Il Cardinale ha tenuto la Prolusione al Convegno di Studi Religiosi, un’Assise importante nella quale ha delineato un quadro articolato e approfondito della situazione del dialogo soprattutto in Europa

di Annamaria BRACCINI

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“Lo spazio dell’altro. Tessere legami nella società plurale”. Un titolo che già da solo dice tanto, perché definisce la realtà di oggi, la necessità di capire e capirsi e, insieme, le sfide (tante) che si aprono in un futuro che è già qui. 
È il XXXVIII Convegno annuale promosso dalla Fondazione Ambrosiana Paolo VI e l’Istituto Superiore di Studi Religiosi sia di Milano che di Villa Cagnola, in collaborazione con la Diocesi, proprio nella splendida e storica sede della Villa. Una Due giorni di Studi Religiosi a più voci, anche di livello internazionale, che giunge in una situazione mondiale e nazionale di grande travaglio, appunto per guerre, conflitti, migrazioni e integrazione. 
«Senza togliere nulla a tante attività, questo è il momento forte, qualificante che Villa Cagnola propone, oltretutto nell’anno in cui si inaugura un nuovo percorso dedicato al dialogo tra le religioni», spiega in apertura, monsignor Eros Monti, direttore della Fondazione Ambrosiana Paolo VI. «Insieme vogliamo riflettere e confrontarci su problematiche attuali per mettere a fuoco la responsabilità dei credenti in una società plurale», dice il presidente di Villa Cagnola e, per quest’ultima, delegato della Conferenza Episcopale Lombarda, monsignor Luigi Stucchi, che aggiunge: «Si tratta di tutto l’umano, una posta in gioco complessa e delicata fino a rischiare di intaccare l’esercizio della libertà e se questo avviene, è già succede, si rischia di compromettere la pace nella casa comune in cui abita pluralità stessa. Le potenzialità di Villa Cagnola vogliono essere messe a frutto per un lavoro culturale più preciso, nella radice di ciò che ci ha preceduto, la donazione della Villa, voluta dal conte Cagnola, per farne luogo di confronto, dialogo e formazione. Nel 70esimo della donazione, il Convegno integrerà la gratitudine e lo sguardo sull’oggi e sul futuro». 
La Prolusione – tra il pubblico siedono tanti i Vescovi, tra cui i Vicari Episcopali di Zona, monsignor Agnesi e per la Cultura e Azione Sociale, monsignor Bressan accanto al preside dell’Issr, monsignor Cozzi – è affidata al cardinale Scola che indica subito lo scopo della sua riflessione nel tentare di «restituire all’Europa un tessuto resistente, capace di affrontare le problematiche che ci attanagliano da vicino in questo cambiamento di epoca che si svolge in una società plurale e che imprime alla domanda antropologica un carattere di scommessa pascaliana». Ossia, «chi vuole essere l’uomo del Terzo millennio, se in relazione o isolato, considerato che non si riesce più a definirlo con la parola narcisismo, ma che andrebbe definito in una sorta di autismo spirituale».
«La sfida dell’interazione con l’altro è emersa in tutta la sua ampiezza con la crisi migratoria ed è certamente acuita dalla presenza musulmana. L’Islam, infatti, introducendo una diversa visione del mondo, mette particolarmente in crisi gli assetti con cui si è finora regolata la convivenza in Europa», sottolinea l’Arcivescovo che indica due piste di approfondimento. Una di un io tutto teso all’affermazione di sé e che prescinde dagli altri; l’altra costituita dalla perdita di fiducia nell’esistenza di un universale concreto antropologico e politico che renda possibile la comunicazione tra uomini portatori di mondovisioni differenti.
«Questo universale, rappresentato prima dal Cristianesimo e poi dalle grandi “narrazioni” della modernità, o è esplicitamente negato, e si dà allora una concezione “multiculturalista” che non riesce a pensare la convivenza se non come mera giustapposizione dei diversi, o viene affermato in maniera formalistica, invocando astrattamente il modello ideale dei diritti dell’uomo. L’essere umano è così amputato di una sua dimensione costitutiva, quella della capacità di comunione».
