L’Arcivescovo visita la comunità natale del cardinale Ravasi, di monsignor Manganini e di numerosi sacerdoti, missionari e religiosi, e di cui è stato parroco, tra gli altri, anche monsignor Ferrari: messa in Santo Stefano e incontro con i sacerdoti del Decanato di Merate

di Marcello VILLANI

Don Costantino Prina

Quella di Santo Stefano a Osnago è una parrocchia di 4.800 abitanti, un’alta percentuale dei quali, superiore al 10%, è composta da stranieri. Domenica 9 febbraio, nella celebrazione eucaristica che presiederà alle 10.30, l’Arcivescovo di Milano, cardinale Angelo Scola, porterà la sua parola a una comunità che può vantare tra i suoi “figli” il cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, monsignor Luigi Manganini, Arciprete emerito del Duomo di Milano, e altri esponenti del mondo ecclesiale. A guidarla, parroco dal 2007, è don Costantino Prina, 67 anni.

Don Costantino, come mai una parrocchia della Brianza lecchese è riuscita a dare tanti pastori alla Chiesa?
Il segreto non lo conosco, ma so che sono nati qui sedici sacerdoti ancora viventi e ben venticinque suore. L’ultima vocazione femminile risale allo scorso anno, quando una giovane è entrata nell’Ordo Virginum. Due anni fa, invece, abbiamo avuto un frate francescano e una suora passionista. Purtroppo questa tradizione sta un po’ rallentando, perché in Seminario, al momento, non ci sono altri osnaghesi. Oltre al cardinale Ravasi e a monsignor Manganini, dobbiamo ricordare anche due parroci miei predecessori: monsignor Marco Ferrari, poi vescovo ausiliare e vicario dell’Arcivescovo, e don Piero Cecchi, successivamente parroco a Milano, in viale Padova, molto attivo con gli stranieri… E ancora, missionari come padre Luigi Morel, che si trova in Kenya a insegnare al Seminario di Nairobi, e padre Giovanni Bonanomi, in procinto di rientrare a 82 anni, dopo essere stato a lungo responsabile dei Seminari della Consolata, sempre a Nairobi.

Proprio gli stranieri sembrano essere il traît-d’union tra presente e passato. È così?
Direi che la nostra è una comunità ben integrata. La mia parrocchia ha una vivacità culturale non indifferente, che favorisce l’apertura verso gli altri. Ha associazioni culturali come la Lazzati, molto radicata. E il versante civile lavora in costante contatto con gli assessorato comunali alla Cultura e ai Servizi sociali. Un’attività socio-caritatevole molto riuscita è «Adotta una famiglia», realizzata per andare incontro alle varie esigenze in collaborazione con Caritas e Servizi sociali del Comune. Con questa iniziativa abbiamo creato un fondo comune, che due volte al mese distribuisce vestiti per bambini e pacchi alimentari e procede al pagamento di bollette, affitti, mutui, ecc. Inoltre abbiamo una casa di accoglienza, «La Locanda del Samaritano», che allevia le situazioni di difficoltà abitative delle famiglie. Vi sono già passate 48 famiglie e nel 2012 la sua nuova sede ristrutturata è stata inaugurata dal cardinale Tettamanzi; ma l’attività era stata avviata da don Cecchi fin dal 1982. D’altronde già don Ferrari aveva avuto in eredità una cascina che negli anni Settanta accoglieva degli stranieri.

Il cruccio è rappresentato dai giovani, sempre meno presenti nell’attività pastorale della parrocchia…
Da giugno c’è don Tommaso Giannuzzi, un sacerdote novello, che si occupa della Pastorale giovanile: essendo più vicino di età ai giovani, ha una maggior capacità di aggancio rispetto a noi “vecchietti”. Inoltre, in collaborazione con il coadiutore di Merate don Luca Rognone, responsabile della Pastorale giovanile decanale, si sta portando avanti un grosso lavoro: siamo undici parrocchie con tanti bravi preti che fanno un po’ fatica a lavorare insieme, come dappertutto d’altra parte… La pastorale d’insieme è sempre difficile, ma la voglia di creare qualcosa di positivo per i giovani è tanta.

Quali i problemi socio-economici della sua comunità?
Sono diversi: gli sfratti esecutivi, la chiusura di parecchie industrie, la crisi di altre fabbriche, anche storiche, come le tessiture che un tempo davano lavoro a tante donne. Non ci sono state tensioni sociali, ma la situazione è difficile.

E sul piano pastorale, quali sono le linee-guida?
Voglio seguire la linea dell’Arcivescovo. Qui ci sono grandi tradizioni legate a eventi quali la festa patronale di Santo Stefano con tutti i preti di Osnago, il pranzo dei sacerdoti (anche nel 2013 erano una ventina ), la devozione verso la Madonna Assunta a Ferragosto, con la processione che un tempo raccoglieva tutta la gente del paese… Tradizioni che vanno scemando, però: un tempo erano i quarantenni a trasportare la statua della Madonna, oggi non ci sono più nemmeno loro (quest’anno erano solo due). E qualche volta il rischio è quello di dimenticare un po’ il gusto della Parola di Dio, dei momenti prolungati di preghiera. Ma non ci lamentiamo: a Osnago, tutto sommato, il popolo di Dio è ancora attento.

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