Celebrati in Duomo i funerali di Stato del giudice Fernando Ciampi e dell'avvocato Lorenzo Claris Appiani. «In questa ora di pena chiediamo a Dio una speranza certa», ha detto l’Arcivescovo. La presenza del capo dello Stato Mattarella

di Annamaria BRACCINI

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Quando, alle 15.57, le bare entrano in Cattedrale e vengono poste per terra ai piedi dell’Altare maggiore, già da qualche minuto i parenti delle due vittime del Tribunale di Milano, il giudice Fernando Ciampi e l’avvocato Lorenzo Claris Appiani, e le massime autorità istituzionali hanno preso posto in Duomo.

Sono i funerali di Stato e in prima fila siedono il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, il presidente del Senato, Piero Grasso – il primo ad arrivare -, quello della Camera, Laura Boldrini, il Guardasigili, Andrea Orlando, il sindaco Giuliano Pisapia e il presidente della Regione Roberto Maroni.

Concelebrano il rito esequiale, presieduto dal cardinale Scola, tutto il Capitolo metropolitano, i Vescovi ausiliari e il Consiglio episcopale. I Gonfaloni – anche quello del Milan chiesto espressamente dai familiari di Claris Appiani -, paiono abbracciare con la gente l’ultima presenza di queste due vite stroncate improvvisamente.

«In questa ora di pena chiediamo a Dio una speranza certa», dice all’inizio della celebrazione l’Arcivescovo che, poco prima con il Presidente, era sceso nella Cripta per un breve saluto privato ai parenti delle vittime.

L’aspersione e l’incensazione dei feretri, su cui sono state poste le toghe, testimonia il significato di un momento che vede la commozione evidente sui volti dei tantissimi che affollano il Duomo e il sagrato.

A tutti dà voce l’omelia del Cardinale che parla di «cuore colmo di angoscia per l’orrore di tre brutali omicidi e di due ferimenti e di una tragedia che ci lascia ancor più sconcertati perché si è consumata in un luogo emblematico, un pilastro costitutivo della vita civile del Paese. Essa ci appare come una tremenda espressione di un male inaccettabile».

Invitando ad affidarsi all’amore che vince sempre la morte anche «la più orribile» – le anime dei giusti sono nelle mani di Dio e nella pace, sottolinea con l’espressione del Libro della Sapienza -, Scola scandisce: «Ma cosa dice a noi milanesi, a noi italiani, questo tragico morire? Possiamo fermarci alla comprensibile paura, alla giusta elaborazione di più rigorosi sistemi di sicurezza, a dialettiche, talora strumentali, tra le parti? Se la morte chiede di essere abbracciata dall’amore non abbiamo forse bisogno di fare di questo amore una sorgente di amicizia civica, un incisivo criterio di edificazione di Milano e delle terre lombarde in profonda trasformazione? Non è questo un compito da riservare solo a quanti hanno responsabilità istituzionali. È qualche cosa che, come ci insegnano, in addolorata dignità, i familiari delle vittime, deve cominciare dal profondo di ogni uomo e di ogni donna della nostra metropoli e del nostro Paese. Da queste morti deve nascere una maggior responsabilità di sistematica educazione civica, morale, religiosa, instancabilmente perseguita da tutte le agenzie educative, dalla famiglia, alla scuola fino alle Istituzioni. Non lasciamo che sulle figure di questi nostri cari si stenda la coltre soffocante dell’oblìo. Mantenere desta la loro memoria è garanzia di fecondità».

Poi, il pensiero «vòlto con travaglio», è anche per «lo sciagurato pluriomicida» Giardiello, perché «attraverso la giusta pena espiatoria, prenda consapevolezza del terribile male che ha compiuto fino a chiederne perdono a Dio e agli uomini che ha così brutalmente colpito».

Infine il «suggerimento» che si fa invito e auspicio esteso anche a chi non crede: «Guardiamo il Crocifisso, lasciamoci guardare da Lui: asciugherà ogni lacrima».

Alla fine del rito, dopo un ultimo saluto, quando le bare escono dal Duomo nel silenzio percorrendo lentamente la navata maggiore, di tanta gente semplice che sembra non volere lasciare la Cattedrale.

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