Come, allora, ritrovare la via perduta? Anche qui, per l’Arcivescovo, due indicazioni: una antropologica e una con ricadute più immediatamente politiche. 
In primis, «in forza delle interconnessioni prodotte dalla globalizzazione,  dal meticciato di civiltà e culture, ci troviamo in uno di quei momenti in cui le culture e le religioni sono costrette a interloquire tra di loro». In secondo luogo, «se consapevolmente assunto, l’essere in relazione diventa un bene politico primario. Elaborando, in modo adeguato, questa comune decisione, il bene pratico dell’essere in società potrebbe costituire quell’universale politico che il processo di secolarizzazione ha smarrito lungo la modernità». 
Un richiamo, insomma, alla concretezza della realtà che è sotto gli occhi di tutti: «All’istituzione pubblica spetta il delicato compito di accompagnare e governare questo processo, essendo aconfessionale ed imparziale nei confronti di tutte le identità in campo, senza però assumere posizioni neutraliste». 
Evidente che una tale visione interpelli in modo particolare le religioni, specie quella cristiana e cattolica. Fede incarnata che è cultura e genera cultura, per il solo fatto di imprimere un significato e una direzione alla vita. Con le parole di Romano Guardini, l’esempio concreto è la Trinità come categoria di interpretazione concreta dell’esistenza umana: «La Trinità insegna che tutto proprio tutto potrebbe, dovrebbe essere comune. Una cosa sola non dovrebbe esserlo: la personalità. Questa deve rimanere inviolata nella sua indipendenza Mi sembra perciò – osserva Scola – che il Cristianesimo, con la sua “pretesa” di annunciare un Dio in cui, come diceva san Tommaso, l’unità della sostanza si esprime nella differenza radicale delle persone, abbia molte risorse da offrire al dibattito sulla società plurale. Non possiamo tuttavia non registrare una stanchezza diffusa nel cristianesimo europeo, che mi pare trovare la conferma più evidente nel fatto che l’uomo europeo sembra aver eliminato dal suo orizzonte esistenziale la possibilità del martirio». Martirio che è anche solo quello della quotidiana pazienza, in  ogni caso testimonianza e non semplice “buon esempio”. 
Il pensiero non  può che andare all’oggi, ai morti sotto le bombe, ai cristiani perseguitati e scacciati, «a padre Jaques, la cui uccisione ha provocato un significativo moto di condanna da parte di molti musulmani, suscitando sorprendenti gesti di partecipazione. Questo ci dice che quando i cristiani sono veramente tali, già costruiscono il bene: non solo quello della Chiesa, ma della società intera.
Nel martirio dei nostri giorni emerge così una rilevanza culturale e politica della Croce Gloriosa». 
Narrarlo e lasciarsi narrare, contribuire all’edificazione di amicizia civica, dicendo come la si pensa è la strada per giocare la libertà che deriva da quel Crocifisso, non voltando la faccia dall’altra parte di fronte ai numeri impressionanti che monsignor Silvano Mari Tomasi, fino a qualche mese fa osservatore permanete della Santa Sede presso le nazioni Unite e, oggi, chiamato dal Papa a far parte del neonato Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, scandisce nella sua relazione.  «Si calcola che 1 milione di persone abbiano attraversato il Mediterraneo nel 2015: erano 60.000 nel 2013 e solo 22.00 nel 2012. A oggi, nel 2016, si calcolano 3369 morti e si  prevede che, alla fine dell’anno, saranno più di 5.000. 65 milioni di individui sono state costretti, in ogni parte del mondo, a lasciare le case per crisi e guerre e 21 milioni hanno dovuto abbandonare  loro Paese. 250 milioni tra donne e uomini vivono e lavorano, oggi, in una nazione diversa da quella di nascita». 

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