Nella II Domenica dell’Avvento ambrosiano, l’Arcivescovo è tornato a presiedere in Duomo la Celebrazione eucaristica. «In questo periodo risparmiare quello che si spende nel superfluo per fare un dono a chi è povero»

di Annamaria Braccini

avvento delpini_AEMU

Il drago – di biblica memoria e presente in ogni tempo – che è il Nulla e inghiotte l’umanità nel nulla, il drago del denaro e del potere, che umilia chi non è né ricco né potente, il drago che si chiama tristezza. Il drago, insomma, dalle tante facce che il Signore ha vinto, permettendo ai suoi figli di non essere più schiavi, ma liberi, di vivere nella gioia e non come se si fosse dei condannati a morte.

Nella domenica, II dell’Avvento ambrosiano, in cui l’Arcivescovo – finalmente negativo al Covid – torna a presiedere la tradizionale Celebrazione in Duomo, il richiamo risuona forte e chiaro. In omelia non viene mai citata la pandemia, ma è evidente che l’intera riflessione sia un monito a leggere il mondo di oggi con i suoi dèmoni che il virus non ha cancellato, anzi, semmai, ha reso più potenti.

«Tutto e tutti siamo nel ventre dell’enorme drago e non c’è via d’uscita, non c’è forza che possa resistere. Il veleno del drago, prima che il sangue e la carne dell’umanità, ha avvelenato la mente e il pensiero. Così la gente si è abituata a pensare che nessuno può vincere il drago e che è inevitabile finire nel nulla. Il drago ha, anzi, sedotto la terra e i suoi abitanti si sono persuasi che tutto sommato non è poi male questo finire nel nulla che pone fine a ogni soffrire, a ogni senso di colpa, a nostalgia d’amore».

Eppure, il Signore ha trafitto il nulla e la morte, rendendoci liberi.

Ma c’è anche «il drago – il cui nome è denaro e potere – che ha convinto i figli degli uomini che se non si consegnano come schiavi, non possono vivere, non possono vendere, non possono comprare, non possono avere tutto quello che rende bella la vita. E perciò questi figli degli uomini si sono consegnati come schiavi che dicono: “toglici la libertà, la poesia, la gratuità, ma permettici di godere e di divertirci, di mangiare e bere, di fare e disfare l’amore”».

E, ancora, il Signore ha vinto: «ha proclamato beati i poveri; si è messo a servire e ha invitato a servire; ha così dimostrato che si può vivere senza adorare il denaro e il potere. Quelli che lo ascoltavano l’hanno deriso e ritenuto uno scriteriato, quelli che l’hanno seguito hanno sperimentato che il drago era stato trafitto, che si può vivere senza diventare servi del denaro del potere».

Infine, la malattia di oggi, forse, ancora più subdola delle altre: la tristezza dell’irrimediabile.

«Il drago che si chiama tristezza non è violento, non appare con immagini spaventevoli, ma toglie la voglia di fare e il gusto di vivere. Il Signore ha trafitto anche questo drago, battezzando e seminando nel cuore dei discepoli il fuoco che brucia il male, così che l’irrimediabile può essere rimediato, il peccato può essere perdonato, le divisioni possono essere riconciliate. Ha mandato nel cuore dei credenti lo Spirito Santo che alimenta la gioia che resiste anche quando intorno ci sono avversità e disastri, la gioia invincibile».

È questa la speranza certa con cui occorre vivere l’Avvento.

Da qui, l’appello. «Vorrei invitare tutti noi qui presenti, e chi ci segue in televisione, a risparmiare quello che si spende per il superfluo per fare un dono a chi è povero e a chi li assiste; vorrei che voi giovani e adolescenti scriveste canzoni per diffondere gioia e che tutti i bambini imparassero a disegnare la vittoria del Signore sul drago che crede di sconfiggere la vita».

Al termine della Celebrazione sono, invece, altri tre gli impegni che l’Arcivescovo chiede.

«Cerco alleati per contrastare quell’emergenza spirituale che rischia di inaridire gli animi e la società. Invito le famiglie a radunarsi per pregare, chi è in casa da solo a pregare. Che questo Avvento sia un tempo di preghiera particolarmente intenso», dice il vescovo Mario ricordando il momento con cui lui stesso entra virtualmente nelle case ogni sera alle 20.32.

Poi, in riferimento alla festa di Santa Cecilia, patrona della musica liturgica, il richiamo è all’importanza, nella Liturgia, del canto. «Desidero benedire tutte le corali che ci aiutano a pregare. La musica è una via di accesso alla preghiera che può essere particolarmente incoraggiante. Cantiamo bene, facciamo della musica un modo per entrare nel Mistero».

E, infine, nella Giornata di sensibilizzazione per il Sostentamento del Clero, l’incoraggiamento è «a contribuire e ad aiutare i sacerdoti attraverso le offerte deducibili dalla Dichiarazione dei Redditi. È molto importante che i fedeli e le comunità sentano la responsabilità di mantenere i loro preti così che le offerte dell’8×1000 siano più intensamente dedicate ai poveri».

Ti potrebbero interessare anche:

Questo sito fa uso dei cookie soltanto per facilitare la navigazione Maggiori Informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi