quasi a raccontare lui stesso, in prima persona, la sua vita e missione, qualcuno non trattiene le lacrime.
E, a margine, il Cardinale torna sulle emergenze della cronaca di queste ore, con i morti dei barconi e le ragazze rapite in Nigeria: «Bisogna saper andare oltre la giusta indignazione, occorre che questi eventi ci tocchino davvero nel cuore, facendoci cambiare. Così diventerà possibile una convivenza e un’amicizia civica basata sulla fraternità, così saremo più capaci di edificare l’Europa di cui tanto abbiamo bisogno. Si deve, tuttavia, anche sentire la responsabilità di costruire politiche condivise, esprimendo una solidarietà internazionale doverosa. In un tale orizzonte l’energia prima è, comunque, il cambiamento del cuore. Come diceva Fratel Ettore dobbiamo agire con coraggio e senza indugio di fronte alle tragedie a cui stiamo assistendo.
Ognuno deve assumersi le proprie responsabilità: la Chiesa con il livello della carità immediata, della prima accoglienza e con generazione di opere e realtà caritative. C’è poi la responsabilità dei politici, dell’Europa, del mondo, anche al di là di certe lentezze degli Stati nazionali. Soprattutto deve concretizzarsi un movimento di consapevolezza e di educazione all’accoglienza dal “basso”, da parte delle gente: solo partendo da qui costruiremo nuove politiche per il Mediterraneo, adeguate al meticciato delle civiltà. Non dimentichiamo che è la mancanza di volontà politica a non permettere di superare drammi come quello della fame. Si può vincere, ma solo insieme».

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