La rivista quindicinale della Pro Civitate Christiana di Assisi celebra l'anniversario con un numero speciale, confermando la propria impostazione “di frontiera”

di Renzo Salvi

Rocca 80 anni
La copertina del numero speciale. Nella minigallery alcuni autorevoli ospiti della Pro Civitate Christiana

Rocca: in carta e in rete, area dei social compresi. Sempre con lo sguardo volto al futuro. E per ricordare un compleanno “tondo” – il 1° giugno sono stati ottant’anni: 80 – una copertina e un numero mirato al domani: così si presenta la rivista di una Pro Civitate Christiana di Assisi della quale non si possono scordare salde radici ambrosiane, per un fondatore – don Giovanni Rossi – già segretario del cardinale Ferrari, e per il fatto di aver radice, come associazione laicale cristiana, con altro nome, nella diocesi di Milano già dal 1920.

Poi la Pro Civitate Christiana sorgerà in Assisi nel Natale del 1939 e Rocca la seguirà, assumendone il carisma della comunicazione, alla metà del 1941: è quindicinale, sin dalle origini e oggi ancora, pur essendo questa periodicità desueta, con una centralità editoriale e spirituale, dichiarata e praticata, sulla figura di Cristo, che è marcata ancora oggi e sin dentro questo numero degli ottant’anni (con interventi di Gianfranco Ravasi e di Raniero La Valle); è una rivista, in abbonamento, attenta al sociale, alla cultura, alle espressioni delle arti e dell’informare e del comunicare: un periodico sempre – quasi “ferocemente”, anche a rischio di danni propri – sulle frontiere di un domani che viene indicato, pagina per pagina, intervento dopo intervento, articolo su articolo, come una realtà progressiva da costruire alla luce dell’annuncio cristiano.

Nei suoi primi, remoti quindici anni, nel tempo dell’attesa, in un contesto sociale tra consensi di massa e resistenze oppresse, con una Chiesa che ha in sé molte divisioni (come sempre: allora sul modernismo, sui regimi politici…) Rocca e la Pro Civitate ospitano voci profetiche: don Mazzolari dal suo secondo numero, per esempio, e don Arturo Paoli, Giorgio La Pira, il cardinal Schuster… Guarda al futuro e nel 1941 già promuove un’indagine, la prima in Italia, tra i lettori e le figure di rilievo di quel cristianesimo italiano su quella che oggi si definirebbe la “percezione” di Gesù Cristo. Risponderà persino un gerarca come Bottai, evocando un Padre Eterno «col triangolo in testa ed il barbone».

Questo modo di proiettarsi del vivo e oltre il presente sociale italiano e cristiano – del primo Novecento, e anche nelle epoche tragiche del fascismo e della guerra e poi nel tempo della democrazia repubblicana da costruire – fa di Rocca e della Pro Civitate Christiana un punto naturale di costruzione e di specchiatura del cristianesimo italiano, anche quando questo registra e subisce la forzatura della cultura e soprattutto della politica in chiave non pluralista.

Rocca ospita i “lontani”; alla Cittadella passano i cosiddetti “non credenti”; si affacciano e dialogano figure di ogni diversità. Gli orizzonti sono di preparazione all’aggiornamento conciliare prima di essere di cassa di risonanza e di elaborazione del Concilio e della sua (desiderata) realizzazione.

Il Patriarca Roncalli sarà in Cittadella – amico di don Rossi dai tempi del comune lavoro come “segretari”, dei “loro” rispettivi vescovi a Milano e a Bergamo -, così come saranno ai Corsi di Assisi Montini e Lercaro, ma anche Ottaviani e Siri, Colombo e ancora Pellegrino e Martini. Sono firme di Rocca Capovilla, durante e dopo il Concilio, insieme a tutta l’onda conciliare di teologi, sociologi, artisti, letterati, politici e cineasti.

Dalla fine degli anni Sessanta Rocca prosegue in un lavoro di elaborazione culturale in tutti questi settori, riflettendo in chiave di dimensione spirituale e sociale, morale e politica. Una redazione colta e tenace – che giova ricordare sin in questa sua brillante terza e quarta età: Anna Portoghese, Claudia Mazzetti, Gino Bulla – conduce la rivista dentro gli anni Duemila e oltre: raramente celebrandosi e aggregando invece collaboratori nuovi, di qualità, “amici di penna” e di tastiera presenti spesso negli altri settori di lavoro della Cittadella: in attività editoriali, corsi di studio, seminari, scuole di formazione.

Il futuro da indagare/costruire, l’apertura, il confronto sono le linee portanti di un impegno che ogni due settimane costruisce una proposta informativa e di interpretazione degli eventi.

E ora col passaggio di mano del gruppo redazionale, per le mai scritte e tuttavia ineludibili leggi dell’anagrafe, il percorso continua guardando a un futuro che marca e chiede una svolta più che epocale. Il numero che porta in copertina #OttantaStrada limita la citazione ai decenni trascorsi alla riproduzione delle copertine e a qualche puntualizzazione di testo: ovvero e appunto Rocca seguita a guardare al futuro.

L’intervista a Raniero La Valle, autore di Rocca in pagine lontane e in pagine dell’oggi, esplicita questo sguardo in un contesto in cui nulla è consueto e «la svolta grande, epocale… riguarda non solamente l’ordinaria storia della vita sulla Terra, ma addirittura il tempo ultimo, vale a dire la possibilità stessa che la storia continui o no». Richiamato il magistero di Francesco che – sempre La Valle – «ha assunto su di sé non solo la responsabilità dell’annuncio della Parola…, ma anche il problema della salvezza del mondo e della storia», Rocca, in nome del laicato cristiano che vi si specchia e come servizio per la Chiesa tutta, è “vocata” a essere partecipe nel farsi carico di queste due Salvezze: «Non soltanto la Salvezza escatologicamente pensata, del tempo futuro al di là del tempo, la Salvezza di cui parla Dante nell’Empireo, dove l’Amore “move il Sole e l’altre stelle”, ma anche la Salvezza storica, umana, di questa terra, di questi Stati e delle nazioni come sono, dei popoli, della natura, delle foreste, delle acque, delle case, delle vigne, delle persone…».

Troppo? Troppo per poche pagine, per gli oltre tremila abbonati/lettori che quindicinalmente la ricevono e la sfogliano, la leggono e la studiano? Troppo per una redazione? Troppo se si fosse soli, probabilmente; ma qui il compito è comune. Se qui, come già ai tempi di papa Giovanni, a essere convocate sono tutte le persone “di buona volontà”, i fratelli e sorelli – tutte e tutti – che sono nella Chiesa e nelle terre del mondo, se è tutta l’interlocuzione alla quale si è aperto il messaggio di papa Francesco, allora e forse anche le energie di Rocca possono trovare forza e collaborazione, spazi e lavoro comune. Per altri tempi ancora e per frontiere dalle quali – per noi che amiamo l’Ad Diognetum – «non è lecito sottrarsi».

 

 

 

 

 

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