Il cardinale ha incontrato migliaia di ragazzi in Duomo per la veglia in traditione Symboli. «Come Bartimeo, seguiamo il Signore nella Chiesa»

di Filippo MAGNI

Traditio Symboli

Il Duomo è pieno di giovani. Occupano le panche, le sedie, molti siedono sul pavimento, nelle navate laterali. Riempiono gli occhi del cardinale Scola, che dal pulpito li saluta così: "Siete tantissimi, è bellissimo abbracciarvi da qui".
Sono giunti dalle parrocchie, dagli oratori della Diocesi per la veglia "in traditione Symboli", la "consegna del Credo", simbolo della fede (causa pioggia celebrata tutta in Duomo e non invece con una parte in piazza come da programma). Seduti insieme a loro 118 catecumeni, gli adulti che nella notte di Pasqua riceveranno i sacramenti dell’iniziazione cristiana. Li presenta ai giovani come esempio, il cardinale. "Hanno compiuto questa scelta in libertà – spiega -, hanno preso fino in fondo la decisione della fede. Anche voi giovani – aggiunge – capite che non c’è fede possibile senza decisione. Non ci sono passi della fede senza decisione".
La veglia è la quarta tappa di un percorso, riassume l’Arcivescovo, iniziato con la Redditio Symboli, in Duomo, a ottobre. "Abbiamo invocato "Credo, aiuta però la mia incredulità" – ricorda Scola -. Più passano i giorni e più la sento penetrare in me come una lama che taglia, ma con una verità che è piena di balsamo e da gusto alla vita".
La seconda tappa, in università Statale, "ci ha fatto capire che se non dico «tu» a Gesù è come se la fede si vanificasse. Il centro diventa periferia e la periferia non trova un centro". Chiunque ci troviamo accanto, al lavoro, a scuola, in comunità, aggiunge, "è stato posto lì da Dio in un disegno che capiremo. Anche se sembra non piacerci, essere nemico, non possiamo separare il nostro io dal rapporto con l’altro".
Terza tappa, a Malpensa. "Abbiamo capito – ricorda il cardinale – che la legge che dà felicità alla vita è l’amore oggettivo che arriva a godere di donare noi stessi, a volere il bene dell’altro. Ad essere sempre disponibili perché il bisogno diventi desiderio. Come accade a Bartimeo".
Il protagonista insieme a Gesù del brano evangelico (Mc, 10,46-52) letto durante la serata della veglia in traditione Symboli. Cieco, mendicante, quando si accorge del passaggio del Signore inizia a urlare per attirare la sua attenzione, nonostante la folla gli chieda di calmarsi. La richiesta di soddisfare un bisogno, cioè riavere la vista, riempita da Cristo fino a renderla soddisfazione del bisogno di fede. Con Bartimeo che, scrive l’evangelista, "riacquistò la vista e prese a seguirlo per la strada".
"Cosa domanda Bartimeo – si chiede l’Arcivescovo -, se non ciò di cui ha bisogno? Se noi chiediamo aiuto nel bisogno, Gesù lo dilata nel desiderio che allarga il cuore". è quella che Sant’Agostino chiamava la "ginnastica del desiderio".
Il Credo consegnato ai ragazzi e ai catecumeni, aggiunge Scola, "diventa il fondamento della nostra vita, dell’io in noi, e non resta una semplice formula, se capiamo cosa c’entra Gesù con quello che studio, con chi amo, con la vita che faccio, con chi è nel bisogno e nell’emarginazione".
Bartimeo lo capisce e segue Gesù. "Amici, – auspica l’Arcivescovo – fossero così la mia vita e la vostra vita, sempre al seguito di Gesù, sprizzeremmo felicità da tutti i pori. Ma può diventarlo, nonostante tutti i nostri difetti". La sequela di un uomo, aggiunge, "che è risorto e quindi vivo, adesso, in mezzo a noi nella Chiesa. Perché non si può dare del "tu" a Gesù se non si appartiene a una comunità cristiana". Come scritto nella lettera pastorale, al capitolo 8. Ai giovani il cardinale ribadisce quindi la necessità di vivere in una "comunità reale entro la quale la mia libertà si espande. Varcate la soglia di questa comunità cristiana in cui il risorto vive contemporaneo a noi".
In conclusione, prima di invocare la protezione di Maria sui giovani, Scola ribadisce il concetto leggendo un racconto di Checov, "Lo studente", in cui un giovane racconta a due donne la vicenda di San Pietro, che le commuove fino alle lacrime.
"Lo studente pensò di nuovo che, se Vassilissa si era messa a piangere e sua figlia si era turbata, evidentemente ciò ch’egli pocanzi aveva raccontato, ciò che era avvenuto diciannove secoli addietro, aveva un legame col presente: con le due donne e, probabilmente, con quella campagna deserta, con lui stesso, con tutti gli uomini. Se la vecchia aveva pianto, non era stato perché egli sapesse raccontare in modo commovente, ma perché Pietro le era caro e perché ella, con tutto l’essere suo, aveva interesse a ciò che era avvenuto nell’anima di Pietro.
E la gioia tutt’a un tratto si rimescolò nel suo cuore, ed egli si fermò perfino un momento, per riprender fiato. Il passato – pensava – è legato al presente da una catena ininterrotta di eventi scaturiti uno dall’altro. E gli pareva di aver veduto entrambi i capi di questa catena.
E mentre traghettava il fiume sulla chiatta e poi, procedendo in salita, guardava il suo villaggio natio e verso occidente, dove splendeva la striscia sottile di un freddo tramonto di porpora, egli pensava che la verità e la bellezza che avevano indirizzato la vita umana laggiù, nell’orto e nel cortile del gran sacerdote, erano continuate senza interruzione fino ad oggi ed evidentemente avevano sempre costituito l’essenziale nella vita umana; e un senso di giovinezza, di forza – egli non aveva che ventidue anni – e l’attesa inesprimibilmente dolce della felicità, di una sconosciuta, misteriosa felicità, si andavano impossessando di lui a poco a poco, e la vita gli pareva affascinante, prodigiosa e colma di un profondo significato".

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