Redazione

L’arte celebrativa richiede che il luogo in cui si celebra, i colori che si usano, i canti appropriati evidenzino anche al fedele più distratto che siamo in Quaresima.

di Luigi Manganini

Lo scorso anno, in questo stesso editoriale di inizio Quaresima, mi sono lasciato ispirare da una frase di Romano Guardini che ci esortava a “divenire un’opera d’arte davanti a Dio” per mezzo della liturgia. Vorrei continuare su questo tema per mettere in evidenza il fatto che se la liturgia è fonte della dimensione “artistica” della esistenza cristiana, deve essere a sua volta un’opera d’arte.

Questo avviene in primo luogo nel suo dinamismo celebrativo, che varia con il variare dei tempi liturgici. In Quaresima, questo significa dare risalto alla celebrazione eucaristica domenicale e alle sue particolarità quaresimali, quali la solenne proclamazione del Vangelo, convinti della bontà del ritorno annuale dei testi giovannei nelle nostre assemblee ambrosiane. Al riguardo, dopo aver educato i fedeli al significato delle elevazioni eucaristiche (la piccola e la grande) perché non fare altrettanto con l’elevazione dell’Evangeliario che, deposto sull’altare all’inizio della celebrazione, viene ripreso, elevato e portato solennemente all’ambone per la proclamazione del Vangelo?

La ferialità quaresimale, nel nostro rito, presenta un dinamismo ternario che richiede di essere sottolineato: i primi quattro giorni della settimana, con le tipiche letture e il loro carattere penitenziale molto accentuato; la aliturgia del venerdì con i suoi Vespri tipici; infine il carattere pre-battesimale del sabato. Chi ama e si prende cura della liturgia può qui trovare ampio spazio per una quotidiana immersione dei fedeli nella diversificata liturgia quaresimale e per sconfiggere la deleteria monotonia e ripetitività.

L’arte celebrativa richiede che anche il luogo in cui si celebra, i colori che si usano, i canti appropriati evidenzino anche al fedele più distratto che siamo in Quaresima. Altri suggerimenti potrebbero essere il possibile uso del colore nero nei primi quattro giorni feriali della settimana, quasi se tutta la comunità si rivestisse dell’antico abito monastico ed entrasse nel deserto; la completa copertura dell’altare, di venerdì per accentuarne la aliturgicità; la chiusura del fonte battesimale in attesa della solenne riapertura per la Veglia pasquale, astenendosi quindi dalla celebrazione del Battesimo per tutta la Quaresima.

Celebrare in un contesto simbolicamente eloquente non è però tutto per una comunità cristiana e per i singoli fedeli. Essi, infatti, sono chiamati a vivere il mistero che celebrano. L’impostazione pastorale della Quaresima si estende dunque dal rito all’esistenza cristiana – comunitaria e personale – perché sia sotto il segno dell’agàpe, ricevuto dal mistero divino per mezzo dei sacramenti e vissuto nella quotidianità.

La posta in gioco è molto alta. Significa certamente segnalare ai fedeli progetti caritativi che la Chiesa ambrosiana propone autorevolmente, ma soprattutto si tratta di una delicata azione educativa perché i discepoli del Signore contribuiscano a ricostruire una società più pacificata, meno aggressiva, attenta ai bisogni, attenta alle diversità religiose e culturali di tutti, premurosa nel soccorrere gli ultimi, capace di discernimento nelle sue scelte culturali e sociali.

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