In occasione dei 50 anni del Centro “La Nostra Famiglia”, il cardinale Scola ha visitato un reparto e dialogato con gli operatori

di Enrico VIGANÒ

scola La Nostra Famiglia

«Questo atrio è come un abbraccio, che ci stringe tutti. Leggo qui a lato la scritta del beato don Luigi Monza: “È stupendo vivere nell’amore”. Infatti qui l’amore è venuto, e viene, prima della cura. L’Arcivescovo vuole bene a ciascuno di voi e io mi sento parte della vostra famiglia, anzi de La Nostra Famiglia». Così il cardinale Angelo Scola ha salutato i numerosi bambini raccolti nell’atrio del settimo padiglione del Centro di Bosisio Parini (Lecco). L’Arcivescovo di Milano, che ha voluto con la sua presenza festeggiare i 50 anni di fondazione del Centro, è stato accolto da Alda Pellegri, presidente dell’Associazione LNF e da Carla Andreotti, direttrice del Centro di Bosisio. Nel suo saluto Alda Pellegri ha ricordato il motivo per cui il beato don Monza, fondatore de LNF, ha chiamato la sua Opera “La Nostra Famiglia”: ogni centro doveva essere “la casa” per tutti i piccoli sofferenti. Carla Andreotti ha sottolineato come nella visita del cardinale Scola esiste un segno di continuità con il cardinale Montini, quando venne a Bosisio a benedire la prima pietra del primo padiglione.
Un caloroso saluto è stato rivolto anche dai bambini e dai ragazzi ospitati nelle singole scuole, dall’infanzia alle professionali, che hanno cantato al Cardinale in una cornice di festa gioiosa, l’inno dei cinquant’anni: “50 anni di amicizia, 50 anni tutti insieme, 50 anni di bene fatto bene”. Il Cardinale, visibilmente commosso, ha abbracciato i piccoli ospiti e si è soffermato a parlare con i loro genitori: «Il Signore, ne sono certo, – ha detto l’Arcivescovo – considera quanto voi fate e vi è certamente vicino. Ricordiamoci che tutto quello che ci viene dato è per il nostro bene, anche se, forse, non lo scopriremo qui in terra, ma in Cielo».
Alle Piccole Apostole delle Carità, l’Istituto Secolare fondato dal beato don Monza, il Cardinale ha raccontato un episodio della sua giovinezza: «Nel 1966 ho visitato alcuni istituti a San Paolo del Brasile con Zaira Spreafico (storica presidente dell’Associazione LNF – n.d.r.), e con don Valsecchi. Ricordo molto bene quanto disse in quell’occasione il sacerdote: la carità unità all’intelligenza produce la genialità. Questo è quanto è successo per le opere de La Nostra Famiglia».
Il cardinale Scola, quindi, nell’aula magna del Centro, ha risposto ai quesiti posti dal dott. Renato Borgatti, primario della Neuroriabilitazione 1 e dagli operatori, amici e genitori. In particolare il fisioterapista Vittorio Molteni ha chiesto a Scola se esiste una risposta laica al dolore. «Una domanda del genere in questo luogo non poteva mancare – ha risposto l’Arcivescovo – Già il filosofo Leibniz chiamava Dio in giudizio per l’esistenza del male. Noi leggiamo il Vangelo e capiamo come Gesù ha dedicato la sua vita a guarire gli ammalati. Gesù si mette nella prospettiva non del discutere, ma dell’agire. Ci fa capire, prendendo su di sé tutto il male del mondo, che il problema non è la definizione del male, ma la condivisione. Ecco quindi la mia risposta: prendi in mano il Crocifisso e segui quella strada. Il dott. Borgatti ha detto giustamente che esistono sì malattie inguaribili, ma non esistono malattie incurabili: è questa la strada che ci indica Gesù. La vera risposta al dolore è quella cristiana, perché il cristiano è un uomo realizzato, che affronta il bisogno nella sua integralità».
Di fronte al determinismo genetico come dobbiamo comportarci, dobbiamo arrenderci? Cosa ci dice la Chiesa? A queste domande, poste da Maria Nobile, medico ricercatore, Scola ha ribadito subito che «non bisogna avere alcun timore di fronte a ciò che la ricerca ci consente di scoprire. Bisogna riconoscere la propria creaturalità. Nessuno di noi può auto-generarsi. Il clone ha sempre bisogno di un altro e all’inizio dell’impossibilità dell’auto-generarsi vi è il Mistero».
Molto appassionante è stato poi il racconto di Paolo e Emanuela Zavattarelli, genitori di Maria, una bambina in stato vegetativo a causa di un pezzo di formaggio che le è andato di traverso. Perché la vita deve essere così dura con i nostri bambini? Si sono chiesti. Come e dove trovare la forza per non fermarsi al solo dolore che tanta sofferenza ci mette di fronte? «Paolo ed Emanuela, non lo so – ha risposto il Cardinale – Lo sapete voi meglio di me. È un mistero! Siamo provocati all’ascolto e all’abbandono. Dove trovare la forza? Voi siete la risposta vivente. Voi siete la più bella risposta. Ricordiamo quanto dice il beato don Carlo Gnocchi sul dolore innocente: questi bambini entrano nelle piaghe di Gesù, nel mistero della sua passione. Non c’è nulla di ciò che Dio ci manda che non sia un bene, anche se forse lo comprenderemo solo in Cielo».

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