La sua figura proposta come guida ideale per l’Anno della Fede e per le celebrazioni del 50° del Vaticano II

di Francantonio BERNASCONI

Il cardinale Giovanni Colombo

Su iniziativa del Cardinale Arcivescovo Scola, cogliendo opportuna nei prossimi mesi la combinazione dell’Anno della Fede con il 50° anniversario del Vaticano II, si proporrà in Diocesi per tali celebrazioni come guida ideale la luminosa memoria del cardinale Giovanni Colombo.

Aggiungendo motivi di calendario troviamo infatti la coincidenza del 110° della sua nascita, del 20° della sua morte e del 50° dell’inizio della sua missione come Pastore in Milano. Motivi formali.

Certamente c’è di più. In verità nell’ultimo Anno della fede indetto da Paolo VI nel 1968, egli seppe animarlo con vari puntuali iniziative sapendo parlare di “fede” alla società del tempo, tarlata già allora, come è quella odierna, da infestante secolarizzazione. Anche questa però è una formale se pur significativa coincidenza.

Invece, riferendoci al Vaticano II, si può dire più che bisogna commemorare Colombo per l’evidente fatto che egli (con Montini) portò il Concilio a Milano. Lo portò non solo perché l’arco del suo ministero si sovrappone al Vaticano II nel quale fu Padre e per tre volte prese la parola, ma anche perché lo preparò, lo visse, lo assimilò, ne disse bene, lo soffrì e lo divulgò innervandolo nella struttura diocesana con le debite riforme auspicate e calandolo nell’animo dei fedeli in modo assiduo, persuasivo, attento a seminarne la sua linfa vivificatrice e più autentica, dissuadendo da forme ecclesiastiche troppo nostalgiche del passato o troppo sgargianti nell’arrembaggio; parlava di “recuperi” rispetto al passato e «nuove acquisizioni» per l’attualità. Egli attraversò il Concilio e il post-Concilio con animo vigile.

Quanto Ratzinger, che fu testimone e consulente di spicco nell’assise ecumenica, va ora spiegando con il suo pronunciamento autorevole sia da teologo sia da Pontefice, con estrema chiarezza e linguaggio pastoralmente calibrato, lo si può trovare anche nei vari interventi episcopali di Colombo sia in conferenze sia in atti di magistero. È da aggiungere che, come per altri, egli non arrivò al Concilio impreparato; basti pensare alla sua fine sensibilità di formatore di anime giovanili e quindi ricettore attraverso loro delle inquietudini e delle più intime aspirazioni dell’uomo moderno. In ciò l’aveva aiutato anche il vaglio critico sulla letteratura da lui perlustrata attraverso campionature di autori del Novecento. Colombo fu uomo del Concilio. Che la sua voce in certi consessi non abbia fatto rumore, è questione di stile. Che qualcuno l’abbia dimenticato per qualsiasi motivo o per negligenza è un dato che ci obbliga adesso a cogliere provvidenziali le iniziative che si mettono in programma, se non altro per un recupero obiettivo e documento della storia  che si svolse in quegli anni.

Ristudiare Colombo ci fa sollevare in effetti il velo su quel tratto di secolo scorso che fu sconvolgente nell’evolversi sociale, da paragone a quegli altri anni di inizio Novecento quando si passò da una cultura pressochè contadina a una sempre più industriale. 

Passando dall’argomento ecclesiale (il Concilio) al sitz in lieben di Colombo, ossia a ciò che viene chiamato da noi e altrove “Sessantotto” – l’uomo in un’epoca ben definita – rimane impresso un giudizio che monsignor Pino Colombo, in una commemorazione tenuta alla Festa dei Fiori nel 2002 a Venegono, disse riassuntivamente: «Tra l’episcopato di Montini e quello di Martini, l’episcopato di Colombo fu il più duro, controverso e difficile da governare». Alzò gli occhi dai fogli da cui leggeva aggiungendo: «Il più duro di tutto il secolo scorso, compresi gli anni di Schuster e della guerra». La celebrazione che si stenderà a tappe per annum ci offre l’occasione di riconsiderare la storia e i suoi protagonisti avendo l’opportunità che molti testimoni di quella stagione sono ancora viventi. Allora la figura di Colombo oltre alla sua ricchezza umana, di fede e di governo, apparirà come quella di una personalità equilibrata, un uomo che stette nel giusto mezzo.

Ancora monsignor Pino Colombo in quell’intervento già citato del Seminario affermò che se la vocazione di Milano è quella desunta geograficamente dal nome Mediolanum («in mezzo alla pianura»), interpretandola moralmente come missione alla mediazione, in quegli anni fu merito del suo Arcivescovo se la città e la sua Chiesa mantennero, nonostante gli avvenimenti cruenti e di piazza che vi successero, nel suo volto e nella sua fama l’equilibrio, che altrove purtroppo non apparve evidente.

Lo si deve alla sua sapiente parola e al suo metodo pastorale. Così come in sintesi sta scritto sulla sua pietra tombale in Duomo: “Arcivescovo dalla luminosa dottrina e dal saggio governo”.

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