Carmen Sanchez, pedagogista peruviana, commenta le parole dell’Arcivescovo a San Giuseppe dei Morenti: «La speranza nasce dalla convivialità e dalla condivisione di problemi e difficoltà»

di Loris CANTARELLI

Carmen Sanchez e Felix Juarez

«Le prove e le ferite sono tante, ma in questa bella primavera i germogli della speranza sono già qui e anticipano realmente un futuro di bellezza, di bontà, di verità e di pace». Le parole conclusive dell’Arcivescovo di Milano, cardinale Angelo Scola, nella quarta e ultima tappa pomeridiana della Professio fidei con migranti e fedeli alla parrocchia di San Giuseppe dei Morenti, nei pressi di via Padova, non sono apparse di circostanza.

«Lo verifico sul campo tutti i giorni», conferma Carmen Sanchez, pedagogista peruviana, moglie del diacono permanente Felix Alberto Juarez e madre di tre figli. «È chiaro che il migrante incontra difficoltà per i cambiamenti radicali che deve affrontare nella sua vita, allontanandosi anche affettivamente da tante cose… Ma c’è sempre speranza, che nasce dalla fede e dalla convivialità, dallo scoprire di non essere i soli ad avere problemi. Accanto a tanti altri si trova la forza di continuare a cercare le giuste soluzioni: quello che è più triste, che ti fa arrivare all’inverno invece che alla primavera, è sentirsi soli e abbandonati, non poter condividere e aprirsi al confronto con gli altri, e tirar fuori il meglio anziché il peggio di sé».

Un altro passaggio dell’intervento di Scola è stato particolarmente apprezzato: «È bello vedere che il nuovo volto del milanese del futuro comincia a profilarsi. Nonostante le fatiche, facendo leva sulla sua lunga tradizione di solidarietà, di lavoro, di capacità di accoglienza, Milano riuscirà a generare il suo volto nuovo con l’aiuto di tutti». A questo proposito Carmen racconta l’esperienza già presente di giovani «nati qui, magari dopo essere arrivati ancora nel grembo delle loro madri. Vivono in un ambiente con altre prospettive e contagiano in positivo i loro stessi genitori, che li vedono crescere in un altro modo rispetto a figli più grandi, nati nel loro Paese d’origine. Un nuovo volto di milanese, insomma, «che non ha solo a che vedere con la parte esterna, educativa e di tradizione, ma anche col vivere la propria fede: tanti la vivono in modo sempre gioioso, ma più contenuto rispetto a noi che siamo più emotivi…».

L’incontro a San Giuseppe dei Morenti aveva per titolo «I migranti come nuovi cirenei». Un’espressione che ha suscitato grande emozione in Carmen, che lavora all’Associazione culturale di promozione sociale “La Misericordia, gestita da donne straniere e che offre aiuto alle famiglie in difficoltà socioculturale, economica e sanitaria: «All’inizio è questa l’immagine del migrante, che pensa sempre: “Ci sarà qualcuno che ci porterà la croce!”. Ci hanno permesso di entrare nelle famiglie e collaborare per badare sia ai bambini, sia agli anziani. Ci hanno affidato responsabilità in tanti modi e a tutti i livelli. Stiamo aiutando i nostri fratelli italiani a portare la croce. È una gioia e una grande soddisfazione, non solo materiale: attraverso la testimonianza avviene un contagio della fede; con il Signore e con i fratelli, nonostante i problemi, si trova il modo di affrontare la vita. È ciò che ci dà la spinta». «Siamo arrivati qui per migliorare la nostra vita» conclude Carmen, «ma nel tempo abbiamo scoperto di poter essere anche una risorsa. Vivendo insieme abbiamo trovato il modo di darci una mano a vicenda, abbiamo imparato a condividere».

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