Presiedendo, nella prepositurale dei Santi Pietro e Paolo gremita da millecinquecento fedeli, la Celebrazione Eucaristica per il Decanato Lissone, il Cardinale ha indicato la forza che nasce da una grande tradizione di fede e lavoro

di Annamaria BRACCINI

scola lissone 2015

«Il benvenuto con gioia», che esprime il responsabile della grande Comunità pastorale di Lissone, don Tiziano Vimercati, è come la sintesi del clima di affetto e di emozione che circonda il Cardinale, fin dal primo momento, quando, per strada, saluta la gente e, poi, compie la breve processione con cui entra nella grande e artistica chiesa prepositurale dei Santi Pietro e Paolo.

Accompagnato dal Vicario episcopale di Zona, monsignor Garascia, dai venticinque sacerdoti e dai due diaconi permanenti presenti nel Decanato Lissone – un territorio di circa ottantamila persone -, l’Arcivescovo entra così nel cuore di questa Comunità, «non perfetta, perché a volte siamo troppo timidi ad annunciare la bellezza del Vangelo, ma viva e che sa ancora esprimere scelte coraggiose», spiega don Vimercati.

E di gioia «venata di commozione, per potere partecipare insieme all’Eucaristia in questa grande chiesa che, in ogni parte, rivela la sua grande storia», parla subito il Cardinale.

«L’azione eucaristica è un dono straordinario che il Signore continua a darci, il rapporto più decisivo della nostra esistenza e perciò chiede di essere portata fuori da questo tempio investendo il quotidiano nei rapporti con se stessi con gli altri e con Dio», aggiunge.

Nel riferimento al Vangelo di Giovanni appena proclamato – con le parole di Gesù a Filippo “Chi ha visto me, ha visto il Padre” – nasce subito la prima indicazione, «perché la risposta di Gesù si trasforma per tutti in una domanda».

«Siamo capaci di vedere nell’Eucaristia la presenza di Gesù morto, passo e risorto, di riconoscere il suo volto vivo? Facciamo un’esperienza di incontro vero con Lui? Abbiamo la consapevolezza che, a partire dal dono eucaristico, nasce un tipo di appartenenza reciproca che esprime la nuova parentela dei cristiani, una parentela ancora più potente di quella della carne e del sangue, pur così decisiva? Siamo qui con questa consapevolezza?».

Interrogativi fondativi dell’esistenza appunto perché, scandisce Scola, «ciò determina il modo affrontare la realtà e di condividere, soprattutto nella vicinanza a chi si trova nel bisogno e nella prova».

Insomma, se questa è la vera domanda, essa è anche «il fattore principale del travaglio che stiamo attraversando aspettando che un nuovo parto ci porti una società più giusta, più libera, più solidale, più pacifica».

Da qui la necessità di “fare nostra la risposta” essenziale: «vedere il Padre attraverso Gesù che ci ha manifestato che questo Padre che non ci lascia mai» e che tutto ci dona.

Dunque, in una logica del dono va vissuta anche nostra vita, compiendo in questa stessa dinamica il disegno di Dio, come suggerisce la Lettera di Paolo ai Colossesi, «andando incontro, nell’offerta si noi stessi, a tutti i rapporti e le circostanze favorevoli e sfavorevoli».

Questo significa «l’esistenza vissuta con nel cuore la domanda della conversione e del cambiamento», questa è la testimonianza, sottolinea con forza il Cardinale.

«Pensiamo alla cultura del lavoro che ha fatto famose nel mondo queste terre, alle grandi tradizioni del movimento cattolico e anche operaio. Bisogna ritrovare il senso dell’appartenenza a Gesù come via verità e vita. Continuiamo nel cammino delle Comunità pastorali, ma sapendo che, per far questo, vi è bisogno della posizione di dono, del contributo teso alla rigenerazione del tessuto della comunità cristiana».

E, alla fine, prima della festa dei millecinquecento che affollano la Prepositurale – tantissimi i chierichetti di ogni età – e dell’incontro con tutti i sacerdoti del Decanato, ancora un pensiero rivolto direttamente ai presenti: «Siete una realtà decisiva, ma se non chiedete al Signore il dono di un’appartenenza più viva, ho il timore che le generazioni di mezzo, oberate da difficoltà, crisi, mancanza di lavoro e da una situazione violenta di cambiamento, non seguiranno al vostra strada, appunto perché rischiano di non vedere più il rapporto tra l’Eucaristia e il quotidiano. Stringete le fila per non perdere tutta la ricchezza del patrimonio della vostra fede. Questa è la vostra grande responsabilità verso le giovani generazioni e quella intermedia. Abbiate una grandissima cura per la famiglia, soggetto di evangelizzazione e chiesa domestica; comunicate tutto questo con semplicità e amicizia verso gli altri, con uno stile di accompagnamento anche verso le famiglie ferite».

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