Al Centro pastorale ambrosiano, nel contesto dell'iniziativa “Tempo in disparte”, l'Arcivescovo ha presieduto la Celebrazione della Parola per l'immissione in nuovo incarico di 48 sacerdoti

di Annamaria BRACCINI

nuovi parroci 2015

È il Santuario di Seveso a far da cornice alla Celebrazione della Parola per l’immissione nell’Ufficio di parroco e per l’avvio ufficiale di una Comunità pastorale, che all’inizio dell’anno pastorale 2015-2016 coinvolge 48 sacerdoti. Una scelta significativa, perché proprio nel Centro pastorale di Seveso sta per concludersi l’iniziativa “Tempo in disparte”, promossa dalla Formazione Permanente del Clero e rivolta ai preti che cambiano appunto destinazione, attraverso una settimana di esercizi spirituali e altrettanti giorni di preghiera, condivisione di esperienze e di aggiornamenti. Un «momento e un aspetto di riforma della vita del clero che vogliamo come Chiesa», sottolinea il cardinale Scola presiedendo la celebrazione, con cui per questi sacerdoti inizia un nuovo cammino, l’immissione in possesso dell’Ufficio da parte dell’Ordinario, a norma del canone 527 del Codice di Diritto canonico.

«Siamo chiamati a cogliere, attraverso le Letture proposte, il significato profondo di questo gesto che insieme compiamo, che è gesto liturgico il quale domanda la responsabilità di ciascuno», dice in apertura l’Arcivescovo, cui sono accanto il vicario generale monsignor Delpini e alcuni Vicari di Zona. «Quanto non sia facile cogliere la radice di questi gesti che hanno carattere formale, ma che si connettono con la modalità di incarnazione del fatto cristiano, appare chiaro oggi per la mentalità dominante – spiega Scola -. Più una società è frammentata, individualistica, autoreferenziale, tanto più pretende che ogni legge divenga universale, mentre ognuno si esonera dalle leggi che pure ha cooperato a costituire». Così, prosegue Scola, si crea una rete di regole che rallenta e impedisce il cammino della comunità civile: «Lo vediamo particolarmente nel nostro Paese su questioni brucianti come quella dei migranti o nella proposta di nuove vie per il lavoro e per l’economia. Tuttavia, a noi Ministri ordinati deve interessare che non venga eliminata la radice di fede che sta alla base di questo gesto».

Dalle parole del primo capitolo del profeta Geremia, appena ascoltato – «Prima di formarti nel grembo materno ti ho conosciuto, prima che uscissi alla luce, ti ho consacrato» – nasce allora la riflessione e un primo invito del Cardinale: «Chiedo a me stesso e a ciascuno di voi di tornare stasera su questo versetto e di domandarci se oggi crediamo veramente alla predestinazione radicale che crea il volto delle nostre personalità, o se un’affermazione come questa ci commuove solo sul momento per il suo bel carattere estetico». Una questione da avvertire come fondamentale, perché «se si perde la radice dell’essere conosciuti e amati dal Signore, è rotto, fin dall’inizio, il rapporto che genera la nostra personalità di sacerdoti e accompagna la nostra vita».

Laddove la gratitudine dell’Arcivescovo, ripetuta più volte, «è comunque per l’obbedienza al cambiamento, perché sappiamo quanto costi, specie passata una certa età», il primo suo invito è allora a leggere questo mutamento «nella prospettiva in cui dobbiamo educare la nostra gente, ossia della vita come vocazione». «Non esiste vocazione al Presbiterato al di fuori della vita stessa, in modo che l’esistenza in ogni istante diventa una chiamata. Solo così il Mistero ordinato appare in tutta la sua potenza e da qui sgorga la missione». Non a caso papa Francesco, che viene citato, ha proposto di non parlare di vocazione e di missione come termini distinti, ma di vocazione-missione.

«Noi sappiamo quanto il pensiero moderno, quando ha cercato di avviare un processo di secolarizzazione, sostituendo Cristo Gesù come punto sintetico della civiltà dell’umanità, abbia contestato proprio la figura del Pastore, preferendo l’immagine greca del nocchiero: colui che guida la nave e che lascia intatta la libertà dei rematori, mentre il Pastore avrebbe la “pretesa” di comando su altri soggetti», osserva Scola richiamando Foucauld, che utilizzò come esempio del dominio della Chiesa sugli uomini la pretesa di dominare le coscienze attraverso la confessione. «Certo, il crollo della pratica della confessione, pur se oggi vi è qualche avvisaglia di ripresa, non può che essere connesso anche a questo, ma il Vangelo di Giovanni al capitolo 10 riconduce la figura del Pastore al Padre, quindi non connettendolo a un potere, ma alla potenza di Dio». Quel Signore «la cui conoscenza generosa e commossa genera appartenenza che, se è autentica, spalanca a 360° e si fa vero servizio, liberante e rispettoso in attesa del giudizio che solo spetta a Lui. Ed è proprio perché questo giudizio è aperto che possiamo sperare la salvezza eterna, poiché nulla è pregiudicato per noi e per tutti i battezzati. Ecco perché bisogna “uscire”, perché tutti i battezzati sono nostri fratelli e figli e perché le pecorelle smarrite sono molte e hanno bisogno della nostra compagnia».

Temi, questi, delineati nella Lettera pastorale per il 2015-2017, che sarà resa pubblica l’8 settembre, «Lettera che vi chiedo di diffondere», conclude il Cardinale richiamando il senso della sua Visita pastorale che inizierà appunto la sera dello stesso giorno e che terminerà nel maggio 2017, in una dimensione “feriale”, «in cui tutti saremo coinvolti per ritrovare il gusto dell’incarnazione nel quotidiano nella nostra fede».

Poi, dopo la Professione di fede, il Giuramento di fedeltà nell’assumere l’ufficio da esercitare a nome della Chiesa – nel quale i parroci e responsabili di Comunità pastorali pongono le mani sul Vangelo, invocando l’aiuto del Signore – e la lettura del Decreto di immissione in possesso. Infine il momento di saluto con l’Arcivescovo, che dona a ognuno dei presbiteri il suo saggio dedicato a Riforma della Chiesa e primato della fede. Per un’ermeneutica del Concilio Vaticano II, «perché sono convinto che anche la nostra Chiesa è entrata in un tempo di riforma».

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