Il Cardinale ha presieduto nella parrocchia di Santa Maria in Calvenzano – splendida basilica di origine cluniacense – la Celebrazione eucaristica per i fedeli di Vizzolo Predabissi. Al termine ha incontrato i sacerdoti del Decanato di Melegnano

di Annamaria BRACCINI

scola vizzolo predabissi 2015

La testimonianza delle pietre medioevali di una basilica, pressoché millenaria, divenuta solo cinquant’anni fa parrocchia, e la testimonianza delle pietre vive – i cristiani –, sono, in una bella mattina trascorsa nella “bassa” lombarda, il simbolo della fedeltà di un Signore che non abbandona mai, di un passato dalla forti radici cristiane e di un futuro da costruire ogni giorno negli ambienti di vita.

Il cardinale Scola è a Vizzolo Predabissi, dove, appunto, lo accoglie la comunità dei fedeli di Santa Maria in Calvenzano riunita, con il sindaco Mazza, le autorità civili e militari della zona, i rappresentanti delle molte Associazioni presenti sul territorio, gli Scouts, qui di lunga tradizione, tra le antichissime navate e gli affreschi due-trecenteschi della basilica che, risalente al 1090, è sito cluniacense.

Lo ricorda il parroco, don Giorgio Maria Allevi, che richiama la bellezza e la pienezza di Chiesa che si vive con la presenza dell’Arcivescovo, attesa già da qualche mese per il cinquantesimo della parrocchia. Accanto al Cardinale, che presiede la Celebrazione, ci sono il vicario episcopale di Zona, monsignor Cresseri e i sacerdoti del Decanato “Melegnano” con il decano don Renato Mariani.

«È un bel segno aver voluto rendere, un’antica basilica, chiesa parrocchiale. Una basilica che è diventata, e sempre più lo sarà, un punto significativo per la nostra intera realtà diocesana», nota subito Scola, che esprime la gioia e «il desiderio di poter celebrare insieme l’Eucaristia, l’azione più significativa che si possa compiere, perché è la partecipazione diretta e immediata all’opera più grande mai avvenuta. Opera che consiste nella scelta inaudita da parte di Dio di portare il volto della Misericordia tra noi con suo Figlio, via alla verità e alla vita. Il Figlio di Dio che si è fatto carne, ha vissuto tra noi, ha offerto liberamente la sua vita, è risorto ed è apparso ai suoi, resta, così, lungo la storia attraverso l’Eucaristia, in modo che ogni donna e uomo di ogni tempo possa avere un rapporto con Lui».

Nella festa liturgica della Divina Misericordia, all’indomani del giorno in cui papa Francesco ha consegnato pubblicamente il documento di indizione del Giubileo intitolato proprio alla Misericordia, l’invito dell’Arcivescovo è a riconoscere, nel Cristo vivo, il centro dell’esistenza personale.

Attualissimo il riferimento all’Epistola di Paolo ai Colossesi e, soprattutto, al Vangelo dell’incontro tra Gesù a Tommaso.

«Pensiamo ai discepoli che sono nella paura, nel terrore, nel nascondimento e ai quali, improvvisamente, appare il Signore. Di fronte a questa presenza portatrice di pace, essi riprendono le forze e Gesù affida subito loro una missione, il perdono dei peccati e la generazione di una parentela più potente di quella della carne e del sangue, tanto potente da liberaci anche dal nostro peccato». Un esempio anche per l’oggi, in cui, al contrario, la separazione tra i momenti specifici della pratica religiosa e dell’esperienza quotidiana, appare evidente. «È come se, presi dal ritmo vertiginoso delle nostre giornate, la fede, l’appartenenza a Cristo, “restassero alle spalle” così da vivere spezzati in due», scandisce, infatti, l’Arcivescovo. Come a dire che l’energia vitale, che viene dall’Eucaristia, sembra spegnersi fuori dalle chiese e che, quindi, presi da tale «debolezza», si rischia «di rimanere prigionieri della mentalità dominante, ragionando delle questioni fondamentali dell’uomo come se la fede non offrisse indicazioni importanti».

Da qui l’auspicio e la speranza che le parole di San Tommaso – “Mio Signore e mio Dio” – possano diventare l’invocazione di ciascuno. «Questa è la testimonianza», conclude il Cardinale.

E, infine, prima del saluto affettuoso della gente e del pranzo con i sacerdoti del Decanato, ancora qualche parola: «Mi pare di poter dire che siete entrati in una fase della vostra storia più serena dopo le prove attraversate nel passato. Continuate in questa direzione, consapevoli che essa ha un “fuoco”, un centro: l’accoglienza di Gesù. La coscienza che apparteniamo a Lui è la sorgente di un vivere in pace che permette di affrontare l’esistenza fatta, per tutti, di gioie e di dolori. Per questo è molto importante far crescere le occasioni di comunione e le forme associative, sia quelle nate all’interno della parrocchia, che quelle sorte nel contesto civile».

In un territorio assai fecondo, dove trovano spazio Onlus per le adozioni internazionali, associazioni di genitori di ragazzi diversamente abili e tanto volontariato, l’appello è, allora, a realizzare «nella società attuale in forte cambiamento, una presenza capillare, ma in modo omogeneo, in sinergia con il Decanato.

«Speriamo che Expo possa essere una delle occasioni per ritrovare il senso di una metropoli come Milano dalle forti radici storiche, ma che occorre rinnovare, in modo che possa essere di aiuto alla società europea che ne ha un grande bisogno». Incidendo, come cristiani, in due contesti cruciali: «la famiglia – come soggetto di evangelizzazione, in cui coltivare la preghiera giornaliera, il rispetto e il perdono reciproco – e l’educazione. «È importante preparasi all’amore – spiega l’Arcivescovo rivolto direttamente ai più giovani –, che sia il matrimonio o la vocazione di dedicarsi a Dio. Se questa è la strada che sentite nel cuore, parlatene, ragazzi, rivolgendovi a un sacerdote o a un educatore adulto».

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