Dobbiamo recuperare familiarità con Cristo «buon pastore», altrimenti non avremo fatto tesoro di questo periodo

di don Pierluigi BANNA
Docente di patrologia al Seminario di Venegono

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Il periodo che stiamo affrontando è il più duro della nostra Nazione dopo la seconda guerra mondiale, perciò per molti italiani il più duro della loro vita. Tutto ciò per cui ci spendevamo da mattina a sera è stato improvvisamente interrotto e adesso, che progressivamente ci avviamo a una lenta riapertura, ci troviamo incerti, divisi, tra “bulimici” del “tutto subito” e “anoressici” del “tanto non serve”. In entrambi i casi, sembra che non abbiamo saputo far tesoro, proprio adesso che ci tocca ripartire, di quell’essenzialità e di quell’unità finalmente ritrovata durante i primi giorni dell’emergenza. Nell’attesa dell’immunità di gregge, possiamo però umilmente riconoscerci come le pecore smarrite che attirano la commozione del buon pastore (cf. Mt 6,34).

«Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me» (Gv 10,14). Il buon pastore, Gesù, conosce le sue pecore. Essere conosciuti da Gesù: quanto è stato fondamentale riscoprirlo in questo tempo. Spesso ci preoccupiamo di conoscerlo e spendiamo tutte le nostre migliori energie per farlo conoscere, ma quanto ci lasciamo conoscere, come accetta di fare Pietro alla fine del Vangelo di Giovanni: «Signore, tu conosci tutto…» (Gv 21,17). L’alternativa è dolorosamente espressa dalle parole del Vangelo di Matteo: « “Signore, Signore, non abbiamo forse profetato nel tuo nome? E nel tuo nome non abbiamo forse scacciato demòni? E nel tuo nome non abbiamo forse compiuto molti prodigi?” Ma allora io dichiarerò loro: “Non vi ho mai conosciuti”» (Mt 7,22-23).

Già il fatto che, di primo acchito, ai nostri orecchi l’essere conosciuti dal Gesù sembri una cosa astratta rispetto al “concreto” del fare quotidiano, rivela quanto non abbiamo fatto tesoro di questo tempo di essenzialità. Abbiamo bisogno di recuperare quella familiarità con Cristo per cui ci scopriamo, qualsiasi cosa potremo fare, di essere prima di tutto conosciuti e riconosciuti da Lui come Suoi. Altrimenti continueremo a misurare il successo della nostra vita in base a quante cose riusciremo a fare, a quante persone potremo raggiungere, a quanto le nostre idee riusciranno ad imporsi. Magari tutto nel Suo nome, ma senza dimorare nella pace che dà l’essere conosciuti da Lui. E il segno si vede da quel senso di insoddisfazione che alberga al fondo dei nostri cuori alla fine delle giornate, davanti al quale nessuno può barare; come da quell’estraneità che sentiamo tra di noi, un senso di solitudine che talvolta esplode nella divisione, la peggiore testimonianza che possiamo dare al mondo, perché «da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri» (Gv 13,35).

Cosa ha voluto dire durante l’isolamento e cosa vuol dire in questo tempo di riapertura lasciarsi conoscere dal buon Pastore e riconoscere la sua voce? Ha voluto dire anzitutto vivere la realtà, così come è e come siamo noi di fronte a lei, senza forzare tempi e leggi, senza scandalizzarsi dei limiti nostri e degli altri. Ci sono stati momenti di creatività e di desolazione, di solitudine e di compagnia ritrovata, di oppressione e di libertà, di rabbia e di gioia. Accogliere in primo luogo queste emozioni senza scandalo, come occasione di riscoperta di sé e di offerta della propria umanità, così come è, al Signore è il primo passo per abbattere il recinto del nostro io per lasciarci finalmente conoscere da Lui. Chi ne ha fatto esperienza, può testimoniarlo: rinasce una preghiera schietta e spudorata davanti al Signore, la preghiera di un figlio, anche un po’ bizzoso, davanti al suo papà: «Che cosa mi stai chiedendo?»; «Che cosa vuol dire tutto questo?»; «Non potevi impedirlo?»; «Ci hai abbandonato?». Non possiamo lasciarci alle spalle queste domande, soprattutto riprendendo a celebrare i funerali delle tante sorelle e dei tanti fratelli che ci hanno lasciato. Prima ancora della temperatura giusta, le persone vogliono sapere se Dio conosce la tempesta che si è scatenata nel loro cuore con la morte così tragica dei loro familiari. Troveranno davanti operatori del sacro, o uomini che con le loro stesse domande si sono lasciati conoscere e trasfigurare da Dio fino a dare la vita per Lui e perciò anche per loro che ci stanno ascoltando?

Riscoprendoci così bisognosi, abbiamo poi avuto la possibilità di riconoscere le testimonianze di gente semplice, non nota alle cronache del mondo, che ogni giorno non ha risparmiato la sua vita sia pregando da sola in casa, sia spendendosi per i propri cari, sia mettendo tutte le proprie energie nel lavoro. Il Signore non manca mai di darci la testimonianza di queste persone che, come le donne che vanno al sepolcro, ci possono sembrare in un primo momento un po’ pazze, ma in realtà, se vi diamo credito, sono l’alimento della nostra fede nella resurrezione. Qualsiasi passo in avanti può solo ripartire dalla loro testimonianza di fede e non dai nostri progetti che abbiamo lasciato nel cassetto prima che questo periodo iniziasse.

Infine, questo periodo ci ha insegnato una cosa che è dura, molto dura. Dio non ha impedito la diffusione del Coronavirus, ma non ha neppure impedito di metterci accanto fratelli scomodi come una spina nel fianco e governanti che talvolta potrebbero sembrarci meno intelligenti e meno profondi di noi. Un terzo modo con cui si impara a farsi conoscere da Dio è obbedire a queste persone, certo sempre criticamente, usando tutta la creatività della propria libertà, ma alla fine si obbedisce, come Gesù al Padre. Prima del virus abbiamo assistito a strumentalizzazioni sulla figura dei due Papi, un momento tragico per la Chiesa. Poi l’emergenza sembrava aver richiamato al cuore che unifica tutto, ma è bastata la brezza della riapertura per tornare agli scontri. Sono convinto che se non obbediamo ai nostri superiori, pur con tutte le nostre buone intenzioni, ci trasformeremo in mercenari che richiamano a sé e non a Cristo.

Il Signore nei momenti di crisi fa sempre sorgere dei profeti, i santi, che incarnano la soluzione ai problemi del loro tempo, trasformando l’acqua delle circostanze di tutti i giorni in vino nuovo, Vangelo vivo, capace di portare la vita alla Chiesa, la vita del Risorto. Preghiamo, in questo momento di incertezza, che il Signore susciti figure di santità nel suo popolo e che noi siamo capaci di riconoscerle, perché seguendo loro, come ai tempi di Ambrogio, Benedetto, Francesco, Carlo, Giovanni Bosco, sorgano attraverso di loro nuovi modi di essere chiesa, cioè figli conosciuti e amati dal Padre, che danno la vita perché tutti gli uomini siano raggiunti dall’annuncio della Sua resurrezione.

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