Tra relazioni, approfondimenti, preghiera e dialogo, si sta svolgendo presso il Centro Pastorale di Seveso la Tre giorni di incontro tra i presbiteri della Chiesa ambrosiana e dell’Arcidiocesi ortodossa di Italia e Malta del Patriarcato di Costantinopoli. Nella seconda Giornata le due relazioni del cardinale Scola e del metropolita Gennadios

di Annamaria BRACCINI

Scola_Gennadios

Nel cuore della Tre giorni di incontro tra i presbiteri della chiesa ambrosiana e dell’Arcidiocesi ortodossa di Italia e Malta del Patriarcato di Costantinopoli, sono i due rispettivi Arcivescovi, il cardinale Scola e il metropolita Gennadios, ad approfondire i temi e il futuro del dialogo ecumenico.
Ad ascoltarli, presso il Centro Pastorale di Seveso, alcuni Metropoliti, decine di sacerdoti tra ambrosiani e ortodossi, responsabili di Comunità, incaricati di Zona per l’Ecumenismo, il Vicario episcopale di settore, monsignor Bressan, il responsabile del Servizio Ecumenismo e Dialogo, Pagani, l’archimandrita Vitsos alla guida dei greco-ortodossi di Milano.
Quella Milano sulla quale si sofferma il Cardinale sottolineando «un ecumenismo che diventa sempre più di base ed, entro certi limiti, anche di popolo trovando in questo incontro una bella forma di espressione».
Nell’esprimere la sua gioia personale e a nome di tutta la Chiesa ambrosiana, l’Arcivescovo prende avvio proprio dalle sfide di una Milano sempre più plurale. «Occorre comprendere il fenomeno di mescolamento in atto che io chiamo spesso “meticciato di civiltà” – nota – che a Milano come in altre parti del nostro Paese, al contrario di nazioni come la Germania, presenta il carattere singolare di essersi prodotto in tempi brevi, assumendo dimensioni imponenti solo negli ultimi dieci anni. Questo spiega la necessità che la Chiesa comprenda il fenomeno e sappia presentarlo al nostro popolo senza irrigidimenti e sterili contrapposizioni. Siamo di fronte a un processo – la storia avanza attraverso processi che non chiedono il permesso di accadere, ma accadono – a cui si deve cercare di fare fronte», aggiunge. Dunque, suggerisce ancora, si tratta «di leggere la storia con umiltà e atteggiamento critico tenendo conto che essa è guidata da Dio».
Non a caso anche in questo contesto il lavoro ecumenico sta assumendo un peso decisivo «per affrontare in maniera radicale il cambiamento di fisionomia del cittadino milanese, italiano ed europeo». Come a dire, il dialogo non è solo intrinseco alla dimensione religiosa, ma è espressione di come lo Spirito aiuti a leggere il trend in atto.
Da qui la necessità della fondamentale consapevolezza che, nel cammino verso l’unità, «Cristo ci precede e lo Spirito del Signore risorto prende l’iniziativa». Un cammino di cui l’atteso futuro Sinodo Pan ortodosso del 2016 è un segno benefico e che è «realmente un grande dono e una grande Grazia».
«Credere che, dal punto di vista dell’azione persino ecumenica, questa precedenza di Cristo sia inincidente è la dimostrazione che abbiamo poca fede», scandisce il Cardinale. «L’energia per vincere tutte le difficoltà, viene dalla coscienza che siamo uno strumento in mano allo Spirito del Signore».
Una comprensione, questa, definita «decisiva» e che implica la sottolineatura dell’attitudine missionaria anche del dialogo ecumenico e interreligioso, «perché la strada è una sola, la testimonianza, la marturìa, laddove «non è certo senza motivo che anche noi europei occidentali, ben accomodati nel nostro mondo, potremmo essere chiamati al martirio del sangue». La missione, dunque, come via per l’unità che si concretizza nell’esporsi in prima persona, che «non è dare solo il buon esempio, ma testimonianza come strumento di conoscenza della realtà e dunque contributo alla verità».
In questo orizzonte il lavoro ecumenico che si sta svolgendo a Milano, «aiuta a individuare la modalità con cui i cristiani possono cooperare alla vita buona della società. Perseguire unità a livello della fede configura quel cristiano ‘a tutto tondo’, capace di farsi carico, quotidianamente, dell’edificazione del bene comune e di una società più equa, affrontando le difficoltà in maniera serena, umile, ma anche decisa e comunicando la propria mondovisione e il senso dell’essere insieme».
