Il Cardinale, nella chiesa dei Frati Minori francescani, ha presieduto la celebrazione eucaristica per i cinquant’anni di “Telefono amico”. La Messa, preceduta da un convegno, ha visto la partecipazione di moltissimi amici di “Mondo X”, dei volontari e degli ospiti delle Comunità legate alla grande famiglia fondata da padre Eligio

di Annamaria BRACCINI

50mo telefono amico

Inizia, chiamandolo «Eminenza», poi, si corregge subito – padre Eligio Gelmini -, definendo il cardinale Scola, «caro papà venuto ad accogliere i tuoi figli più disperati».

Sono i cinquant’anni di “Telefono amico”, per i quali l’Arcivescovo presiede la Celebrazione eucaristica nella chiesa di Santa Maria degli Angeli, annessa la Convento dei Frati Minori francescani. Concelebrano il cardinale Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia, alcuni Vescovi di Diocesi in cui sono presenti le Comunità di Mondo X, il vicario generale dell’Ordine dei Frati Minori , Juan César Bunader in rappresentanza del Ministro generale, il Ministro provinciale di Lombardia, Francesco Bravi e la Comunità di Sant’Angelo al completo.

«Questo è un giorno storico per noi perché viviamo un’esperienza di eroismo quotidiano che ci ha portato, in cinquant’anni, a ricevere nove milioni di telefonate. Caro papà, aiutaci ad amare e a riconoscere il nostro Dio che è Padre», aggiunge padre Eligio.

Quasi un’immediata risposta la riflessione del Cardinale che, più volte, si rivolge direttamente agli amici di Mondo X, ai volontari, ma soprattutto a chi, nelle trenta Comunità di questa grande famiglia, ha trovato aiuto, sostegno e ascolto. Appunto quell’ascolto che è il filo rosso di tutta l’omelia.

«Il gesto più profondo e significativo che l’uomo possa compiere è il gesto della gratitudine, anche se purtroppo, in una società complessa e travagliata come la nostra, sta diventando sempre più raro. Per questo sono lieto di ringraziarvi per questi cinquant’anni di cammino».

Il riferimento è al Vangelo, appena proclamato, dell’Annuncio a Maria con l’ascolto attento dell’Angelo.

«Quell’ascolto, così importante fino dallo Shemà Israel ebraico, che dimostra – nota l’Arcivescovo – che non c’è posizione in cui la natura dell’uomo meglio si esprima, proprio perché nell’ascolto, l’altro prende da me e io imparo da lui a vivere».

E come occorre un atteggiamento di ascolto per rispondere a una chiamata, così il modo stesso in cui ascoltiamo definisce il nostro essere, come umani, in relazione con Dio e con gli altri. Paradigmatica in questo senso, la natura dell’ascolto di Maria, suggerisce Scola.

«Il suo è un ascolto che si lascia fecondare, ed è la stessa esperienza che voi fate nelle Comunità che sono comunità di rigenerazione e di riscatto. Nessuno di noi sceglie di nascere e nessuno potrà mai autogenerarsi. Esserne consapevoli è importante di fronte ai deliri di onnipotenza di oggi e testimonia quanto la nostra vita abbia, fin dall’origine, il carattere della risposta».

Grave e frequente è nella società odierna, infatti, il rischio di dimenticare che «siamo gettati nell’esistenza», divenendo così autoreferenziali e narcisisti, negandoci la felicità, «proprio perché si intraprendono strade che bruciano l’ascolto di Colui che ci ha creato».

«Tutti siamo soggetti a sbandamenti, commettiamo errori e talvolta scegliamo scientemente di fare il male – anche se il peccato viene ormai spesso declassato dall’uomo moderno a semplice errore -, mentre il male, laddove riconosciuto nella sua autenticità, permette la conversione e la rinascita».

Come figli di un Dio che è Abbà-Padre nel dono totale di sé e nella tenerezza, anche noi, dunque, dobbiamo farci portatori del bell’amore di cui Maria è madre ed esempio perfetto.

«Un amore “bello’ perché capace di possedere l’altro nel distacco, senza legarlo, senza renderlo strumento del proprio piacere e del narcisismo».

Quanto la nostra società e l’Italia abbiano urgente bisogno di tutto questo – «di uomini nuovi, anzi rinnovati» -, è sotto gli occhi di tutti e il Cardinale lo sottolinea: «Penso a quelli tra voi che stanno vivendo il travaglio della vita, ai volontari, ma anche a noi tutti che dobbiamo rispondere alla domanda profonda degli uomini del nostro tempo per generare speranza, nella donazione agli altri. Infatti, se la vita ci è stata donata, dobbiamo a nostra volta donarla».

A conclusione della Celebrazione, tra gli applausi, padre Eligio, consegnando all’Arcivescovo il dono di Telefono amico, scandisce:

«Tu sei Vescovo della Chiesa più bella del mondo, ma sappiamo che sei aperto a tante Chiese che soffrono, ebbene i ragazzi che soffrono ti fanno dono di questa Croce copta, frutto di una Chiesa che soffre».

E anche il pensiero del Cardinale, che saluta affettuosamente, quasi ad uno ad uno, i ragazzi riuniti ai piedi dell’altare maggiore, è per questi martiri della fede.

Con un filo di commozione nella voce, dice: «Ricordiamo in questo momento tutti i nostri fratelli che, in varie parti del mondo, sono soggetti a persecuzioni dolorose. Migliaia di persone che hanno perso tutto: la casa, se non la vita, e che sono molti di più di quanti abbiamo notizia, come ci hanno ricordato i Patriarchi del Medio Oriente, riuniti in Concistoro da papa Francesco in questi giorni.

Ricordiamo i carcerati, preghiamo per i nostri pesi sul cuore, mettendoli nelle braccia della Vergine perché porti le nostre persone a Gesù. Una grande regola per cambiare è “cambiare qui e adesso” come si impara bene mediante l’esperienza della Comunità».

Poi, mentre la festa conviviale di Telefono amico inizia, nella “Gioia della gratitudine” – come si intitola – l’Arcivescovo si intrattiene ancora con gli ospiti, i volontari e gli amici di sempre di Mondo X: un nome? Gianni Rivera.  

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