Il cardinale Scola ha presieduto l’Eucaristia nella sede espositiva di Rho Fiera a conclusione del “Salone del Mobile”. Forte il richiamo dell’Arcivescovo, anche all’Associazione promotrice dell’affollatissima kermesse, a impegnarsi per il futuro della città

di Annamaria BRACCINI

Salone del Mobile, Messa con Scola

La Milano multietnica e glamour delle oltre 350.000 persone che, in nemmeno una settimana, da tutto il mondo, sono sbarcate a Milano per il 55esimo “Salone del Mobile”, e la città dell’immigrazione povera – e, talvolta, invisibile – che, come tutto il Paese, vive ormai già il meticciato guardando con dolore, e un poco di apprensione, alle nuove ondate di arrivi previsti.

È come se fossero due le Milano che si incontrano idealmente in queste ore e a cui non si può non pensare all’indomani del gesto emblematico e profetico di papa Francesco. Un «richiamo grande, che obbliga» tutti a riflettere e ad agire, come dice il cardinale Scola che presiede, presso il grande Auditorium della sede espositiva di Rho Fiera, la Celebrazione eucaristica a conclusione del “Salone”.

È la prima volta che accade e sono molte le personalità che non hanno voluto mancare, anzitutto i vertici di FederLegno e della kermesse, il presidente Roberto Snaidero, il vicepresidente Giovanni Anzani e Giovanni De Ponti, direttore generale, che porge il saluto di benvenuto. «Il suo essere qui, Eminenza, è la cosa più bella», dice di fronte alle molte persone riunitesi per la Celebrazione, tra cui Silvio Berlusconi e Maurizio Lupi.

D’altra parte, la Messa conclusiva è da tempo una tradizione al “Salone” ed è, allora, l’Arcivescovo stesso a spiegare il perché della sua presenza: «un modo per riconoscere l’importanza di questa iniziativa che ha valore a livello internazionale. Ma chiediamoci il perché una Messa dentro il “Salone” e non nelle parrocchie vicine che pure non mancano? Perché siamo figli di un Dio incarnato, che si è giocato con la storia e la famiglia umana decidendo di condividere tutte le condizioni dell’umano, tranne che il peccato, per poterci accompagnare». Dunque, anche il lavoro di cui la Rassegna è simbolo e vetrina mondiale. «Il lavoro è, insieme agli affetti e al riposo, una delle dimensioni costitutive di ogni uomo di qualunque tempo e luogo. Portare l’Eucaristia dentro uno spazio tanto significativamente espressivo del lavoro umano, significa interpellare tutto l’uomo in queste sue componenti».

Il riferimento è alla liturgia del giorno centrata interamente sull’amore – “amatevi gli uni gli altri, come io ho amato voi”, recita la pagina di Giovanni,15 – «che dice che l’uomo e la donna non possono compiere niente di consistete e valido se non attraverso l’amore, una spinta di profonda amicizia che lasci essere l’altro se stesso, senza trasformarlo in mezzo del proprio godimento, ma trattandolo da persona».

L’invito è, per tutti, a imparare ad amare: «un problema eluso soprattutto nelle giovanissime generazioni, perché noi adulti non ci facciamo più carico di questo insegnamento». E tuttavia, non un imparare libresco – suggerisce Scola – ma dalla vita e da quei testimoni credibili che «non mancano anche ai nostri giorni, come i monaci di Thibirine (sono ricorsi i vent’anni della loro uccisione), le quattro suore di madre Teresa di Calcutta trucidate in Yemen, il beato Puglisi, prete umile e semplice che giunse fino alla capacità del dono della propria vita (il Cardinale, proprio nel nome del beato, ha guidato il pellegrinaggio in Sicilia di 120 giovani sacerdoti).

«Il grande richiamo è che anche noi dobbiamo dare la nostra vita – auguriamoci non con il martirio del sangue, ma, certo, con quello del quotidiano –: ecco che, allora, il lavoro guadagna tutto il suo significato, così come il modo di affrontare la sofferenza e di costruire una società giusta. Il tempo e le dimensioni della vita ci sono date perché noi possiamo offrire noi stessi, compiendo in maniera piena l’esistenza e raggiungendo effettivamente la felicità. Al tempo nessuna vita resiste, se non la diamo noi, il tempo la ruba».

Concetti, questi, sottolinea l’Arcivescovo rivolgendosi direttamente ai presenti, che «valgono anche in questo contesto, per la vostra Associazione e per l’iniziativa che giustamente volete come ricerca del bello e di innovazione, perché l’arte del legno si sviluppi e sia generatrice di nuovi rapporti, di una società più umana e di amicizia civica. È abbastanza impressionate leggere lo spazio che date ai giovani e il peso che hanno alcune eventi, i “Fuorisalone”, che promuovete in connessione con questo appuntamento visitato da così tanti stranieri. L’invito è a proseguire su questa strada, a concepire tutto ciò sentendovi attori, quali siete, della nuova Milano metropoli, che è tale, non solo per quantità o per decisone legislativa, ma per capacità sostanziale di convogliare energie di uomini e di donne, storie e relazioni.

Manifestazioni come queste, se sono capaci concepirsi nella totalità dei fattori che creano una città – una polis veramente civica –, potranno dare il loro contributo nell’affronto dei tanti problemi che ci toccano».

Il pensiero è «all’immigrazione a cui sarà bene prepararsi – ogni soggetto lo faccia al proprio livello –, e per cui il gesto emblematico del Santo Padre di ieri deve essere un richiamo continuo. È importante che la vostra realtà prosegua a occuparsi del futuro dei giovani e trovando le forme espressive più adeguate di un lavoro all’altezza dei nuovi tempi. Che sappia interferire, in termini adeguati e nel rispetto di tutti, con l’azione civica e con le Istituzioni politiche perché, mediante il gioco democratico, si possa costruire la Milano del futuro che sarà necessariamente meticcia. Non ci sono muri che tengono di fronte ai processi storici che non si possono impedire, ma al massimo orientare. Vi chiedo, di fronte alla bellezza e alla serietà del vostro lavoro, di assumervi tutto il ruolo che vi compete. Il problema del nostro tempo è la frammentazione che non valorizza l’unità e non tiene conto delle potenzialità: unità che, invece, è la sola che costruisce società buona. Milano ha bisogno di unità e lavoro comune».

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