Nella Basilica di Sant'Ambrogio la serata conclusiva dell'evento “Mai più schiavi” in occasione della Giornata mondiale contro lo sfruttamento delle persone, con gli interventi dell'Arcivescovo e del Nobel per la pace Kailash Satyarthi

di Annamaria BRACCINI

Scola Kailash

«Una giornata simbolica che offre a tutti la possibilità di uscire da una vergogna» che conta nel mondo tra i 21 e i 35 milioni di persone rese schiave da altri uomini e donne. Nella seconda Giornata mondiale contro la tratta delle persone, nella Basilica di Sant’Ambrogio è una serata intensa di preghiera, canti, testimonianze, interventi, vissuta da molti che, con emozione, vogliono testimoniare la cultura della dignità contro ogni sfruttamento.

In prima fila, l’uno accanto all’altro, siedono il cardinale Scola e Kailash Satyarthi, indiano, Nobel per la Pace 2014, figura notissima a livello internazionale, imprenditore che, a costo di gravi persecuzioni, continua a denunciare lo sfruttamento, specialmente minorile. Promossa dal Pime, da Caritas Ambrosiana e da Mani Tese, la Veglia arriva dopo una giornata che ha visto lo stesso Satyarthi al centro di un convegno sui temi sulla schiavitù e della tratta, svoltosi a Palazzo Marino e conclusosi con un colorato flash mob in Piazza della Scala.

«Come Chiesa e società civile ambrosiana, siamo onorati della presenza tra noi del premio Nobel Kailash Satyarthi – questo il benvenuto di Scola -. La sua azione instancabile è un segno luminoso per tutti i popoli e dice il vero modo di guardare il mondo dalle periferie, come indica papa Francesco, per meglio coglierne i fattori, spesso nascosti, che continuano a far sanguinare le ferite inferte alla famiglia umana». L’Arcivescovo non nasconde le tante, troppe colpe dell’Occidente cosiddetto civile: «In questo momento storico, in cui si riduce la prostituzione a mero problema di ordine pubblico e di decoro urbano, la vostra scelta è quella di continuare a privilegiare le persone. La piaga della tratta è ben lontana dall’essere stata sanata. In un mondo che fa della libertà e della rivendicazione di ogni diritto dell’individuo la propria orgogliosa bandiera, sono ancora innumerevoli le vittime di questo barbaro asservimento dell’uomo all’uomo» E i numeri fanno davvero paura: ogni anno circa 2,5 milioni di persone vengono ridotte in schiavitù; il 60% sono donne e minori che vanno ad alimentare una delle attività illegali più lucrative al mondo, in grado di rendere complessivamente 32 miliardi di dollari l’anno (il terzo business più redditizio a livello planetario, dopo il traffico di droga e di armi).

Il pensiero è per la luminosa figura di Giuseppina Bakhita, «poverissima figlia dell’Africa, canonizzata nel 2000 da Giovanni Paolo II che, definendola “sorella universale”, all’inizio del Terzo millennio, volle offrire un simbolo chiaro – e purtroppo non ascoltato – contro ogni barbarie. Il Santo non è un super-eroe, fornito di doti straordinarie, né è un uomo impeccabile, ma un uomo riuscito – osserva Scola -. Indicandoci Santa Bakhita la Chiesa ci mostra che vivere secondo il Vangelo significa vivere pienamente la propria statura umana, in qualunque situazione e condizione ci si trovi». L’augurio, nell’Anno Santo della Misericordia, è di circondare ogni male con il bene per dare speranza: «Essa è, per tutti, il motore della vita».

«Ritengo oggi che la libertà sia il dono più prezioso datoci da Dio e molti, comunque, cercano ancora di negarla», ha esordito Satyarthi. Poi un racconto e un ricordo che fa male: «Sei anni fa ho organizzato una manifestazione nel sud-est dell’India, con un gruppo di bambini sottratti alla tratta. Ci godevamo la serata e la cena ed è stato bellissimo. Ma i bambini, con i loro visi pallidi, giallognoli, parlavano e traducevano in dollari quanto valevano – sessanta, settanta, cento, centocinquanta dollari -, mentre un animale da latte vale 3-4000 dollari». Ma che società è quella che valuta la vita di un piccolo dieci volte meno di quella di un animale? Che mondo è quello nel quale non si fa nulla, mentre basterebbe impiegare una minima parte delle spese militari o dell’industria del tabacco statunitense per sanare questa piaga? «Non viviamo in un mondo così povero da non poter liberare questi bambini. Non posso credere che le Chiese e le Moschee non possano farlo…», scandisce il premio Nobel. Grave, e per tutti, il suo monito: «Non c’è più tempo. Come consumatori non dobbiamo più comprare e usare prodotti fatti da schiavi, muoviamo i governi, dobbiamo essere messaggeri di Dio. Eliminiamo la schiavitù perché le generazioni future si sentano orgogliose dei loro padri. Il Signore dice: “Lasciate che i bambini vengano a me”, liberi di imparare, di essere bambini. Globalizziamo la compassione, che inizia proprio dai bambini».

Poi i canti eseguiti dal talentuoso Coro multietnico Elikja (con la partecipazione del tenore della Scala Angelo Scardina) che intervallano, con musiche africane, giapponesi ed europee, le testimonianze lette dagli attori Lella Costa e Fausto Russo Alesi. Risuonano tra le navate storie di strazio e di riscatto: da quella del ghanese Appiah, da cinque anni a Castel Volturno e vittima del lavoro nero nella nostra civilissima Italia, a quella della moldava Giorgia che, inseguendo il sogno italiano, si ritrova sul marciapiede e viene salvata dai poliziotti; dal keniota Kevin, con la sua vicenda di droga, alla quindicenne indiana Kala, dei Dalit (la casta più povera), costretta a lavorare fino a svenire; da Mario dell’Honduras a Patricia nigeriana, anche lei sulla strada. È la voce di chi non ha voce, la voce che nasce da «questa ferita», per cui occorre, qui e ora, impegnarsi, come dice in conclusione il Cardinale.

 

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