Il cardinale Scola, in una chiesa gremita di fedeli, ha presieduto la Celebrazione eucaristica per i cinquant'anni della parrocchia Sant'Ambrogio ad Fontes, nel Villaggio ambrosiano

di Annamaria BRACCINI

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«Proponete la bellezza e il gusto di seguire Gesù nella vita e nella comunità». Rinnovate «lo slancio missionario, in questa vostra parrocchia che è stata segnata, fin dall’inizio, dal carisma di sant’Antonio Maria Claret».
In un angolo verde di quella campagna che non ti aspetti alle porte di Milano, tra stradine ordinate e un clima sereno da paese, il cardinale Scola arriva nel cuore del “Villaggio ambrosiano” per il cinquantesimo della consacrazione della parrocchia di sant’Ambrogio ad Fontes affidata, appunto dalle origini, alla Congregazione dei
Missionari figli del Cuore Immacolato di Maria, i religiosi Clarettiani.
Concelebrano il rito oltre dieci sacerdoti, tra cui il vicario episcopale di Zona VI, monsignor Cresseri, alcuni Clarettiani, i preti di Segrate (sant’Ambrogio è una delle sette parrocchie della città) e del decanato di Cernusco sul Naviglio, al cui Decanato appartiene la parrocchia stessa.
Non mancano, nella grande chiesa gremita – consacrata dal cardinale Colombo il 25 aprile 1966 e voluta dall’Arcivescovo Montini che, esattamente sette anni prima, aveva posato la prima pietra – il sindaco di Segrate, tanti Scouts, le suore Clarettiane (che qui hanno la scuola materna) con la Superiora provinciale».
Il benvenuto è porto dal parroco, padre Massimo Proscia.
«Per il Vescovo è sempre una grande consolazione e anche un elemento di crescita e di conversione, poter celebrare l’Eucaristia con il suo popolo», dice subito l’Arcivescovo, accolto con grandissimo affetto dalla gente. «Siamo consapevoli che partecipando al gesto eucaristico prendiamo parte all’opera più grande mai avvenuta nella storia, l’Innocente assoluto che ha dato la vita per liberarci dal peccato e dalla morte». L’Eucaristia, appunto, «che il Signore ha voluto per rimanere in modo stabile tra noi, è il cuore della nostra stessa esistenza e la possibilità per stare sempre con Lui, anche quando tentiamo di allontanarcene».
Il richiamo è al Vangelo di Giovanni: «Siamo qui perché abbiamo fede nell’affermazione di Gesù», che è la luce del mondo e dà testimonianza, «per viverla non come un generico riflerimento, ma nel quotidiano, in ciò che ci accade, dall’interno della nostra esperienza del lavoro e del riposo, del compito di educare i nostri figli a una vita piena di valore e di significato, del modo con cui affrontare le ferite e le offese, da come vogliamo costruire, nel cambiamento epocale, una vita buona e l’amicizia civica».
Questione, quest’ultima,«necessaria in una società plurale che rende ancora più urgente il desiderio e il gusto di proporre Gesù come senso della vita».
Questo chiede essere eredi di una storia parrocchiale, ricca e orientata alla missione.
«Fare memoria di questi cinquant’anni significa anche ricordare ai nostri contemporanei che Gesù è la luce – e sappiamo quanto la luce sia necessaria per il cammino -.
La nostra libertà, spesso, è tentata di bastare a se stessa – anche quando abbiamo le migliori intenzioni – e, infatti, quando usciamo dal momento eucaristico domenicale, rischiamo di dimenticare e tendiamo a valutare il concreto della vita secondo l’opinione dominante e dei mass media. Nasce, così, un giudizio, un modo di pensare e di sentire che non è più quello di Cristo».
In una parola, «la dimenticanza di Dio è il grande limite e il peccato dei cristiani contemporanei».
Eppure, anche se tanti tra i battezzati, che continuano a essere la maggioranza dei cinque milioni e mezzo di abitanti della Diocesi, hanno perso la strada di casa, più grande è la misericordia, suggerisce il Cardinale in riferimento all’Epistola ai Romani appena proclamata.  
«Non importa se cadiamo molte volte nel peccato, se non ci sosteniamo come fratelli, perché la misericordia di Dio ci può sempre sorprendere: Lui sempre fedele».
Da qui, la consegna: «La vostra parrocchia è nata con la presenza dei Clarettiani che sono una realtà viva e significativa nella Chiesa di tutto il mondo. In questi cinquant’anni il dono fatto da san Claret ha segnato lo stile della vostra parrocchia e vi ha spalancato alla dimensione missionaria (4 sacerdoti, a partire dall’esperienza in questa comunità, sono partiti per la terra di missione). Abbiate la passione e la forza dell’annuncio di Gesù che trasforma anche il nostro limite. Non è necessario essre perfetti e anche se dobbiamo sempre scegliere il bene, dobbiamo altrettanto superare ogni tipo di fatica e di difficoltà. Bisogna che il cinquantesimo segni una svolta di annuncio più dinamico nel comunicare l’attrattiva e la bellezza della vita con il Signore e nella Comunità. Questo è l’augurio che vi lascio di tutto cuore».
E alla fine, prima del saluto affettuoso dei fedeli e della visita alla piccola mostra fotografica che ripercorre i cinquant’anni di Sant’Ambrogio, un ultimo pensiero. «Educate i giovani a comprendere cosa sia l’amore autentico e la loro vocazione nella vita. Il papa ci ha fatto il dono dell’Esortazione apostolica post-sinodale “Amoris Laetitia”: leggetela, approfonditela. Ognuno deve cambiare in prima persona; occorre prendere finalmente sul serio il valore del nostro essre cristiani e l’impegno a costruire una società giusta ed equa. Vi raccomando di continuare nelle forme associate e nella Caritas, per un’accoglienza equiibrata e sempre più necessaria». 

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