Redazione

Oggi è possibile essere informati adeguatamente sulla portata dell’immigrazione attraverso una più vasta circolazione delle statistiche sull’immigrazione, che, seppure ancora deficitaria per alcuni versi, ha registrato progressi notevoli.
Un contributo è stato dato dallo stesso Dossier Caritas/Migrantes, che oltre a raccogliere i dati, cura centinaia di iniziative di sensibilizzazione ed è disponibile a lavorare più strettamente con le strutture pubbliche, gli enti locali e l’associazionismo.

Ad esempio, cosa pensare delle 150 lingue parlate dagli immigrati presenti in Italia? La Giornata europea delle lingue è stata fissata ogni anno il 26 settembre per ricordare che le lingue sono una ricchezza straordinaria da salvaguardare e da promuovere e questo deve valere anche per gli immigrati, senza per questo cessare di insistere sulla necessità di imparare l’italiano in quanto assolutamente indispensabile. Si ricollega a questa grande diversità l’utilizzo dei mediatori culturali, la cui funzione non va però ridotta a un semplice depannage linguistico. È un motivo d’orgoglio per il nostro paese che siano stati censiti 279 scrittrici e scrittori immigrati, che utilizzano la nostra lingua (secondo la banca dati Basili, 96 provengono dall’Africa, 54 dall’America, 47 dall’Asia, 82 dall’Europa, per un totale di 80 nazionalità).

Non appena il rapporto di lavoro raggiunge un minimo di stabilizzazione e regolarità, aumentano anche le iscrizioni ai sindacati (680.000 nel 2006), che sono pari a un quinto della popolazione straniera regolarmente soggiornante e a un terzo della forza lavoro. È comprensibile che l’aumentata tendenza alla stabilità si sia tradotta in una crescente esigenza di spazi adeguati di partecipazione, sia a livello sociale che elettorale.
Come evidenziato dal Cnel nei suoi rapporti sugli indici di inserimento, lo sviluppo produttivo, anche se accentuato, non sempre conduce ad alti indici di stabilizzazione, se non vengono curati anche altri aspetti specifici di cui si sostanzia l’integrazione.

È indubbio che gli immigrati pongono anche diversi problemi, ma l’immigrazione non è complessivamente un peso bensì una ricchezza. I nuovi venuti, oltre a ridurre gli effetti negativi dell’andamento demografico, mostrano una fortissima volontà di riuscita (la stessa che avevano gli italiani quando si spostavano nel Nord Italia o all’estero), sono più disponibili alla mobilità territoriale e occupano i posti rimasti liberi e, così facendo, esplicano un effetto tonificante sul mercato, nonostante le lungaggini burocratiche legate alla loro permanenza, i desueti meccanismi di inserimento lavorativo e le carenze a livello retributivo e previdenziale.

Sarà possibile trovare un minimo comune denominatore tra i vari schieramenti politici per avviare una politica condivisa dell’immigrazione? Caritas e Migrantes da tempo hanno indicato una serie di misure funzionali ad un più soddisfacente inserimento degli immigrati: permessi di soggiorno più stabili, snellimento delle procedure, facilitazione dell’incontro tra la domanda e l’offerta di lavoro (con la reintroduzione della “sponsorizzazione” da rafforzare con il permesso per la ricerca del posto di lavoro), miglioramento della normativa sulla cittadinanza, potenziamento delle risorse necessarie per sostenere l’integrazione e seria presa in considerazione anche della concessione del voto amministrativo.
Nonostante la diversità delle culture degli immigrati e la mancanza di un modello standard di integrazione, la speranza è che la diversità possa diventare uno stimolo in grado di perfezionare la nostra crescita, perché l’obiettivo del progresso può saldare fruttuosamente immigrati e italiani. Si richiedono umiltà, tenacia e la disponibilità al dialogo da entrambe le parti.

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