Due i principi che, secondo l’Arcivescovo, devono orientare. Se la storia è guidata da Dio in vista di una méta certa, non serve guardare al momento attuale con facili ottimismi o tragici pessimismi, ma occorre avere coscienza che l’oggi in cui siamo chiamati a vivere è ciò che Dio ci dà. E, poi, «per quanto nella nostra società possano convivere visioni del mondo diverse che generano rapporti conflittuali, si impone il dato di fatto che siamo costretti a vivere insieme».
La questione è, semmai, come trasformare il dato elementare del meticciato sotto gli occhi di tutti, in un dato politico che «suppone una serie di scelte e di processi implicanti un radicale ripensamento della partecipazione alla vita democratica nel Paese, dell’Europa fino alla costruzione di un nuovo Ordine mondiale. In questo senso è richiesto – conclude il Cardinale – un radicamento forte in quello che San Paolo chiama “il pensiero di Cristo”.
Questo è il grande problema che si apre a noi e che va in parallelo con l’affronto della presenza islamica in Europa. Il nostro lavoro tra Chiese deve essere congiunto e molto stretto, capillare. Un lavoro per riscoprire insieme la coscienza della fede che non vogliamo fare da soli, indipendentemente dagli altri cristiani. Ricordiamoci che ciò che ha permesso nel passato di superare secolari difficoltà è stata la disponibilità a imparare gli uni dagli altri e noi vogliamo, come Chiesa ambrosiana, continuare su questa strada con amicizia e fraternità».
E tutto in vista dell’ecumenismo di base, per essere attori diretti nell’imparare reciproco. Parole che trovano una straordinaria sintonia con quelle dell’articolata relazione del metropolita Gennadios, attento a sottolineare l’amicizia tra la Milano e il Costantinopoli e «il grande rilievo del Patriarcato nel movimento ecumenico, quasi un ‘ponte’ tra la Chiesa romana e la Riforma». Porta, il metropolita Gennadios, anche il saluto personale del Patrarca Bartolomeo, amico personale del Cardinale.
«Ciò che vediamo oggi non è il risultato di pochi anni ed è una verità incontestabile che Paolo VI e il patriarca ecumenico Atenagora I iniziarono passi di dialogo in un periodo che rimarrà una pietra miliare nella storia dell’uomo. La reciproca comprensione e la consapevolezza della realtà contemporanea li resero strumenti della volontà divina», spiega sua Eminenza Gennadios. Infatti, significativamente, mentre si stava preparando il Vaticano II anche la Chiesa ortodossa viveva un “primavera” con la Conferenza pan ortodossa di Rodi del 1961.
«Segni entrambi dell’azione dello Spirito in vista del ristabilimento della piena comunione. Rodi che fu anch’essa una convocazione dopo tanti secoli, l’incontro del 5 gennaio 1964 a Gerusalemme tra il Papa e il Patriarca e l’invito agli osservatori ortodossi a partecipare ai Lavori della III sessione del Concilio hanno preparato l’abolizione delle scomuniche del 1054». Tempi, insomma, in cui si è manifestata la benevolenza di Dio».
«Il cammino è stato all’inizio molto difficile, pieno di tensioni anche in Italia. Dopo tanti secoli occorreva lottare e lavorare per l’amore, la conciliazione, il dialogo e lo Spirito è disceso su di noi per lavorare per l’unità. Il cammino conciliare del Vaticano, quello delle Conferenze pan ortodosse e l’itinerario che stiamo compiendo sono uno strumento prezioso per una maggiore attenzione e un rinnovamento della vita cristiana in cui tradizione e profezia si nutrano reciprocamente». Infine l’auspicio: «Speriamo che venga rimossa ogni barriera e si abbia una sola dimora fondata sulla pietra angolare che è Cristo Gesù venuto per tutti e per la nostra salvezza. Occorre fare nostre le parole “Padre, fai che siano una cosa sola perché il mondo creda”.
I progressi da quando arrivai in Italia, cinquantadue anni fa, sono innegabili», riflette il Metropolita. «Certo, ci sono voci discordanti e difficoltà, ma non vi è dubbio che sono più gli elementi che condividiamo che quelli che separano e non dobbiamo mai dimenticare che il lavoro per l’unità è opera non solo umana ma dello Spirito santo il quale soffia dove vuole».
Poi, a chiudere l’intensa serata, la preghiera comunitaria, nel Santuario di San Pietro Martire, con l’Arcivescovo e i Metropoliti.

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