Il Cardinale ha concluso, con il suo intervento, il convegno dell’Associazione “Nonni 2.0” dal titolo “Il ruolo educativo dei nonni”. Un incontro reso di stretta attualità dopo le parole pronunciate a Milano dal Papa: «I nonni mi hanno educato alla fede e sono fondamentali»

di Annamaria BRACCINI

«Non ho conosciuto i miei nonni, non ho avuto la fortuna di poter vedere la loro faccia se non in una vecchia foto che campeggiava in casa mia: quella dei nonni paterni». 
Inizia con un breve ricordo personale l’intervento del cardinale Scola che conclude l’affollato convegno dell’Associazione “Nonni 2.0” svoltosi presso il Centro Diocesano di via Sant’Antonio a Milano. Promosso in collaborazione con il Servizio per la Famiglia della Diocesi, l’incontro si «inserisce benissimo – come dice il vicario episcopale per la Vita Sociale, monsignor Luca Bressan – nel gesto di riconoscenza per la visita del Papa. Ci siamo scoperti un popolo numeroso e vogliamo capire il compito che anche età come quella dei nonni hanno nell’aiutare sia la società che la Chiesa a vivere in armonia. Buon lavoro perché la Diocesi, vedendovi così numerosi, non mancherà di convocarvi spesso». 
E, in effetti, i partecipanti sono davvero tanti per un pomeriggio animato da poesia, testimonianze, musica, riflessione e, appunto, le indicazioni rivolte a un «associazione così vitale».  dall’Arcivescovo. Nata 3 anni fa, durante una cena tra amici, come racconta uno dei fondatori, Giuseppe Zola, “Nonni 2.0” è già un punto di riferimento per chi «considera che abbiamo ancora molte cose positive da dire a questo mondo così disperato, come testimoni di virtù ed esperienze che si sono dimostrate valide di fronte alle sfide del tempo presente. Non possiamo sentirci estranei e non presenti, non giudicare la società di oggi, là dove vengono messe in dubbio le esperienze elementari che ci sono state trasmesse dalla tradizione giudaico-cristiana». 
Temi ribaditi nei vari interventi succedutisi nell’assise, da quello del presidente dell’Associazione, Pierluigi Ramorino (bello che a moderare il dibattito sia stato un suo giovane nipote, Davide)  – «saremo veramente attivi e creativi se non smetteremo di lasciarci educare personalmente e comunitariamente» – fino ad arrivare a nonni e nonne alle prese con il volontariato di oggi, con esperienze dolorose, con il far crescer i figli, ora a loro volta genitori, attraverso educazione, musica, la sana vita di tutti i giorni di nuclei familiari normali.  
Ad Alberto Cozzi, preside dell’Istituto di Superiore di Scienze Religiose di Milano e a Eugenia Scabini, docente di Psicologia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, vengono affidati gli approfondimenti di taglio scientifico. «Diventare nonni è, forse, una delle esperienze più significative della vita perché nasce dalla gratitudine di poter assistere, ancora una volta, a una nuova generazione. Lo stupore per la nascita di una vita coglie tutti, ma quando si è genitori ciò è segnato dall’orgoglio, mentre essere nonni è un’esperienza più pura, più centrata sulla dimensione della gratuità e del dono. Per questo il rapporto tra nonni e nipoti è immediato in tutte le culture. L’obiettivo, però, è mantenere il buono della tradizione con la capacità di innovare poiché succede che di fronte a tanti rapidi mutamenti, il rapporto generazionale in famiglia si fa più supportivo, ma talvolta povero di scambio e confronto. Dobbiamo puntare più in alto e lo possiamo fare solo insieme, creando luoghi e occasioni in cui intraprendere strade per un profondo dialogo intergenerazionale», spiega Scabini secondo la quale la sfida è essere «veramente generativi, facendo emergere la forza di un pensiero lungo che sappia testimoniare ciò che regge la vita». 

L’intervento dell’Arcivescovo 

Da una precisa preoccupazione educativa, percepita già anni fa, prende avvio anche l’analisi del Cardinale che sostiene la necessità di strappare il compito dei nonni «a una frammentarietà familiare, nel senso di un chiudersi dentro un orizzonte di sicurezza che, magari anche con iniziative molto belle, non riesce esplicitamente ad andare oltre». 
Preoccupazione che coincide con la possibilità di «percepire, praticare e fare vivere, attraverso l’essere attori della cosiddetta prima generazione, la bellezza della Chiesa, della sequela di Gesù creando comunione, solidarietà, appartenenza nei nipoti e vivificando, in questo modo, le nostre comunità». Un impegno, quindi, anche squisitamente ecclesiale, quello  dei nonni, ma con qualche complessità di cammino.    
«Ho intuito – continua, infatti, Scola – che pur percependosi come una grande forza in questo momento di transizione, essi rischiano di restare troppo “chiusi”, di permanere in una fase della vita precedente, continuando ad arrancare dietro alla vita della propria generazione, senza assumersi i contenuti del presente. Ho capito, allora, che la necessità è far transitare il tutto nel frammento». 
Anche perché «il rapporto educativo con i nipoti non è una risorsa solo per loro, ma anche per i nonni stessi». 
Da qui 3 ambiti decisivi per l’educazione pedagogica dei giovani. «Educazione al bell’amore, ad accettare il lato ombroso della vita e a imparare la serietà del lavoro, inteso in senso lato, e del suo nesso con il riposo». 
«Il bell’amore è l’ambito in cui il soggetto si gioca e inizia dall’innamoramento, ma bisogna crescere per amare l’altro come altro. I nostri ragazzi possono trovare nella vostra compagnia di nonni un’introduzione a tale stile gratuito dell’amore, passando da una dimensione puramente soggettiva e affettiva a una effettiva che rispetta l’altro. La castità non è una regoletta morale, ma è questa posizione intera di fronte all’amore».. 
Poi, il secondo punto: «Vedendo la nostra età, percependo un itinerario di vita passato, i nipoti imparano più da noi anziani i lati oscuri della vita: una vita che tende al compimento terreno e si spalanca all’eternità, vita che è stata di edificazione e di lavoro implicando ordine, serietà, passione, dedizione. L’equilibrio tra gli affetti e il lavoro è dato dal riposo che dà ritmo giusto all’esistenza. Anche questo lo possono imparare meglio dai nonni». 
La consegna ai presenti che testimoniano «un’esperienza molto preziosa per la Diocesi e per tutta la realtà milanese» è, allora, chiarissima: «Occorre raccontare e accompagnare la libertà dei piccoli nell’assunzione seria dell’esistenza come compito: ecclesiale, civile e sociale». 
Tornano così alla mente le parole di padre Marian Micu, parroco a Cerignola in Puglia della Diocesi Ortodossa Romena in Italia sui “nonni adottati” che, per i piccoli immigrati, sostituiscono gli anziani rimasti a casa. Il riferimento è a Natalia «che ora si impegna di più e spiega ai bimbi la fede. Saggezza, accoglienza, sapienza e  pazienza portano alla salvezza delle nostre famiglie e dei nostri figli. Speriamo che questo progetto, promosso nella nostra parrocchia, possa essere applicato anche altrove». 

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