In Duomo la celebrazione presieduta dall’Arcivescovo per l’11° anniversario dalla morte di don Giussani e il 34° anniversario del riconoscimento pontificio della Fraternità: «L’intreccio di obbedienza e libertà fa vivere la comunione e spalanca alla missione»

di Annamaria BRACCINI

La lunga fila di persone che attendono di entrare in Duomo; il sagrato che, già molto prima dell’inizio della celebrazione, si affolla di fedeli, tra cui moltissimi giovani; la Cattedrale che si riempie in fretta in ogni sua parte, con tanta gente in piedi in fondo e nelle navate laterali. Come ogni anno, l’Eucaristia che il cardinale Scola presiede in memoria del Servo di Dio monsignor Luigi Giussani – in questi giorni centinaia di Messe ne fanno memoria in tutto il mondo – è come il ritrovarsi di una grande famiglia, quella di Comunione e Liberazione.

Sono passati undici anni dalla morte del fondatore – avvenuta a Milano il 22 febbraio 2005 -, ma il ricordo appare più che mai vivo nel Movimento, e non solo. In Cattedrale ci sono i fratelli di “don Gius”, Livia e Gaetano, i nipoti, i vertici di Cl con il vicepresidente nazionale Davide Prosperi, alcuni volti delle istituzioni, come Raffaele Cattaneo, presidente del Consiglio regionale della Lombardia, e Marta Cartabia, vicepresidente della Corte costituzionale. Concelebrano il rito una cinquantina di sacerdoti, tra cui Julián Carròn, successore di Giussani alla guida della Fraternità di Comunione e Liberazione – di cui si festeggia anche il XXXIV anniversario del riconoscimento pontificio -, il Vicario generale monsignor Mario Delpini e l’assistente diocesano di Cl don Mario Garavaglia. Nel cuore di tutti – laici e consacrati -, come espressamente detto all’inizio della Messa, è il desiderio di vivere «con verità, fiducia, intensità e operosità questo Giubileo».

Anno della Misericordia cui fa subito riferimento anche l’Arcivescovo, delineando la condizione umana del presente: «L’uomo non è più capace di guardare né l’altro, né la realtà secondo la verità; la sua condizione di creatura finita cessa di essere apertura al dono del Creatore; il suo abitare il mondo si fa sospettoso, ostile e spesso predatorio. L’Anno Santo costituisce un’occasione privilegiata per educarci al pensiero e ai sentimenti di Cristo, prospettiva entro la quale la nostra Chiesa ambrosiana vuol vivere la Visita pastorale in atto. Ma il Giubileo illumina anche la comprensione del mondo odierno», aggiunge Scola, che rileva il «narcisismo, anzi l’autismo» di uomini e donne di oggi, che vivono «un ripiegamento dell’io su se stesso», ormai incapace di qualunque comunicazione e rapporto. Eppure, contro ogni pessimismo, Dio “chiama” sempre e comunque, come diceva don Giussani indicando la forza del “non dimenticare”: «La memoria come riconoscimento di Cristo presente nella Chiesa è la possibilità, permanentemente donata alla nostra libertà, di un rapporto quotidiano e cogente con l’origine, la radice, la sorgente della nostra esistenza». «Nella memoria di Cristo c’è la fonte inesauribile della comunione e della missione, di quella comunione vissuta che è sale della terra e luce del mondo», secondo l’espressione del Vangelo di Matteo appena risuonata tra le navate, che il Cardinale richiama: «In questo quadro intendo ora, come vostro Arcivescovo e unicamente in forza di questa responsabilità affidatami dalla Chiesa, offrirvi qualche spunto di riflessione che potrete rendere oggetto di dialogo, guidati dall’autorità del Movimento, cui non intendo sostituirmi e neppure potrei farlo».

Chiara la consegna: «Due sono i fattori attraverso i quali si vive la comunione e si attua la missione di un movimento per la Chiesa e per il mondo: l’obbedienza al carisma di origine, che assicura il bene dell’unità, e la libertà come responsabilità di aderire a Cristo secondo la forma in cui mi è venuto incontro». È dunque nel legame inscindibile tra la libertà del coinvolgimento personale e l’autorità con-veniente, «nel senso nobile della parola», che si gioca la vera testimonianza cristiana a ogni livello: «Una libertà che non si risparmia la verifica, che non delega la propria responsabilità, ma che si espone continuamente, senza timore e senza remore, al dialogo, vincendo ogni riserva ed evitando ogni rapporto inautentico con l’autorità».

Poi, quella che Scola definisce una «nota», per evitare «da parte di tutti, una deleteria tentazione, sovente ripropostasi nella storia della Chiesa»: «Nel necessario, continuo immedesimarsi all’esperienza e al pensiero del fondatore, non bisogna cercare conferme per la propria interpretazione considerata, anche in buona fede, come l’unica adeguata. Questa posizione genera interminabili dialettiche e paralizzanti conflitti di interpretazione. È solo l’intreccio di obbedienza e libertà a far vivere la comunione a spalancare alla missione». Evidenziando la gratitudine per l’impegno personale, comunitario e sociale vissuto quotidianamente da Cl nei diversi ambiti educativi, di carità, di cultura e nel sociale, l’auspicio è allora di lavorare «insieme ai fedeli della nostra comunità diocesana, nelle Zone pastorali, Decanati, Comunità pastorali e parrocchie». Una testimonianza – questa – che nasce, in tutti, dell’avere incontrato Cristo e per questo si fa corale.

«La bellezza imprescindibile dell’unità che voi stasera documentate – scandisce l’Arcivescovo, concludendo la sua omelia – si esprime, come ci domanda papa Francesco, nel vivere per la missione, donando la vita per la gloria del Padre. Questa è la strada che il Signore ci spalanca davanti come via al compimento della persona e della comunità. Non c’è né tempo né spazio per altro, oltre questa offerta totale, più che mai oggi». Una via da percorrere nella gratitudine «per la profetica attualità dell’insegnamento e della testimonianza di don Giussani» chiedendo, come dice don Carròn nel suo saluto finale, «una sempre più appassionata e intelligente fedeltà al carisma del fondatore, nella sequela di papa Francesco, per poter continuare a offrire il nostro contributo originale alla Chiesa, universale e ambrosiana, e al mondo nelle così delicate circostanze attuali».

Alla fine, ancora un pensiero dell’Arcivescovo rivolto direttamente a tutti i presenti: «Chi è passato all’altra riva vive con noi – in maniera diversa, ma realissima -, e questo già esprime nel popolo una fama di santità. Andando con la memoria allo sguardo penetrante di don Giussani, possiamo percepire la sua gioia per questo gesto che abbiamo vissuto insieme. Dal cielo egli accompagna l’esperienza del Movimento all’interno della Chiesa universale, da lui sempre straordinariamente amata, di quella ambrosiana – la sua ambrosianità sprizzava da tutti i pori – e in questo tempo travagliato. Tratteniamo nel cuore la bellezza di questa eucaristia corale e traiamone conseguenze necessarie e decisive».

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