Il cardinale Scola ha presieduto l’Eucaristia nella popolosa parrocchia di San Nicola in Dergano, raccomandando l’attenzione alla testimonianza e alle relazioni

di Annamaria BRACCINI

Dergano

«Caro don Angelo quante belle cose ha fatto il Signore nella tua e nella nostra vita. Ti aspettiamo da tre anni, tu che tra noi incarni la Successione apostolica, ci fai appassionare alla Chiesa e confermarci in essa».

Così don Gerolamo Castiglioni, parroco di San Nicola in Dergano, saluta il cardinale Scola, al quale è legato da amicizia e affetto di lunga data. Nella grande chiesa degli anni ’30, lo attendono in molte centinaia di persone – la gente che non riesce ad entrare arriva fino al sagrato e alla strada –, tanti i bambini e i ragazzi, ma anche gli anziani abitanti da sempre di questo che fu un paese e che oggi è un quartiere dalla fisionomia multietnica.

«Vogliamo dire – continua, infatti, il parroco – che c’è desiderio di riscoprire la storia di Dergano come era ai tempi di San Carlo e come è ora. Tu, vescovo Angelo, hai potuto sperimentare la paternità e l’accoglienza della nostra comunità: per questo, insieme, ricordiamo la figura di don Bruno De-Biasio». E, in riferimento alla composizione del territorio parrocchiale, don Gerolamo, sempre rivolto al Cardinale, conclude: «Spesso parli di meticciato, di pluriformità nell’unita, stiamo, come Consiglio pastorale, leggendo la tua Lettera, speriamo di portare frutti. Sii benvenuto in mezzo a noi!».

«Sono molto lieto e carico di commozione per essere qui a celebrare il santo Sacrificio e il santo convivio, proprio perché in questa parrocchia fui ospitato più volte fino agli inizi degli anni ’80 quando tornavo da Friburgo», dice, da parte sua, l’Arcivescovo ricordando anch’egli don De-Biasio, parroco a Dergano dal 1965 al 2004, «la cui semina posso toccare con mano nella vostra larga partecipazione». E richiama, Scola, il Vangelo della Samaritana. «La liturgia odierna ci chiama a un coinvolgimento diretto. Dobbiamo stare di fronte a Lui, qui convenuti per il più importante gesto che possiamo compiere: vivere l’Eucaristia che ci fa giusti nella fede e che ci redime. Vi esorto a tenere sempre desta la consapevolezza della natura profonda della Chiesa che è pienezza di Colui che è il prefetto compimento di tutte le cose».

Il pensiero è per la prima lettura che parla del Decalogo, «i Comandamenti, alveo sicuro per rinfrancare le persone», come li definsice il Cardinale.

Eppure mai come ora è forte – nota – la tentazione di prescindere dai comandamenti, persino tra noi cristiani che spesso non vediamo che Cristo ha concentrato in essi ciò che da senso e significato al nostro cammino. «Bisogna allora che il cristiano sia testimone di Gesù e di tutte le sue implicazioni come il rapporto con il creato, la vita nella società necessaria a cittadini, edificatori di vita buona nella città che deve costruirsi dell’amicizia civica».

Un’“amicizia”, cui i cristiani possono dare tanto, nella testimonianza che non è solo “buon esempio”, ma molto di più: «un modo adeguato per conoscere la realtà».

«Come la Samaritana compie il primo passo della testimonianza, anche noi dobbiamo cercare di autoesporci, proponendo il Signore senza pretese egemoniche, ma dando ragione della nostra speranza. I Paesi della nostra stanca Europa, noi tutti, abbiamo bisogno di questa responsabilità che nasce dal rapporto personale con Dio e che si fa amore diretto che vuole il bene dell’altro».

Da qui il richiamo a vivere compiutamente la quaresima «con un cammino di penitenza di preghiera, di opere di carità, di digiuno».

E, alla fine di quella che il Cardinale chiama “una piccola visita pastorale, come tutte quelle che compio nelle parrocchie il sabato e la domenica”, c’è ancora spazio per un ringraziamento: «la vita che ferve in questa comunità parrocchiale realizza uno dei punti centrali della nostra proposta pastorale», sottolinea Scola, «la pluriformità nell’unità che scaturisce dal sacrificio di Cristo che ci riunisce al Padre per opera dello Spirito santo. Occorre sempre testimoniare il per chi facciamo tutto questo. Non dimentichiamoci delle periferie profonde di cui ci parla papa Francesco, anzitutto le periferie esistenziali ancora prima che geografiche.

Per questo insistiamo sulla condivisione della fragilità, sulla trasmissione della tradizione vera del nostro popolo. Se viviamo tutto questo, non possiamo non comunicarlo e, così, con-vincere cioè legare a Cristo tutti i nostri fratelli uomini».

La preoccupazione del Cardinale è per la cura attenta delle dimensioni fondamentali della vita, gli affetti, il lavoro, la festa, ma soprattutto per la famiglia «che è in discussione oggi, a partire dal tentativo di mettere tra parentesi la differenza sessuale.

Occorre operare sulla famiglia come soggetto di vita ecclesiale, aiutando chi per esempio si prepara al matrimonio» Nella parrocchia di Dergano è, infatti, attivo un servizio di vicinanza e accompagnamento delle future coppie da parte di coniugi più anziani, attraverso una formula molto apprezzata. «Come il generare implica l’educare così dobbiamo anche educarci a crescere in Cristo, nella fede e nelle relazioni».

L’ultima parola affettuosa è rivolta ai giovani: «imparate ad amare perché niente oggi e così confuso come la parola amore. Bisogna educarsi ad amare in maniera oggettiva ed effettiva. Ragazzi, non giocate con gli affetti, ma imparate seriamente l’amore fin dalla prima adolescenza non avendo timore, aprendo il cuore specie se il desiderio è quello della vocazione sacerdotale», per cui la diocesi mette a disposizione un centro di orientamento e cammino vocazionale.

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