Redazione

Nei tanti interventi in preparazione della Missione, il messaggio ai lontani del 7 novembre 1957, è certamente il testo più significativo: di qui la grande eco che ebbe negli ambienti non solo cattolici. Esso si colloca in quel magistero caratterizzato dal dialogo con tutti che avrebbe contraddistinto il pontificato di Montini. Con questo testo, che non a caso si apre con una richiesta ‘amichevole’ di perdono, l’arcivescovo supera le concezioni ancora prevalenti di una Chiesa autoreferenziale, che basta a se stessa, che non ha bisogno di camminare con gli altri uomini perché portatrice di verità indiscusse.

Quella dell’arcivescovo è una Chiesa che preferisce l’arma della misericordia anche nel presentare il depositum fidei, nel rivolgersi ai tanti, troppi, lontani. Questi costituiscono ormai la grande maggioranza della popolazione milanese. Partendo da questo dato di fatto, l’arcivescovo abbandona ogni forma di rimprovero, di delusione. Scrive: “Quando si avvicina un lontano, non si può non sentire un certo rimorso. Perchè questo fratello è lontano? Perchè non è stato abbastanza amato. Non è stato abbastanza curato, istruito, introdotto nella gioia della fede. Perchè ha giudicato la fede dalle nostre persone che la predicano e la rappresentano; e dai nostri difetti ha imparato forse ad avere noia, a disprezzare, a odiare la religione. Perchè ha ascoltato più rimproveri che ammonimenti e inviti. Perchè ha intravisto, forse, qualche interesse inferiore nel nostro ministero e ne ha patito scandalo”.

Se il numero dei lontani è crescente, non sarebbe inopportuno dunque che la comunità ecclesiale si interrogasse sulle sue responsabilità per una situazione che distacca da Dio tanti e tanti uomini di buona volontà. Continua la lettera di Montini: La parola dell’arcivescovo si fa pressante, si rivolge direttamente al cuore del suo interlocutore, sconosciuto ma non tanto: “Se non vi abbiamo compreso, se vi abbiamo troppo facilmente respinti, se non ci siamo curati di voi, se non siamo stati bravi maestri di spirito e medici delle anime; se non siamo stati capaci di parlarvi come si doveva, se vi abbiamo trattato con l’ironia, con il dileggio, con la polemica, oggi vi chiediamo perdono. Ma ascoltateci… Provate a conoscerci”.
La Missione di Milano, fuori da ogni trionfalismo e da ogni tentazione di proselitismo, vuol essere quest’offerta di dialogo, di conoscenza reciproca. “Anche noi, almeno come uomini, abbiamo una ‘coscienza professionale’. Questa ci obbliga a volervi bene. Se siamo talvolta importuni, si è che voi ci state massimamente a cuore; dobbiamo cercarvi; dobbiamo curarci di voi, dobbiamo fare ogni sforzo, perchè non restiate privi del dono di verità e di salvezza che noi abbiamo per voi nelle nostre mani. Dobbiamo amarvi”.

E’ la disponibilità all’ascolto, nulla di più, quella che Montini si augura e chiede ai destinatari della sua lettera. “Comprendeteci questa volta: non vi siamo ostili per partito preso, non vi disprezziamo, non desideriamo umiliarvi, non vogliamo profittare della vostra desiderata conversione. Vogliamo che, questa volta almeno, voi sappiate che non vi respingiamo, ma vi chiamiamo…Venite alla Missione ed ascoltateci”. L’arcivescovo avverte le resistenze, gli interrogativi sollevati da non pochi milanesi. La Missione proclama cose vecchie, cose difficili, cose inutili, cose troppo gravi e impegnative? si chiede. Se questo è un timore diffuso, l’unico modo per verificare come stanno realmente le cose è di mettersi in ascolto.
Montini con fine intelligenza capovolge le domande preoccupate e critiche di chi non vuol essere coinvolto dalla Missione o non si ritiene interessato. “Perche non ascoltate? Perchè non siete interiormente liberi? ma vincolati da una inconfessata pigrizia, o piegati da qualche immonda passione, o paralizzati da qualche puntiglio di orgoglio, o intimiditi da chi vi guarda e chiacchiera e ride di voi? Se siete liberi, se siete onesti, dovete anche essere abbastanza forti e indipendenti per venire e per ascoltare. Ascoltare, non altro. Come gente seria ed educata, non altro”.

Nella Milano che vive profondi cambiamenti esistono anche _ e non sono poche in quel finire degli anni’50 _ situazioni di povertà, di emarginazione, di sofferenza, fisica e morale, che toccano fasce consistenti della popolazione residente nella metropoli. La città che produce, che lavora, che richiama gente da tutta Italia, che è capitale non solo economica del Paese, ha anche ‘isole’ che indicano l’esistenza di un’altra Milano, quella degli esclusi, dei senza casa, senza lavoro, senza salute, senza speranza. E qui si ritrova forse il maggior numero dei ‘lontani. Anche questi esclusi non possono essere dimenticati da una Chiesa impegnata nella Missione.

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