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Intervista

Quando la liturgia «dà la musica alla musica»

Don Riccardo Miolo, collaboratore del Servizio per la Pastorale liturgica, riflette sul rapporto tra rito e tradizione musicale e spiega il valore formativo dell'iniziativa «Cantantibus!», in programma il prossimo 7 febbraio a Vengono

di Stefania CECCHETTI

21 Gennaio 2026
Un momento di «Cantantibus!» 2024

La musica è da sempre uno dei linguaggi più potenti per esprimere il sacro. Una convinzione che attraversa secoli di storia della Chiesa e che, di recente, è tornata al centro del dibattito in seguito ad alcune osservazioni critiche di Corrado Augias sulla cultura musicale in Italia e, in particolare, su quella utilizzata oggi nella liturgia, considerata dal giornalista non all’altezza della grande tradizione della musica sacra.

Secondo don Riccardo Miolo, collaboratore del Servizio per la Pastorale liturgica della diocesi di Milano per la sezione Musica liturgica, ridurre la questione a una contrapposizione di stili o strumenti rischia di semplificare eccessivamente un tema molto più articolato: «Il tema è complesso e non si risolve riducendo tutto al genere musicale – osserva -. È vero che talvolta si è cercato di rendere il linguaggio musicale delle celebrazioni molto vicino alle persone, con il rischio di perdere uno “stacco” rispetto alla musica che si ascolta fuori dalla Chiesa. Ma non si può valutare la musica liturgica solo sulla base di presunti criteri estetici che vengono prima del suo rapporto con il rito».

Don Riccardo Miolo (Fotogramma)

Il criterio decisivo, spiega Miolo, è proprio la relazione viva tra la musica e il suo contesto. «La musica liturgica è un po’ come la musica da film: può essere giudicata buona o meno buona solo in relazione alla scena che accompagna. Così nella liturgia non esiste una musica “a priori” più bella o più brutta: conta il momento rituale in cui è inserita e la comunità che la canta. Una celebrazione in Vaticano, un pontificale in Duomo, una Messa parrocchiale o una celebrazione con gli scout in montagna pongono domande diverse anche alla musica».

Questo non significa rinunciare alla ricerca di un linguaggio capace di esprimere il sacro. «È giusto interrogarsi su una musica che veicoli l’incontro con il Signore e che abbia uno stacco rispetto alla musica profana», chiarisce Miolo, «ma la Chiesa non ha affatto smesso di farlo: c’è un lavoro diffuso, in diocesi e nelle parrocchie, che va proprio in questa direzione».

Anche la grande tradizione della musica sacra continua ad avere un posto, purché nel contesto giusto, ricorda Miolo citando il Sacrosanctum Concilium, la Costituzione sulla Sacra Liturgia del Concilio Vaticano II: «La musica non è un “commento” alla liturgia: ha una funzione ministeriale è luogo di mediazione, spazio in cui si incontra il Signore risorto». Per questo «c’è spazio per la grande tradizione, ma dipende dove, come e quando». Un Gloria concertistico, per quanto sublime, «non trova posto oggi nella liturgia, perché finirebbe per amplificare e snaturare quel momento, mentre, per dire, un Gloria gregoriano pensato per essere cantato da tutti, o un brano breve come l’Ave Verum Corpus di Mozart durante la comunione, possono trovare la loro collocazione». In sintesi, secondo don Miolo «è la liturgia che deve “dare la musica alla musica”», non il contrario

Dentro questo quadro si inserisce anche una preoccupazione che Miolo condivide con Augias: la fragilità dell’educazione musicale in Italia, soprattutto tra le nuove generazioni. È proprio da qui che nasce «Cantantibus!», l’iniziativa diocesana dedicata ai cori liturgici dei bambini. «Dopo il Covid ci siamo resi conto che era importante ripartire dai bambini e dai ragazzi – racconta Miolo -. Molte parrocchie in quel periodo hanno deciso di ricostituire cori di voci bianche, ma spesso mancavano educatori con una formazione specifica sulla vocalità infantile. C’è tanta buona volontà, ma c’è anche bisogno di strumenti pedagogici adeguati».

«Cantantibus!», che si svolgerà al Seminario di Venegono sabato 7 febbraio, è pensata come una giornata simbolica e concreta insieme: laboratori per bambini e adulti, prove di coro comuni e una celebrazione finale: «Non pretende di rispondere a tutte le domande – spiega Miolo -, ma esprime il desiderio della Chiesa ambrosiana di fare la propria parte nella formazione musicale». Un’attenzione che, quest’anno, si allarga anche all’inclusività, con un laboratorio dedicato alla lingua dei segni e la partecipazione della Consulta diocesana per la disabilità – O tutti o nessuno. «Alcuni canti saranno eseguiti non solo con la voce, ma anche con i segni, perché la musica della liturgia è davvero di tutti, quando nasce dal rito e dalla comunità che lo celebra», conclude Miolo.