Il Cardinale ha presieduto, nel giorno della Festa del Perdono, la Celebrazione Eucaristica nella chiesa di Santa Maria dell’Annunciata e ha, poi, preso parte al convegno «Salute: Diritto? Dono?», aperto dal presidente della Fondazione Ca’ Granda-Ospedale Maggiore Policlinico, Giancarlo Cesana

di Annamaria BRACCINI

Festa del Perdono

Nel «luogo in cui nasce la carità delle opere e da cui parte la carità intellettuale», come il cappellano don Giuseppe Scalvini definisce la il Policlinico, il cardinale Scola presiede l’Eucaristia nella chiesa dedicata a Santa Maria dell’Annunciata, in occasione della Festa del Perdono. 

Il primo pensiero, nell’omelia dell’Arcivescovo – che qui è anche parroco per un’antica tradizione –, è proprio per la gloriosa istituzione della Ca’ Granda, nata il 1 febbraio 1456 per volere del duca Francesco Sforza, e subito sostenuta dalla Chiesa ambrosiana e dagli Ordini religiosi.

«Più di cinque secoli fa dalla fede dei nostri padri nacque questa grande opera, la Milano metropolitana deve continua a menare vanto di questo luogo di accoglienza e di cura dei più poveri. Vediamo qui già dall’antichità quella collaborazione tra istituzioni civili e religiose che oggi viene maldestramente spesso messa in discussione, ma che resta, nel rispetto dei ruoli, di fondamentale importanza, per raggiungere in maniera integrale il bisogno costituivo di ogni cittadino, dei corpi intermedi e di tutta la nostra realtà».

Una necessità che è, anzitutto, ricerca di senso, di significato e di direzione  della vita, sottolinea il Cardinale, nel richiamo alla pagina evangelica appena proclamata, rivolgendosi direttamente al personale della Fondazione Ircss Ca’ Granda-Ospedale Maggiore Policlinico, presente con il presidente Giancarlo Cesana e con l’intero Consiglio di Amministrazione. «Quale è la strada che rende possibile vivere tutte le vostre responsabilità? Quando ci si trova di fronte a una vicenda tremenda come quella avvenuta in Tribunale a Milano, quando dovete confortare i parenti, è impossibile non confrontarsi con la ricerca del perché, del senso. Se c’è una fatica radicale a vivere questa fase di transizione complessa che interessa pesantemente la nostra Europa e la nostra città, è perché vi è una grande fragilità che nasce dalla rottura tra la fede e la vita, come già indicava il beato Montini».

Se questo è «l’inconveniente radicale» per un nuovo umanesimo – come dice ancora Scola –, da una tale consapevolezza emerge quel mutamento prodotto dalla grazia del perdono e dell’Indulgenza. «Un cambiamento del cuore che possa consentirci uno sguardo più intero e limpido sui nostri rapporti e nel nostro lavoro. Per questo siamo celebriamo l’Eucaristia: per affidare a Lui il compito di un accompagnamento sicuro. Possa questo richiamo trovare la nostra mente, il nostro cuore disponibili al cambiamento per l’edificazione di una fede e di una vita civile  rivolta al bene della nostra amata città, nella quale avete una grande responsabilità».

Infine l’auspicio: «Dovete lavorare perché questa responsabilità trovi una collaborazione a quell’anima che Milano deve ritrovare: bisogna costituire il nesso tra il personale e l’universale: Questo è il senso della cattolicità che Cristo ha voluto per la sua Chiesa. Preghiamo per l’edificazione di una pace solida, credibile, realizzabile e che, soprattutto, si attui».

Temi cruciali per la società, riaffrontati, poi, al Centro Schuster di via Sant’Antonio, con il Convegno intitolato “Salute: Diritto? Dono?”, aperto dal presidente Cesana. 

Nella distinzione tra i concetti di salute e sanità, l’Arcivescovo avvia la sua analisi. «La salute indica uno stato di benessere fisico, morale e mentale. In quanto salute, essa è una dimensione costituiva dell’umana esistenza e mette in campo una visione dell’uomo con l’etica che ne consegue. Invece, la sanità dice quell’insieme di scienze, di pratiche, di tecnologie che promuovono la salute della collettività a livello personale e sociale».

Ovvio, dunque, che i due contesti si rapportino con modalità diverse di fronte al diritto e al dono.   «Rispetto alla salute è fondamentale la categoria di dono e non la si può espungere. Un elemento di dono è connesso alla vita stessa, perché non sarà mai possibile l’autogenerazione. Questo connota la vita attraverso un elemento di risposta che è ciò che fa entrare il dono in maniera inevitabile in ogni esistenza, che lo si scelga o no. Il diritto alla salute può essere, quindi, concepito come diritto alla cura».

Da qui, cinque conseguenze importanti: «la consapevolezza che la domanda di salute è anche sempre una domanda di salvezza e di vita eterna. La necessità di trovare un senso più marcato di ciò, nella pratica medica e che l’arte terapeutica implichi un’azione diretta e sinergica tra tutti gli attori. Infine, occorre evitare il delirio di onnipotenza con umiltà clinica e bisogna sviluppare la ricerca scientifica perché risponda a criteri di giustizia distributiva», scandisce il Cardinale.

Laddove il sistema sanitario, per il suo carattere proprio, non può che essere letto nell’unità dei tre fattori – diritti, doveri, leggi –, «una pratica medica corretta non può prescindere dal riferimento al dono ottemperando ai diritti connessi alla sanità. Basti pensare al diritto alla vita. Anche nell’atto clinico la domanda di salvezza implica un dono da parte di chi si prende cura del malato,  quindi il punto di sintesi tra diritto e dono, tra salute e sanità, è una corretta relazione tra la cura, l’atto clinico e l’arte terapeutica. La cura esige che pazienti operatori sanitari, familiari, volontari si espongano, mettano in gioco la loro responsabilità. Un concetto integrale di cura implica che i soggetti coinvolti siano testimoni».

Così, la cura nella sua interezza «è l’arte terapeutica che passa attraverso ogni atto clinico», suggerisce Scola. «Il mondo della sanità non può che lasciarsi interrogare e finalizzarsi a questa visione integrale della pratica medica Dobbiamo rivedere la cultura della morte della nostra società. La differenza tra salute e sanità permette di modulare i diritti, perché si passi da libertà astrattamente proclamate a libertà concretamente realizzate».

E quando Cesana dice, – «Oggi, arrivati sino alla ricerca molecolare, si sa tutto del “piccolo”, ma non si sa più niente del “grande”, della vita e della morte», l’Arcivescovo conclude annuendo e pensando ancora all’oggi: «Non dobbiamo essere antistorici, siamo entrati nella società plurale anche nella nostra città. È un dato che va accettato in modo positivo ma bisogna fare un altro passo: Cosa significa oggi rispondere alla domanda leopardiana, “E io che sono?”. Dobbiamo vivere insieme e l’intelligenza è trasformare questo dato di fatto scelta politica. Ciò è quanto fatichiamo a compiere».

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