Redazione

Essenziale è governare il fenomeno dell’immigrazione e non gestirlo sull’onda dell’emotività. È la tesi del vicedirettore di Caritas ambrosiana Roberto Gualzetti, che sottolinea l’esigenza di eliminare la paura dei migranti per giungere a un modello relazionale aperto.

di Luciano Gualzetti
vicedirettore Caritas ambrosiana

Il 2008 sarà l’Anno europeo per il dialogo interculturale. Eppure le cronache, anche in queste settimane, rigurgitano di notizie su nuovi sbarchi, nuove tragedie sulle coste, nuovi episodi di esecrabile efferatezza che seminano insicurezza nelle città.
L’Italia, ormai terra di immigrazione, con tassi di incremento degli ingressi senza pari in Europa, è destinata a rincorrere sempre l’ultima carretta di disperati o a cavalcare l’ultima violenza, mentre invece è essenziale governare il fenomeno?

I processi migratori fanno parte del futuro dell’Europa, e ovviamente dell’Italia e della Lombardia. È una convinzione che si fonda su quattro constatazioni: la crescente interdipendenza tra i popoli, le condizioni infraumane in cui vivono molti immigrati nei loro paesi, la crescita della popolazione nei paesi a economia povera, l’invecchiamento e la denatalità nei paesi ricchi.
Nell’Ue a 27 Stati, che già oggi vede una presenza di stranieri immigrati pari a circa 50 milioni, non è difficile ipotizzare un aumento dei flussi: si avverte da una parte la necessità di un inquadramento comunitario più esauriente del fenomeno e d’altro canto una presa di coscienza che nell’esperienza quotidiana non mancano chiusure, a livello di soluzioni normative, mentalità e prassi.
L’Anno europeo 2008 è dunque occasione opportuna per comprendere che non si tratta solo di decidere su procedure riguardanti l’ingresso, il soggiorno, il mercato occupazionale, ma anche di concordare obiettivi validi per una società multiculturale e multietnica.

Proprio all’Anno europeo per l’intercultura è dedicato il XVII Dossier statistico Caritas-Migrantes sull’immigrazione. La presenza di stranieri nel nostro paese (sono il 6,2% della popolazione, circa il 10% nelle grandi aree metropolitane, a Roma e Milano) è ormai un dato strutturale: non arrivano solo maschi lavoratori, ma sono in aumento anche donne e bambini, dunque nuclei familiari compiuti. La crescita dell’incidenza riguarda anche i piccoli centri, dove le relazioni sono spesso più agevoli e il costo della vita meno proibitivo.

Di fronte alla presenza di volti nuovi, che si portano dietro storie, etnie, culture, religioni diverse dalla nostra, come orientarsi? Occorre coniugare accoglienza e legalità, dialogo e annuncio. È l’imperativo dei prossimi anni. È fondamentale usare discernimento, per miscelare gli elementi portanti della nostra identità con le pagine scritte dai tempi nuovi e dai nostri nuovi vicini di casa. L’obiettivo è costruire modelli relazionali aperti.
L’immigrato è ancora oggi una presenza che incute paura, alimentata da frange criminali che purtroppo inducono a generalizzare. Dobbiamo tagliare le radici di queste paure e, creativamente, indicare azioni e percorsi educativi, culturali e formativi per aggredirle e superarle. L’immigrazione non può essere ridotta ad accoglienza e risposta al bisogno immediato. E non è neanche soltanto questione di integrazione. È anzitutto una questione culturale di portata epocale.

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